Il Superuovo

Ecco le tre principali prove dell’esistenza di Dio e le loro confutazioni

Ecco le tre principali prove dell’esistenza di Dio e le loro confutazioni

É possibile provare l’esistenza di un Dio creatore attraverso degli argomenti logici? 

Il filosofo René Descartes (Cartesio)

Nella storia della filosofia in molti hanno tentato di formulare delle prove in favore dell’esistenza di una divinità, e tanti altri hanno provato a negarle. Dove si nasconde la verità? Scopriamo alcune delle argomentazioni più famose. 

1. I cento talleri 

É possibile capire razionalmente se alla base di tutto ci sia un Dio? É ciò che tenta di fare il filosofo medievale Anselmo d’Aosta con la sua prova ontologica. Rivolgendosi direttamente a chi non crede, invita a immaginare un essere assolutamente perfetto, tale da non poter pensare qualcosa di più grande. Egli dice che noi tutti possediamo un’idea del genere, che identifichiamo con Dio. Ma se la divinità è massima perfezione, a essa non può mancare l’esistenza, senza questo attributo essa sarebbe manchevole di qualcosa, e non perfetta: l’esistenza è dunque implicita nello stesso concetto di Dio. Tuttavia filosofi come Immanuel Kant si sono opposti a questa visione delle cose: 

“ Se io penso una cosa, con i predicati che voglio o quanti ne voglio, qualora soggiunga anche che questa cosa esiste, con questo non aggiungo assolutamente nulla alla cosa.” 

Kant ci chiede di immaginare cento talleri (monete della sua epoca) nella nostra testa: questi non contengono nulla di più rispetto a dei talleri reali, le qualità sono identiche. Perciò l’esistenza non è un attributo delle cose, ma un fatto, che non può essere derivato da nessun concetto dell’oggetto: dunque non è contraddittorio pensare a un essere perfetto, che tuttavia non esiste. 

2. Il rasoio di Occam 

Il filosofo Tommaso d’Aquino cerca di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso cinque vie, basate tutte sull’osservazione del mondo che ci circonda. A esempio, egli nota che tutto è soggetto al cambiamento, compresi noi stessi: siamo esseri contingenti, che non hanno nulla di stabile, potevamo essere in un modo come in un altro, oppure non esistere affatto. Ma allora se non troviamo in noi stessi la ragione sufficiente della nostra esistenza, come facciamo a vivere? La causa di tutto deve perciò essere fuori di noi, qualcosa di immutabile e necessario che possa reggere ciò che invece è imperfetto, e Tommaso non può che identificarla con Dio. Ma secondo filosofi come d’Holbach non c’è bisogno di porre una causa perfetta e necessaria fuori dal mondo per spiegare il tutto: l’universo non è un effetto, ma una causa che si muove grazie alla sua stessa energia. 

Per uscire da questo impasse, può venirci in soccorso il rasoio di Occam, un principio logico che, tra più ipotesi, indica di scegliere quella più semplice per la risoluzione di un problema. Nel nostro caso, o abbiamo un mondo che si è generato da sé, oppure un mondo creato da una divinità che a sua volta si è generata per motivi sconosciuti. É chiaro che la prima ipotesi risulta più semplice, poiché non postula enti ulteriori se non l’universo stesso, e quindi sarebbe preferibile. Tuttavia questo principio non ha la pretesa di provare nulla, ci dice solamente che la soluzione più semplice riduce il rischio di errare: meno ipotesi si introducono e meno possibilità di sbagliare si presentano. 

3. Le qualità dell’uomo

Anche Cartesio formula alcune prove dell’esistenza di Dio: in una di queste egli afferma che la nostra idea di qualcosa di onnipotente e perfetto non possiamo averla creata da soli. L’uomo è un essere finito e imperfetto, e dal finito non può nascere nulla di infinito, perciò quell’idea deve averla inculcata qualcuno che abbia quelle qualità, qualcuno di eterno e perfetto. L’idea di Dio rappresenterebbe dunque il “suggello impresso dall’artefice alla propria opera”, la prova che c’è qualcosa che va al di là dell’uomo. Secoli dopo, il filosofo Ludwig Feuerbach risponde dicendo che nell’idea di Dio l’uomo non pensa affatto a un Essere infinito, ma pensa solamente se stesso senza i limiti che lo caratterizzano nel mondo quotidiano. Quell’idea non sarebbe altro che il frutto dei desideri dell’uomo proiettati su un ente esterno a lui, egli frantuma se stesso pensando a qualcuno che abbia le sue qualità portate al massimo grado. Dio rappresenta ciò che l’uomo vorrebbe essere, e la teologia diventa un’antropologia capovolta. 

4. Chi ha ragione?

Ma alla fine, chi ha ragione? Chi tenta di trovare una qualche prova  attraverso la logica, o chi tenta di negarla? Entrambi si basano su un falso presupposto: tentare di raggiungere con la razionalità una risposta che razionale non è. La religione è una questione solamente di fede, un paradosso come direbbe Kierkegaard, che trascende ogni tentativo di trovare una risposta che sia certa e inconfutabile. Certo, si possono formulare teorie a favore di una tesi o l’altra, ma consapevoli del fatto che delle prove non si troveranno, poiché un credente non fa appello alla chiarezza concettuale, ma afferma qualcosa nonostante l’oscurità che l’avvolge, e come tale va rispettata. Nell’idea di Dio la ragione scopre il suo limite, il suo abisso. 

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