“Il testamento” di De André e “Ser Ciappelletto”: ridere, sul letto di morte, delle ipocrisie umane

Dissacranti, divertenti ma anche serie e smascheratrici: la canzone del cantautore genovese e la novella del “Decameron” di Boccaccio demoliscono, con la risata di un moribondo, le finzioni del loro mondo.

La novella di “Ser Ciappelletto” in una miniatura del XV secolo. Parigi, Bibliothèque de l’Arsenal. Credit Foliamagazine.it

Le vite di Ser Cepparello da Prato (detto Ciappelletto) e quella del protagonista della canzone di Fabrizio De André stanno per concludersi. I due sono su un letto di morte e un’intera comunità di persone è pronta a raccogliere le loro ultime parole, che siano loro un testamento o una confessione. Ma il comportamento dei due, faccia a faccia con la morte, non è quello che tutti si aspettano e, tra equivoci e prese in giro, ne nasce una satira contro il finto perbenismo e una morale contraddittoria.

Fabrizio De André (1940-1999)

“Tanto all’inferno ci sarò già”

nel 1963 Fabrizio De André pubblicò un 45 giri dove compariva la canzone “Il testamento” come lato A e “La ballata del Michè” sul lato B. In entrambe le canzoni si parla di morte, ma se la ballata affronta il tema di un suicidio doloroso nell’ambiente tetro di una prigione, “Il testamento” possiede tutt’altro tono. Già dall’arrangiamento musicale si è in grado di capire quali sono le intenzioni del cantautore genovese: esso ha tutta l’aria di una melodia piuttosto allegra, come se fosse un motivetto da canticchiare. Ma subito, dal primo verso, si sente la parola “morte“, un vocabolo di per sé lugubre, serio e lacrimevole. Insomma, a primo impatto musica e testo sembrano stonare non poco, ma l’effetto prodotto non è frutto di leggerezza e di certo il fine non è quello di prendere alla leggera la morte. Tutt’altro: la morte è un passaggio importante, ma è ciò che la circonda qui sulla Terra che suscita il riso di Faber. E il risultato della combinazione tra testo e canzone è quello di una sarcastica derisione effettuata nientemeno che dal moribondo. Nel redigere il suo testamento, quest’uomo si lascia andare a una spietata riesumazione (per rimanere in tema) di quei comportamenti meschini delle persone che abitano un mondo fatto di ipocrisie e che, attorno al letto di morte, ora attendono di sapere cosa riceveranno in eredità. Gli eredi del protagonista della canzone sono proprio tipi umani della vita di tutti i giorni che, con le loro astuzie e secondi fini, fingono un attaccamento affettivo al povero in fin di vita pregustando avidamente un tornaconto: prostitute (una delle quali si chiama, con effetto parodico enorme, Bianca Maria) con i loro protettori e anche con i loro spasimanti, anziane donne interessate solo a ricevere suggerimenti su quali numeri giocare per tentare la fortuna, becchini dal mestiere ingrato.

Voglio lasciare a Bianca Maria
Che se ne frega della decenza
Un attestato di benemerenza
Che al matrimonio le spiani la via
Con tanti auguri per chi c’è caduto
Di conservarsi felice e cornuto
Con tanti auguri per chi c’è caduto
Di conservarsi felice e cornuto

Questo “Girotondo attorno al letto di un moribondo” è specchio di una società che si basa su valori ipocriti, su una finta morale rispettata solo superficialmente per poter perseguire i propri scopi nel segno di un perbenismo di facciata. E allora questa persona agonizzante, nel poco tempo che le rimane, inizia ad elencare i beni elargiti a ciascuno di questi avvoltoi che si accalcano attorno a lei per pascersi del poco che può offrire loro. Peccato che siano beni fasulli, degli scherzi che ricalcano i vizi dei loro ereditieri prendendosi gioco di loro e del simulato affetto nei confronti del testamentario.

Per quella candida vecchia contessa
Che non si muove più dal mio letto
Per estirparmi l’insana promessa
Di riservarle i miei numeri al lotto
Non vedo l’ora di andar fra i dannati
Per rivelarglieli tutti sbagliati
Non vedo l’ora di andar fra i dannati
Per rivelarglieli tutti sbagliati

Alla denuncia dell’ipocrisia si unisce quindi la beffa, accompagnata dalla fragorosa risata di chi sa già che verrà maledetto per il suo gesto. Di questo però gli importa poco, perché è già consapevole che il suo posto, dopo il trapasso, sarà all’inferno e una maledizione in più o in meno non influenzerà minimamente la sua sorte. Infondo è un uomo che muore senza pregare, senza i conforti di quella religiosità profonda che, tuttavia, forse si copre un po’ di quell’ipocrisia della gente che la pratica. In ultima analisi, il protagonista sa bene di morire da solo, affrontando questo passo in solitudine senza religione e senza affetto, avendo attorno al suo letto di morte soltanto persone finte per nulla interessate a lui. Quando la morte lo chiamerà, nessuno al mondo se ne accorgerà…

Un santissimo peccatore

La prima giornata del “Decameron” di Giovanni Boccaccio ha come regina Pampinea, che dispone che ciascuno dei dieci giovani novellatori (sette ragazze e tre ragazzi) parli di ciò “Che più gli sarà a grado“. Così Panfilo, uno dei tre ragazzi, dà inizio alle danze con quella che diventerà una delle più famose novelle della letteratura italiana. il narratore specifica, prima di cominciare, che è giusto che l’inizio di ogni opera sia dedicata a Dio e che abbia Lui come argomento. E in questo caso l’argomento viene affrontato ma in un modo molto insolito e pittoresco. La prima novella del “Decameron” è quella di Ser Cepparello da Prato, personaggio realmente esistito,  vissuto agli inizi del XIV secolo e chiamato Ciappelletto dai francesi presso i quali si reca spesso per affari. Che tipo di affari? loschi, criminali perlopiù: riscuote i debiti per conto di Messer Musciatto, un mercante arricchitosi in modo spietato non senza esercitare la pratica dell’usura. Per ovviare alle riscossioni o alle pratiche più scomode, questo Messer Musciatto si serve appunto di Ser Ciappelletto, un uomo disonesto, cattivo, senza scrupoli e totalmente irreligioso. Accade che, mentre deve risolvere delle questioni in Borgogna presso mercanti italiani attivi in quella zona della Francia, Ciappelletto si ammala gravemente e presto si ritrova in fin di vita. I due mercanti che lo ospitano, consapevoli della vita che lui aveva condotto fino a quel momento, temono di subire ripercussioni da parte della popolazione locale se costui non morisse confessato e con la benedizione religiosa. Sanno che in casa loro sta morendo un vero e proprio bestemmiatore, uno che non ha per nulla sentimenti o carità cristiani e perciò si danno già per spacciati. Ma a risolvere tutto ci pensa proprio Ciappelletto, pronto ad aiutare i due ospiti e insieme a commettere l’ultimo grande inganno della sua menzognera vita terrena. Un frodatore come lui, senza alcuna morale, non ha alcun problema a mentire durante la sua estrema confessione, rito nel quale non ha mai creduto e che è pronto a dissacrare con tutto se stesso. Come il personaggio di De André, anche lui è consapevole di essere inesorabilmente condannato all’Inferno, dunque si lascia andare a questa estrema frode con la quale divertirsi prendendosi gioco degli uomini religiosi e dei fedeli. E, giunto un confessore detto “sant’uomo“, anziano e venerabile frate, Ciappelletto finge in tutto e per tutto di essere un cristiano modello. Inizia col dire di essere solito confessarsi tutte le settimane, poi il suo teatrino continua imperterrito mentre racconta di aver commesso peccati davvero di poco conto e mostrandosi profondamente pentito per delle sciocchezze. Il rovesciamento parodico della novella boccacciana arriva persino a far sentire in soggezione il confessore, persona buona e grande uomo di chiesa, di fronte alla grande fede di Ciappelletto che, addirittura, si permette di rimproverare il frate che lo ascolta quando non mostra la severità a cui è chiamato durante il sacramento.

Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme col priore del luogo; e fatto sonare a capitolo, alli frati radunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato sant’uomo.

L’inganno è compiuto: Ciappelletto muore e il sant’uomo, convinto della purezza dell’anima del defunto, annuncia che un santo era appena andato in paradiso e il suo corpo si trovava proprio in quella comunità. Allora i fedeli del luogo iniziano a venerarlo e la parodia raggiunge il massimo livello: per chiedere intercessione presso Dio, le persone rivolgono le loro preghiere a San Ciappelletto, uno dei più acerrimi peccatori mai visti sulla Terra. Di nuovo, quindi, siamo di fronte a un moribondo che si fa beffe del mondo che sta per lasciare nella sua ferma consapevolezza di non essere certamente il più retto dei cristiani. Il testamento di Ciappelletto è di natura spirituale, proprio come quello di De André e lascia in eredità l’inganno e il sorriso di chi vede su quanto poco si basi la sua società.

Ser Ciappelletto nel cortometraggio girato da Pier Paolo Pasolini

Pars destruens e pars construens

La presa in giro di Ciappelletto è rivolta alla bonarietà e alla facilità con cui le persone si lasciano ingannare e alla fallacia dei comportamenti umani. L’inizio dell’opera viene consacrato a Dio, come voleva Panfilo, ma attraverso una satira che smaschera la debolezza della parte umana della religione, quella della venerazione di santi che in realtà sono persone comuni e, per quello che si può sapere, potrebbero pure essere peccatori senza ritegno. Questo perché, dopotutto, i santi sono una creazione degli uomini, che hanno bisogno di questi intermediari ai quali rivolgere le preghiere. Ma Boccaccio denuncia il fatto che, nella sua epoca, si pregassero più i santi di Dio stesso e che quindi era facile venire ingannati: bastava semplicemente che qualcuno avesse l’ardire di mentire in confessione. Anche il frate più santo e più colto che ci sia può essere tratto in inganno da un bravo bugiardo, ma non Dio. E poi la condanna si allarga al motivo per cui Ciappelletto è costretto a fare la sua confessione, cioè la possibile ripercussione sui mercanti italiani stanziati in Borgogna da parte degli abitanti indigeni. L’ipocrisia degli uomini porta a giudicare una classe di persone, già mal viste, semplicemente in base alla rettitudine religiosa di uno di loro, il cui essere un peccatore potrebbe dunque essere un pretesto per scacciare una minoranza mal vista. Nulla a cui una buona falsissima confessione non possa porre rimedio. Ma la novella non è solo costituita da una pars destruens, perché c’è anche una pars construens. In questa visione, Boccaccio vuole mettere a nudo la differenza sostanziale tra il piano umano e quello divino, uno contraddittorio e ingannabile, l’altro distante e infallibile. Dio non bada affatto ai santi, che sono invenzioni degli uomini e nemmeno alla bonarietà degli ecclesiastici: egli può anche essere esaltato e lodato anche grazie a un perfido individuo come Ciappelletto, servendosi di uno strumento così abominevole per perseguire un fine positivo nel suo infallibile (e imperscrutabile) disegno. Alla denuncia dei limiti degli uomini si accompagna l’ammonimento e la presa di coscienza dell’inarrivabile superiorità del divino, il solo a cui rivolgere, in modo sicuro, le proprie preghiere. Anche se può servirsi persino dei santi inventati dagli uomini. La stessa canzone di De André contiene anche una piccola pars construens, cioè non è solo dissacrante e demolitrice ma lascia spazio ai sentimenti sinceri d’amore e alla schietta presa di coscienza dell’ineluttabilità della morte. In tutta la danza di falsità attorno al moribondo, c’è lo spiraglio di un ricordo affettuoso nei suoi confronti da parte di una donna che gli ha voluto bene. A lei viene lasciato, nel testamento, il dono più puro e immortale: una rosa, rossa di passione, ogni petalo della quale rappresenta un palpito del cuore sofferente e innamorato. Come a dire che, in un mondo di finzioni e assurdità, c’è ancora spazio per emozioni profonde e sincere, le uniche che possono fiorire persino dalla morte in quanto esse vanno al di là di essa e vivono nel ricordo.

 

bibliografia:

-Giovanni Boccaccio, “Decameron” a cura di A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano, ed. BUR 2018

 

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