Karma e Covid colpiscono gli antiscientisti dell’epidemia, da Johnson a Litzman

Il teorico dell’immunità di gregge ricoverato in terapia intensiva, il secondo risultato positivo dopo aver associato epidemia e omosessualità

Fra infetti e decessi, il virus continua a imperversare. E a forza di viaggiare di nazione in nazione a mo’ di Marco Polo pestilenziale, sembra aver fatto Il Milione [di infetti]. Le ferree misure di contenimento adottate dai primi Paesi a esser stati colpiti – fra tutti l’Italia – sembrano aver dato buoni frutti, rallentando il contagio e abbattendo il tasso di mortalità. Preso a modello è stato quel Metodo Wuhan che ha salvato la Cina da collasso certo, permettendole di riaffermarsi come strapotenza nello scacchiere geopolitico di fronte agli occhi di chi la vedeva già spacciata – nonostante la sconfitta di Covid-19 non sia definitiva ma solo rimandata, con Hong Kong che sta vivendo l’incubo di un recidiva e il resto del Paese che si prepara alla seconda ondata. Ma la pandemia continua a picchiare duro in quegli Stati che, dopo aver accolto con ironia e sberleffo la corsa ai ripari del governo italiano, hanno registrato in ritardo il loro paziente zero, sottostimando la gravità del virus, dal ‘basso’ tasso di mortalità – rispetto ad altri patogeni – se gestito con le cure adeguate, ma capace di mandare al collasso il sistema sanitario di un’intera nazione se lasciato libero di contagiare. E ora si trovano in guai seri.

Le stelle della bandiera cinese vengono sostituite dalle cellule virali del Covid-19. L’immagine, pubblicata dalla rivista danese Jyllands-Posten’s , ha attirato l’ira cinese che l’ha tacciata di cattivo gusto. (informazionecorretta.com)

God save the Boris

Nel panorama europeo, il primo grande governo a fare scalpore con le sue dichiarazioni in merito alla gestione del virus è stato quello inglese. Il suo neoeletto Primo Ministro conservatore Boris Johnson, incoraggiato dal primo responsabile scientifico del suo governo, Sir Patrick Vallance, aveva dichiarato l’intenzione di ‘ignorare’ l’epidemia, lasciando il virus libero di contagiare la popolazione perché si creasse un’immunità di gregge. Una condizione – molto spesso manovrata grazie all’impiego di vaccini – per la quale l’immunità della maggioranza della popolazione già infettata – e che quindi avrebbe sviluppato gli anticorpi contro il virus – fungerebbe da scudo anche per quelli che non abbiano mai contratto la malattia. Questo perché l’alto tasso d’immuni crea veri e propri cordoni sanitari intorno agli infetti, impedendogli di trasmettere il virus e rallentando quindi il contagio. In generale, l’immunità di gregge è l’unico obiettivo che si debba cercare di ottenere – o tramite vaccini o lasciando che il virus si diffonda con lentezza, permettendo agli ospedali di gestire i malati più gravi altrimenti in sovrannumero – per ‘debellare’ o comunque rendere innocuo un virus, similmente a come fatto per patologie comunissime come morbillo e varicella. Peccato che Downing Street pretendesse ti raggiungere questa condizione nel giro di poco, lasciando che il virus infettasse almeno il 60% della popolazione – non considerando il collasso ospedaliero che ne sarebbe derivato. E dando per scontato che il virus, una volta contratto, rendesse l’ospite immune a successivi contagi. Teoria smentita dai numerosi casi di recidiva, cioè di persone ormai guarite che hanno nuovamente contratto il Covid, che si sono verificati come in Cina così in Italia. E mentre il Boris preparava il Paese all’idea che in molti sarebbero morti prima che si potesse ottenere l’immunità, qualcuno già ironizzava sul suicidio politico di Johnson, il cui elettorato sarebbe stato falcidiato nei mesi successivi perché composto per lo più da uno zoccolo duro di anziani e persone di mezza età. Quando però il governo si è reso conto che il collasso ospedaliero che sarebbe seguito avrebbe innalzato incredibilmente il tasso di mortalità ben al di sopra di quell’impensabile 1% preventivato (e che già avrebbe fatto 400 mila morti), l’eterno spettinato ha fatto un passo indietro. Ma il danno era fatto: si era già offerto come prima pecora sacrificale di quel suo tanto agognato gregge.

Illustrazione di Nate Kitch per l’Economist, raffigurante il vuoto di potere causato in UK dalla malattia di Johnson, qui letteralmente evaporato. (economist.com)

Notizia del 27 Marzo, che il premier che si vantava di “stringere le mani a tutti”  era risultato positivo al tampone, poche ore dopo dello stesso annuncio del Principe Carlo e poche prima di quello – ironia della sorte – del Ministro della Salute Matt Hancock. I due big del governo avevano preso parte a diversi meeting, partecipando addirittura a un’audizione nel Parlamento inglese, rischiando di contagiare decine di figure di spicco del governo, minando ulteriormente la sua capacità di risposta all’epidemia. Da allora Boris Johnson si era posto in autoisolamento al civico 10 di Downing Street, mentre le preoccupazioni maggiori erano rivolte a Buckingham Palace, dove si temeva per l’incolumità della Regina – viste le notizie sul figlio – e soprattutto di suo marito Filippo di Edimburgo, 98 anni, reduce da un ricovero a Natale per ragioni di salute, sul quale circolavano voci sinistre su diversi tabloid nazionali in riferimento a un suo possibile decesso per coronavirus. Voci alimentate dalla decisione di Elisabetta II di tenere un discorso alla nazione a reti unificate, evento rarissimo susseguitosi solo altre tre volte nella Storia del Regno più lungo – 68 anni – in occasioni particolarmente funeste: lo scoppio della Prima Guerra del Golfo (1990), i funerali di Lady Diana (1997) e la morte della madre ultracentenaria (2002). Un nuovo Discorso del Re in cui la Regina si è riferita al virus con un linguaggio guerreggiante, tratteggiandolo come un nemico sul quale prevalere, al fine, alla stregua di un invasore straniero. Ma mentre i timori intorno alla sorte di Filippo venivano smentiti dal silenzio di sua moglie sull’argomento, negli stessi minuti Boris Johson veniva ricoverato in tutta fretta al St Thomas, affidando la sua salvezza al reparto di terapia intensiva dell’ospedale pubblico situato di fronte al Parlamento. I suoi addetti stampa hanno fatto sapere che il ricovero è stato deciso in via precauzionale e che il Premier non è stato intubato, salvo poi esser stati smentiti da delle indiscrezioni che lo vedrebbero aiutato da una camera a ossigeno. Un insabbiamento da parte di Dowining Street delle reali condizioni del suo commander in chief per non creare il panico, come dimostrato anche dalla gaffe del Ministro degli Esteri Dominic Raab e ora delegato di Johnson nell’esecutivo, il quale ha dichiarato che il premier “è al comando delle operazioni” per poi ammettere di non avere sue notizie da Sabato. Un componente del governo si è lasciato scappare che “Boris non si cura. Crede di essere Churchill, ma è solo Boris“. Il riferimento va alla polmonite contratta da Winston Churchill nel ’44 a guerra mondiale in corso, che lo costrinse a letto contro la sua volontà. Ma come conclude Antonello Guerrera, corrispondente da Londra per La Repubblica: “Come Dunkirk per Churchill, questa è l’ora più buia di Boris. E la luce è ancora lontana”.

Litzman gay capo degli ebrey

Ma Boris Johnson, e con lui il suo Ministro della Salute, non sono, a livello mondiale, gli unici funzionari d’alto profilo risultati positivi al test. Oltre la Manica, attraverso l’Europa e dall’altra parte del Mediterraneo, un’altra nazione (Israele) ha visto il proprio ministero della sanità mozzato della sua testa più importante: Yakoov Litzman, 71 anni, già rabbino ultraconservatore e membro della comunità Haredi. Secondo alcune testate, Litzman aveva rilasciato delle dichiarazioni – non verificate – di chiaro stampo omofobo, definendo il Covid-19 come la giusta piaga inviata da Dio per punire la comunità LGBT. Un chiaro segno di outing, se collegato al fatto che poco dopo Litzman è risultato positivo al virus assieme a sua moglie Chava. La notizia ha costretto in quarantena i più importanti pezzi grossi del Paese che erano entrati in contatto con Litzman negli ultimi giorni, fra cui lo stesso Presidente Benjamin Netanyahu, il Capo del Mossad Yossi Cohen e il Capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi. Nel frattempo Litzman è ora accusato di aver ostacolato la lotta al contagio per non aver rispettato le regole di distanziamento imposte dal suo stesso ministero, per aver lottato fino all’ultimo contro la chiusura delle sinagoghe e infine per aver usato il suo potere per ritardare l’entrata in vigore dei divieti alle riunioni pubbliche, per evitare l’inosservanza al festival Purim del mese scorso. Il tutto sullo sfondo dei cancelli sbarrati del Santo Sepolcro: quei cancelli non erano mai stati chiusi dal 1349, in epoca di Peste Nera.

 

Rabbini fondamentalisti israeliani. Litzman è il primo da sinistra. (timesofisrael.com)

Eppure, fra le tante accuse rivolte a Litzman, da una in particolare, la più “importante”, sembra dover essere assolto. La notizia sulle sue presunte dichiarazioni omofobe, riportata per la prima volta dal tabloid – LGBTfriendly Pink News, è stata difatti ben presto smentita dal diretto interessato, il quale non ha negato le sue convinzioni omofobe ma ha semplicemente corretto il tiro, definendo quella LGBT come una comunità di peccatori. Seppur non condivisibile, la precisazione ridimensiona comunque la gravità delle parole di Litzman, che da fondamentalista religioso (va detto) difficilmente potrebbe schierarsi in favore dei diritti LGBT. Ma se l’esperienza insegna che le smentite in politica valgono zero, è piuttosto la cronologia dell’articolo in questione a dimostrare la malafede del suo redattore, che ha ritrattato in corsa quanto scritto in precedenza. Il danno era fatto e molte testate italiane aveva già fatto rimbalzare la notizia, molte delle quali non si sono neanche corrette o scusate a errore dimostrato. Alcuni si spingono anche oltre nella difesa di Litzman, sostenendo che in un paese gay friendly e liberalista come Israele, una dichiarazione del genere avrebbe subito fatto scandalo su molte testate israeliane. Una visione che, secondo l’opinione di chi scrive, non tiene conto delle derive fondamentaliste del governo sionista negli ultimi anni, che negli atteggiamenti rassomiglia Netanyahu al gemello ebreo di Erdogan.

Chi semina vento raccoglie tempesta

Fra Inghilterra e Israele, fra Johnson e Litzman, fra notizie verificate e smentite clamorose, il pensiero vola diretto (in ogni caso) a quel concetto fondamentale presente nella raccolta di testi sacri sanscriti dei Veda e fatto proprio dalla maggioranza delle religioni di matrice indiana, dall’Induismo al Buddismo: il Karma. Largamente assorbito come termine d’uso comune, il termine è frutto di un’occidentalizzazione della parola sanscrita karman ( कर्मन् ), traducibile come ‘azione’. Il termine rimanda infatti alla legge di causa-effetto, a un concetto di azione e reazione secondo il quale ad azioni negative sparse come ‘semi dannosi’, seguirebbero eventi funesti per colui che le abbia compiute – il che può valere per converso anche in caso di buone azioni. Nel suo specifico uso occidentale poi, quanto più la pena risponda direttamente all’azione commessa, quanto più sia insomma a essa correlata, tanto più il karma avrà svolto la sua opera.

In base alla legge del karma, le cattive azioni tornano indietro come un boomerang. (redbubble.com)

Fra tutti gli esempi che si potrebbero fare, si è in presenza del karma quando il Presidente di una nazione disinteressata alla lotta a un virus si ammala di quella stessa malattia. Non facciamo nomi. Secondo la concezione orientale però, il karma non agisce solo nella nostra vita corrente, ma è strettamente collegato al concetto di saṃsāra (संसार), tradotto dal sanscrito con ‘scorrere insieme’ e concernente il ciclo continuo di reincarnazione degli esseri viventi. L’azione del karma dunque non si limiterebbe a punirci o ricompensarci nella sola vita corrente, ma si riverserebbe anche su quelle successive, reincarnandoci in un essere vivente attanagliato da un’esistenza peregrina e funesta. Magari, per qualcuno, quella di una pecora.

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