Il Superuovo

“Io son morta, rispose, e tu nol sai”: la Sposa Cadavere incanta cinema e letteratura

“Io son morta, rispose, e tu nol sai”: la Sposa Cadavere incanta cinema e letteratura

Un po’ per luogo comune si tende a collegare il concetto di amore al concetto di vita. Ma è possibile continuare ad amare anche quando il corpo muore? 

Probabilmente riprendendo un modello allegorico cristiano sorto già nel IV secolo d.C., il rabbino Isaac Ben Solomon Luria di Safed scrisse, nel XVI secolo, il racconto Il dito. Nella storia del mistico una donna viene assassinata il giorno del suo matrimonio e sepolta in abito da sposa. Un uomo di passaggio dalla sua sepoltura, che sta per sposarsi, inizia a danzare e pronunciare le promesse nuziali, mettendo infine l’anello ad un ramo sporgente. La terra si apre e lascia uscire la Sposa cadavere: quel ramo altro non era che il dito della donna, avvizzito e secco ma proteso verso il cielo. Una corte di rabbini risolve la questione, dichiarando illecita l’unione fra un vivo e una morta. Pronunciata la sentenza, la sposa sparisce dissolvendosi in ossa e cenere.

La Sposa Cadavere secondo Tim Burton

Tim Burton, oltre a traslare il racconto del rabbino in una cupa Inghilterra vittoriana inserendo nuovi temi, riprende un adattamento folcloristico russo-ebraico, nato in un pogrom antisemita del XIX secolo. Nel film d’animazione in stop-motion burtoniano (Corpse Bride, 2005) il giovane Victor Van Dort, figlio di una famiglia di pescivendoli arricchiti, è promesso in matrimonio a Victoria Everglot, rampolla di una nobile casata in decadimento. Victoria e Victor, accomunati da una rara sensibilità, si innamorano l’uno dell’altra, ma Victor sposerà per errore (secondo le modalità del racconto rabbinico) la defunta Emily, sposa dell’Aldilà. Si evidenzia in maniera forte il tema della scalata sociale vista come un obbligo borghese, specie nella figura della madre di Victor, esagerata parodia del parvenu che nonostante l’ostentazione svela un portamento privo di qualsiasi parvenza di nobiltà ed eleganza. La storia si evolve su due piani fisici, differenziati anche dai colori utilizzati nelle scene: paradossalmente il mondo dei vivi appare spento e in toni di grigio, mentre il regno dei morti è ricco di toni accesi, come una macabra New Orleans. Nel finale di Burton sarà Emily stessa a rinunciare al suo amato, cedendolo all’innamorata Victoria e dissolvendosi in migliaia di farfalle, finalmente libera dalla sua maledizione e felice.

Le amanti defunte della letteratura europea: elementi gotici e contaminazioni

Ma Burton non è il primo a mettere in luce, attraverso l’arte, questo tema dell’amante nel sepolcro. Edgar Allan Poe, nella sua Annabel Lee (1849), presenta un protagonista talmente innamorato di una donna da desiderare ardentemente di giacere accanto a lei, nella sua tomba in riva al mare. L’Intermezzo, 47 del poeta Heinrich Heine racconta di una donna fantasma, che visita il suo uomo mostrandosi come principessa dalle fattezze meravigliose. Egli desidera soltanto l’amore della donna, che la morte ha reso impossibile da ottenere:

“Pallidetta le guance, umida il ciglio,

Figlia sognai di re;

Abbracciati eravam, del verde tiglio

Noi sedevam ai piè.

Io no,

non voglio di tuo padre il soglio,

Non il suo scettro d’or,

Non la gemmata sua corona voglio,

Voglio te stessa, o fior!

Non sai, sclamò, ch’io giaccio nell’avello?
Non è possibil ciò!

Vengo a te sol di notte, o giovincello,

Perché sì caro t’ho”

(trad. Zendrini)

Anche F. A. Schulze ripropone il tema della sposa cadavere nel suo racconto Die Todtenbraut, contenuto nel volume secondo del Gespensterbuch e tradotto in francese con il titolo La Morte fiancée, nell’antologia Fantasmagoriana del 1812.

Iginio Ugo Tarchetti: M’avea dato convegno al cimitero

Nel 1879 esce postuma a Bologna la raccolta di poesie Disjecta, a cura di Domenico Milelli e a firma dello scapigliato Iginio Ugo Tarchetti. In quest’opera Tarchetti sembra rovesciare la celebrazione sacra e poetica dello stilnovismo, proponendo una poesia maledetta segnata da figure femminili sospese fra questo mondo e l’Aldilà. Il poeta ama, ma come afferma nella poesia Memento, vede sotto la giovane bellezza della donna amata lo scheletro, la morte, le ombre della decomposizione. La donna di Tarchetti è ambigua, presente e futura, descritta ora come fanciulla ora come “vecchia sdentata”. Nella poesia M’avea dato convegno al cimitero l’autore descrive un appuntamento di mezzanotte, in un cimitero. Il discorso tra i due apre ad una raccapricciante rivelazione: la donna è morta, e propone all’amato di giacere con lei nell’avello. L’amore che tanto aveva tormentato la giovane quando era in vita si ripresenta adesso, in questa apparizione, come proposta estrema e definitiva. Di seguito il testo.

“M’avea dato convegno al cimitero

A mezzanotte — ed io ci sono andato:

Urlava il vento ed il tempo era nero

Biancheggiavan le croci del sagrato;

E alla smorta fanciulla ho dimandato:

— Perchè darmi convegno al cimitero?

— Io son morta, rispose, e tu nol sai

Vuoi nella tomba mia giacermi allato?

Molti anni or sono che viva ti amai,

Che mi serra l’avello inesorato…

Fredda è la fossa o giovane adorato!

Io son morta, rispose, e tu nol sai.”

Questo tema della sposa fantasma si lega sicuramente alle correnti simboliste e decadentiste del panorama europeo, discostandosi dalla corrente Romantica italiana che il Mosena,  nella sua prefazione a Disjecta, definisce come “dolciastra”.  È questo senso di distacco ad originare ed animare, in senso più generale, l’intera corrente della Scapigliatura, purtroppo mai messa seriamente in evidenza nell’intero corpus di opere della letteratura italiana. Il tema cimiteriale pare ritornare persino nella fase di composizione, in cui l’autore riesuma dalla tomba improfanabile degli antichi il metro della sestina lirica (ripreso poi dal più noto Gozzano) stravolgendolo: in luogo dell’alternanza tipica ABABAB egli propone una struttura ABABBA, rimarcando così la parola “cimitero” ai versi primo e sesto e l’espressione “nol sai” ai versi settimo e dodicesimo. Tarchetti si potrebbe definire, a buon merito e per queste ragioni, un avanguardista.

La poesia ha, fra i suoi tanti ruoli, quello di ricerca dell’Immortale. Queste spose defunte, amanti ardenti di passione ma gelide di morte, sono esse stesse poesia. Impressione ferma, immobile sul sepolcro della carta ma vive, pulsanti e animate da un sentimento immortale.

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