Kafka e Nietzsche ci parlano di metamorfosi: due visioni agli opposti

Due grandi autori, due pensatori fondamentali, l’uno per la filosofia e l’altro per la letteratura, ci spiegano con un’antica metafora cosa significhi essere uomini, quali sono le possibilità che la nostra condizione ci presenta. Le conclusioni, però, sono ben diverse.  

La metamorfosi di Narciso raffigurata da Dalì

Il termine metamorfosi ha le sue radici nella lingua greca: la sua traduzione letterale indica un cambiamento di forma, il passaggio da un modo di esistere ad un altro. Nel mito arcaico e nei testi classici veniva utilizzato per descrivere trasformazioni magiche e miracolose, per esempio, da uomo ad animale, a pianta, a oggetto.  Nella letteratura successiva, così come nella filosofia moderna, la figura della metamorfosi è stata più volte ripresa, diventando però allegoria, un modo per spiegare il significato profondo del cambiamento e della ricerca di sè.

La prima copertina de “La metamorfosi” di Kafka

Gregor Samsa e l’alienazione borghese

Ne suo più celebre racconto, quello dalle note più cupe, Franz Kafka ci parla di un uomo comune, uno come tanti altri, che una mattina si sveglia con un’altra, tremenda forma. Gregor Samsa è un semplice impiegato, un uomo dalla routine meticolosa, perennemente assorbito dal suo lavoro che gli permette di sostenere le spese famigliari e di agevolare la vita degli anziani genitori e della sorella Grete. Proprio ad un uomo così “normale”, però, capita il più strano degli eventi. “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto” ci racconta Kafka nell’incipit della sua narrazione. Le nuove, ripugnanti sembianze del protagonista spaventano i suoi famigliari che, però, faranno un tentativo di adattamento, così come ci proverà lui stesso. Ma la sua condizione non fa altro che causare problemi: cominciare una nuova vita, per Gregor, non è possibile. La scrittura di Kafka in questo racconto è quasi fredda, ci dà una descrizione precisa degli eventi senza mostrare il minimo coinvolgimento, facendo sì, in questo modo, che il senso di angoscia cresca. Questa è appunto la volontà dell’autore, che con questa narrazione fortemente simbolica vuole rappresentare la sua visione dell’essere umano nel mondo contemporaneo. Non a caso il protagonista sembra essere una persona totalmente ordinaria, lo stereotipo dell’uomo borghese. Egli non si rende conto che tutto ciò che fa non è prodotto delle sue scelte, bensì è la pressione dalla società che lo porta a condurre un certo tipo di vita. L’autodeterminazione, per Kafka, non è possibile. Nel racconto perciò ecco che l’immagine della metamorfosi viene ad assumere un significato fortemente negativo. L’oppressione delle norme morali e sociali a cui l’uomo della modernità è sottoposto lo portano ad una totale alienazione rispetto alla propria persona, al proprio io. L’insetto in cui si trasforma Gregor Samsa non è altro che la reazione alla perenne, seppur inconsapevole, condizione di “prigionia” a cui era costeetto. Quella in cui l’uomo moderno si trova è una vera e propria “gabbia”: ciò che lo circonda lo condiziona sotto ogni aspetto, niente di ciò che fa è realmente atto della sua volontà.

Trovare la libertà

Il valore della libertà è forse quello a cui noi esseri umani siamo più affezionati. In nome della libertà, individuale e collettiva, portiamo avanti le nostre battaglie, desideriamo possedere il diritto di scelta in ogni campo. L’uomo comune è anche convinto di essere libero, almeno dal punto di vista delle sue azioni: è certo di aver avuto la possibilità, nella sua vita, di decidere cosa fosse il meglio per se stesso, di scegliere tra diverse opzioni, di determinare chi essere. Franz Kafka, ne La Metamorfosi, ci mostra che non è così. Per lo scrittore tedesco la libertà è un’illusione, sperare di conquistarla è utopico. È l’ambiente che ci circonda a decidere per noi: l’uomo nel tempo ha costruito un apparato di regole e convenzioni che ha acquisito un suo potere, che ha finito per opprimerlo e controllarlo. Nella fosca visione di Kafka, non c’è via d’uscita, non c’è un modo per cambiare davvero. La tragica e desolante fine di Gregor Samsa rappresenta con un’immagine di forte impatto proprio questa impossibilità, la vanezza di ogni tentativo umano per liberarsi. L’unica soluzione possibile, per lo scrittore, è accettare con arrendevolezza le condizioni che ci sono imposte. La conclusione di Kafka, però, non è l’unica a cui sono giunti filosofi e letterati. Incontriamo perciò l’uso della stessa metafora, per giungere ad un esito completamente diverso, in uno dei filosofi moderni più celebri ed originali: Friedrich Nietzsche. Le metamorfosi del filosofo tedesco sono tre, e diversamente da quella kafkiana, indicano un percorso positivo, ascendente. Nietzsche ha una certa fiducia nell’esistenza di persone straordinarie che possano completare questo processo, arrivare a rifondare, in meglio, quelle norme che per Kafka costituivano la condanna dell’uomo moderno. Essi possono conquistare la libertà, reale, di scegliere e di creare.

Le tre figure nietzschiane

Come diventare oltreuomo

In “Così parlò Zarathustra”, un’opera unica nel suo genere, scritta con un linguaggio allegorico e un tono profetico, Nietzsche ci da la sua versione della metamorfosi. Per il filosofo essa si configura come un percorso di tre tappe, intese come possibili fasi consequenziali della vita umana. Le tre creature in cui avviene volta per volta la trasformazione dello spirito sono il cammello, il leone e il fanciullo. La scelta dei simboli è molto efficacie: il primo animale, il cammello, ha la caratteristica peculiare, e che subito ci viene in mente, di portare due pesanti gobbe sul dorso. Esse rappresentano nientemeno che tutte quelle norme e quelle convenzioni che la tradizione ci ha obbligato a seguire, le stesse che per Kafka conducevano alla totale alienazione dell’uomo. Ma per Nietzsche, invece, l’essere umano è in grado di liberarsi, metaforicamente parlando, di questo peso, rivendicando la sua libertà individuale, e diventando così, nella sua simbologia, un leone. Il leone è, nell’immaginario comune, un animale forte, audace, indomabile. Se lo spirito prima si faceva cammello schiacciato dall’imperativo “tu devi”, ora esso si libera, esprimendo a gran voce un “io voglio”. In questa fase, però, la libertà non è ancora conquistata, è solo parziale e illusoria. Non è una libertà “in positivo”, bensì indica l’assenza di costrizioni, è una “libertà da”. Per Nietzsche, l’autentica libertà è invece quella creativa, che per essere raggiunta ha bisogno di un grande atto di coraggio da parte dell’uomo. “Prendersi il diritto di stabilire nuovi valori – questo è il più terribile atto per uno spirito tollerante e riverente” scrive il filosofo. A questo occorre il passaggio da cammello a leone, solo il leone può fare l’azzardo di prendere questa scelta, rifiutare del tutto il dovere per intraprendere una nuova strada. A questo punto lo spirito si è fatto fanciullo, come un bambino, con la sua “innocenza e dimenticanza” esso può optare per: “un nuovo inizio, un gioco, una ruota che gira da sola, un primo movimento, un sacro dire di sì. Sì, per il gioco del creare”. L’uomo nietzschiano è diventato ubermensch, “superuomo” o “oltreuomo”, perché ha potuto oltrepassare gli ostacoli che gli sono stati imposti e conquistare quella libertà in cui Kafka non credeva, quella libertà creativa che gli permette di stabilire quali siano i propri valori. L’uomo descritto da Nietzsche ha ancora speranza, può ancora scegliere come vivere nel modo migliore.

 

 

 

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