Il Superuovo

L’Amor fati di Woolf e Nietzsche ci insegna la sfida più difficile: lasciar andare

L’Amor fati di Woolf e Nietzsche ci insegna la sfida più difficile: lasciar andare

Nietzsche e Woolf descrivono due scene di un unico affresco: il rapporto dell’uomo con il destino.

Pubblicato nel 1927 e inserito tra le 100 opere letterarie più importanti della storia, Gita al faro è il capolavoro di Virginia Woolf.  Le sue pagine raccontano l’incapacità umana di riuscire a fare i conti con la propria vita.

 

MANCARE L’APPUNTAMENTO CON LA VITA: GITA AL FARO

Gita al faro (o semplicemente Al faro) è un romanzo complesso di una scrittrice complessa. Eppure è un libro da leggere e rileggere. La trama è esile: la famiglia Ramsey, entusiasta per la gita al faro prevista per il giorno successivo, è costretta a rinunciarvi per via del maltempo. La delusione è cocente, in particolare per il piccolo James, il quale crescerà covando dentro di sé il desiderio e il rimpianto per quella mancata occasione. Riuscirà ad approdare al faro solo dieci anni più tardi. Ma ormai tutto è cambiato. La vita ha presentato il conto e James si accorge che quel desiderio rincorso per tutta la vita non ha più significato.

In effetti, l’intero il romanzo si manifesta come la testimonianza di un appuntamento mancato con il tempo. Tutti i personaggi vivono un passo indietro. Ancorati al proprio passato, arrivano in ritardo agli eventi della propria vita.  Scorrendo le pagine, si respira un senso di frustrazione densa come le nebbie scozzesi in cui è ambientata la storia. La frustrazione di chi si rende conto troppo tardi che vivendo nel passato, ha fallito il presente. Ogni parola, ogni emozione, ogni gesto giunge un secondo dopo, quando ormai non ha più valore.

Tuttavia, il monito di Virginia Woolf non è un semplice carpe diem di oraziana memoria.  Non è un semplice invito a vivere il presente, ma una presa di coscienza forte dei rapporti che intercorrono tra passato, presente e futuro, al fine di vivere una vita piena e non in ritardo, o in attesa.

Qualcosa, dunque, che ricorda da vicino l’ amor fati, così come gli stoici prima e Nietzsche poi ci tramandano.

 

MORDERE IL SERPENTE. LA DIFFICILE ACCETTAZIONE DELLO AMOR FATI

L’ Amor fati, letteralmente amore per il destino, è un concetto introdotto nel pensiero occidentale dagli Stoici intorno al III-II secolo a. C. Dottrina portante della filosofia stoica, è entrato anche nel linguaggio comune, seppur in modo probabilmente inconsapevole. Ogni volta, infatti, che definiamo un comportamento stoico, oppure quando diciamo: “ha accettato la situazione stoicamente“, stiamo in effetti facendo riferimento all’ Amor fati. Con tale termine, gli Stoici indicavano la più alta e completa predisposizione d’animo: l’accettazione della realtà per quella che è. Secondo la cosmologia stoica, infatti, il nostro mondo sarebbe il migliore dei mondi possibili e come tale deve essere accettato, nel bene e nel male.

Molti secoli dopo, Nietzsche riprenderà tale concezione, ampliandola e complicandola. Slegato dalla dottrina cosmologica degli Stoici, il filosofo tedesco farà dell’ Amor fati la caratteristica fondamentale dell’ Oltreuomo. Questo “amore per il destino”, diventa in Nietzsche l’atteggiamento proprio dell’ Oltreuomo e si configura come la gioiosa accettazione del proprio destino.

Non è qualcosa di semplice, né di immediato. Richiede sacrifici e sofferenza, come ci ricorda lo stesso filosofo in Così parlò Zarathustra.

Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero. […]

La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sè — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi!

«Stacca coi denti la testa! Mordi con forza», così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in me s’unirono in un sol grido.

Il pastore sta per morire soffocato, solo un’azione può salvarlo: staccare la testa del serpente con un morso. Un’azione orribile, ripugnante. Non tutti ne sarebbero in grado. Probabilmente molti morirebbero senza riuscire a decapitare il rettile. C’è chi preferisce soffocare,  piuttosto che avere il coraggio di mordere. Eppure la vita è appena oltre quell’azione. Un morso e il pastore tornerebbe a respirare.

Chi riesce a farlo, continua Nietzsche, sperimenta la vera vita, la vera libertà. Ma non è più umano: ha superato i confini sociali, fisici e mentali dell’umanità, per trascendere nella condizione di Oltreuomo. Ma fuori di metafora, cosa è, in effetti, questa terribile azione? Ebbene, è proprio l’ Amor fati. La capacità di accettare l’arbitrarietà del destino e la sua irrazionalità senza ricorrere a strumenti consolatori e rassicuranti quali la religione, la scienza, la morale ma anche le stesse esperienze passate.

L’Amor fati è quella consapevolezza gioiosa che il destino non può essere mutato, né schematizzato, ma amato, accolto e vivificato in tutta la sua irrazionalità. Nietzsche è ben consapevole della  difficoltà della richiesta. Quasi nessun essere umano è in grado di portare su di sé questo fardello. Chi lo fa, tuttavia, sperimenta finalmente la sua autentica libertà e vive la sua vita pienamente. Esattamente come il pastore potrebbe tornare a respirare dopo aver ucciso la serpe.

 

PER VIVERE, OCCORRE LASCIARE ANDARE

Da una parte, un pastore che sta per morire soffocato; dall’altra, una famiglia rimasta ferma a un passato che non esiste più. Nietzsche e Woolf dipingono entrambi il ritratto di una vita inautentica, assente. Una vita che non ha avuto il coraggio di elaborare se stessa, ma è rimasta ancorata i propri schemi.

Basterebbe un morso per vivere. Eppure il pastore non morde. Muore senza aver il coraggio di compiere un’azione per lui inaudita. Così come James, che vive per dieci anni incastrato in un desiderio negato per poi rendersi conto di aver inseguito per tutto il tempo una chimera. Entrambi hanno avuto l’occasione per vivere davvero, ma non l’hanno fatto. Non perché non potessero, ma perché non hanno avuto coraggio di prendere su di loro il fardello pesante, ma meraviglioso, della propria esistenza. Si sono entrambi sottratti alla vita, preferendo vivacchiare in un surrogato inautentico ma consolatorio.

Ecco, quindi, che Nietzsche e Virginia Woolf ci insegnano una delle sfide più importanti e difficili della vita: lasciar andare. Rendersi conto che ciò che non è stato, probabilmente non sarà. A volte, per vivere davvero, occorre un gesto di violenza. Non contro il serpente, ma contro noi stessi: il coraggio di voltare pagina.

Il suo sentimento era giunto troppo tardi; era lì, pronto; ma lui non ne aveva più bisogno. […] Il Faro che aveva visto per tutti quegli anni era una torre austera su una roccia nuda.

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