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“Cosa faresti se avessi tutto questo tempo su quell’orologio?” “Smetterei di guardarlo. Se avessi tutto quel tempo di certo non lo sprecherei” Citazione dal film “In Time” di Andrew Niccol

Nello scenario fantascientifico e futuristico di “In Time”, film ambientato in un tempo significativamente vicino al nostro, il regista Andrew Niccol propone e analizza da un’insolita prospettiva i centri nevralgici dell’esistenza umana: la finitezza della vita terrena e il bisogno di una ricchezza almeno capace di garantire la sopravvivenza, dando finalmente forma all’antica metafora del “tempo come denaro”. In effetti nell’universo spietato di Will Salas, dominato dalla fretta e da un’angosciante corsa contro il tempo, il gene dell’invecchiamento è stato sconfitto ma l’immortalità, sogno realizzatosi per una ristretta élite di ricchi cittadini, rimane un miraggio per la gente comune. Oltre la novità dell’intuizione, seppur sostenuta da un solido impianto filosofico di sapore stoico, il grande merito di Andrew Niccol è quello di aver saputo rappresentare efficacemente il senso di precarietà e incertezza che l’individuo prova di fronte ad una vita che gli sfugge, di fronte ad un’esistenza di cui ignora i confini e la durata, e nella quale si trova costantemente impegnato in una guerra contro il proprio destino. Un unico obiettivo lo domina: prendere tutto ciò che può nel minor tempo possibile, prima che il domani cali su di lui l’oscuro sipario del dubbio e della fine. Tuttavia quello che conta davvero non è la quantità di tempo che viene concessa all’uomo, ma la qualità con cui sceglie di viverlo.

Seneca: il valore qualitativo del tempo e l’adesso come “protinus

Non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo e non ne siamo poveri, ma scialacquatori” Citazione da “De Brevitate Vitae”, Lucio Anneo Seneca

Per Platone l’essere nel suo eterno presente è sottratto alla degradazione delle cose che divengono nel tempo. L’originalità degli stoici, ma soprattutto di Seneca, sta nell’interpretare l’ “è” platonico, eterno e immutabile, nell’orrizzonte del suo dinamismo. Infatti l’unica dimensione temporale che l’uomo possiede davvero è il presente: in esso agisce, vive, sceglie. E proprio attraverso quelle scelte che costituiscono il suo presente l’individuo, in armonia e pieno equilibrio con l’ordine cosmico, plasma e dà forma alla felicità del suo domani, che rimane comunque punto inafferrabile e ignoto nel fiume del tempo che scorre. Il passato, percepito dall’uomo come unica certezza ed entità conosciuta e conoscibile, è in realtà sfuggente perché irrecuperabile, un presente che è già stato e non potrà più essere ripetuto. Il tempo secondo gli stoici è, quindi una linea retta che si perde nell’infinito, del quale tuttavia vale la pena di vivere soltanto l’ “adesso”, il protinus che mette a fuoco un unico punto di quella linea immensa, senza mai, però, perderne di vista la sconfinatezza. Senza mai escludere dal campo visivo l’orizzonte del domani, appena percepibile come verità non ancora reale, eppure imminente. Tutta l’opera di Seneca è percorsa, come un brivido galciale, dall’ansia del tempo che sfugge, domata tuttavia dall’assennatezza del filosofo che rifiuta il futuro, latore di speranza e timore (le due maggiori sventure dell’uomo), e il passato, impietoso palcoscenico del dramma delle vite non vissute. Il Saggio, dunque, trionfa sul tempo perché ne trasforma il valore da quantitativo a qualitativo. Non è la durata che conta, ma l’uso che si fa di essa.

Orazio: l’attimo che fugge e l’adesso come “nunc

Mesci il vino e poiché la vita è breve, recidi la lunga speranza. Mentre parliamo, il tempo ostile sarà fuggito: cogli il giorno fidandoti il meno possibile del domani” Citazione da Ode XI, Orazio

La poesia di Orazio, lontana dall’equilibrio senechiano, vibra dell’angoscia indomabile di chi sa che il tempo non può essere fermato. La sua musica trema dell’ansia di chi sa che, nonostante il valore qualitativo dell’esistenza, essa è comunque effimera materia destinata adissolversi: dell’uomo non resterà altro che “pulvis et umbra” (polvere ed ombra). I suoi versi orchestrati con solida armonia, a dispetto dell’apparente serenità della forma, tradiscono l’inquietudine di un poeta affammato di eternità e a noi non resta che coglierne l’ultimo accorato appello: vivere nel momento, in ogni istante presenti a noi stessi. La concezione del tempo per l’epicureismo, e per Orazio in particolar modo, è puntiforme: l’esistenza dell’individuo non è che la somma di tanti punti che mai potranno essere colti nella loro uniformità lineare perché questa, semplicemente, non esiste. L’unica dimensione che conta è l’adesso, un nunc, un solo, misero punto nella linea infinita del tempo, un istante per così dire immobilizzato e dilatato nella sua precarietà che nel proprio piccolo e limitato orizzonte prospettico non può nemmeno sbirciare un domani che incombe, ma che neanche esiste.

Mentre parliamo, il tempo ostile sarà fuggito

Non a caso Orazio associa all’invida aetas (il “tempo ostile”) il futuro anteriore (invida aetas fugerit”, che significa “sarà fuggito”), tempo verbale dell’in-umano e proprio, quindi, di una dimensione capace di trascendere i confini terreni. Il futuro anteriore indica, infatti, un’azione non ancora compiuta, ma allo stesso tempo già trascorsa. Il bisogno tutto umano di catturare il tempo che sfugge è reso magnificamente dall’utilizzo di “carpe” (“afferrare, carpire”, “cogliere”), verbo corporale in grado di rendere efficacemente l’ansia quasi fisica di catturare l’attimo che scivola via, irrimimediabilmente. Tuttavia l’angoscia che domina tutta l’opera di Orazio è magicamente neutralizzata dall’equilibrio che, per quanto non connaturato all’interiroità del poeta, bilancia perfettamente le componenti della poesia coordinandole con leggera profondità. Non avvertiamo un’ansia affannosa, ma un rapido sospiro appena tremante di turbamento, quando leggiamo:                  


I danni celesti, tuttavia, li riparano rapide le lune:/ noi invece, una volta che siamo caduti/ laddove [sono caduti] il padre Enea, il ricco Tullo e Anco,/ siamo polvere e ombra”    

Orazio, Ode VI

Maria Chiara Litterio

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