Aristotele attribuiva all’uomo una capacità unica, quella del pensiero astratto, la possibilità di andare oltre al sensibile. Nel mondo delle immagini che crea, l’uomo può trovare un rifugio, diventando un sognatore.

L’uomo che tutte le notti puoi scoprire a passeggiare tra le strade di San Pietroburgo non è un uomo comune. Solitario, silenzioso, distaccato, questo singolare personaggio vive in un’altra dimensione, viaggia ogni giorno con l’immaginazione per trovare la sua quiete. Non ne sappiamo niente, nemmeno il nome. Il suo tratto distintivo, però, la sua essenza, ce la dichiara lui stesso: è un Sognatore, amante della fantasia, inventore di mondi nuovi.

“Le notti bianche”
“Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse può esserci solo quando siamo giovani”. Il protagonista, ormai da qualche sera, ha preso l’abitudine di avventurarsi nel cuore di una San Pietroburgo deserta, lanciando sguardi agli edifici, alle finestre, alle rare persone che incontra. L’uomo è un solitario, ma giunto ormai al punto di sentirsi oppresso da questa sua solitudine forzata, senza averne però consapevolezza. A questa angoscia che lo affligge, e di cui non trova il senso, il protagonista ha trovato una soluzione: i sogni. Tra le pareti annerite della sua cameretta riesce a sentirsi sempre al sicuro, a suo agio, estende quel piccolo spazio con il solo aiuto della fantasia. Immaginare è la sua attività preferita, non fa altro. Il suo bisogno celato di vivere la realtà e la concretezza, però, una di quelle sere passate a passeggiare, si fa più urgente. A risvegliarlo è Nesten’ka, una ragazza di diciassette anni con cui stringerà la sua prima amicizia, e che poi susciterà, in quest’uomo così distaccato, un sentimento mai provato prima.

Il sogno ad occhi aperti
Anche Nesten’ka, come il protagonista, vive in una realtà che non la soddisfa, che non sente pienamente sua. Quando il Sognatore le rivela la sua passione per il viaggio con la fantasia, Nesten’ka lo comprende, si sente simile a lui. Racconta che anche lei, quando è costretta a passare le giornate a rammendare seduta accanto alla sua anziana e possessiva nonna, costruisce un mondo proprio, si figura in un’altra, fantastica vita. Con ogni probabilità, leggendo “Le notti bianche”, noi tutti proveremmo empatia per questi due afflitti personaggi, ci riconosceremmo nelle loro angosce, nel modo in cui cercano un rifugio. L’essere umano è di per sè creativo, la mente produce incessantemente pensieri e immagini, e questa attività si fa più densa nei momenti di disagio. Quando non ci piace quello che stiamo vivendo, quando l’insoddisfazione ha la meglio, costruiamo una nostra utopia personale, un mondo alternativo in cui possiamo raggiungere tutti i nostri obiettivi. Un mondo che può essere più o meno realistico, a seconda della situazione, della fantasia di ciascuno: quel che è certo è che il sogno ad occhi aperti è fondamentale per tutti.

Il Nous
Quando il Sognatore racconta la sua storia a Nesten’ka, spiega che “Il sognatore, se serve una più accurata definizione, non è un uomo, ma un essere di genere neutro”. Prestando ascolto ad un filosofo che sull’immaginazione ha fatto senz’altro molte ricerche e teorie, ci troveremmo in pieno disaccordo. Aristotele infatti, che considera l’anima umana come un insieme di tre parti, ci spiega che una di queste, in particolare, è tipicamente umana, solo nostra: è quella che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi, è addirittura divina ed eterna. Si tratta del Nous, dell’intelletto, della facoltà immaginativa di pensiero. L’intelletto, a sua volta, possiede una parte “passiva”, che riceve dati e informazioni dall’esterno, chiamata nous pathetikon, e una parte attiva, produttiva, il cui nome è appunto nous poietikon (dal greco ποιέω, “poieo”, ovvero “fare, costruire, comporre”). Quest’ultima parte è quella che ci consente di rappresentare nella nostra mente oggetti non immediatamente presenti, di pensare in astratto, e quindi matematicamente e filosoficamente, di fantasticare. Però, per Aristotele, l’intelletto non produce “da zero”, non crea nel vero senso della parola. L’intelletto tende a mantenere sempre un legame con la realtà: per quando assurde siano le cose che pensiamo, che immaginiamo, i “mattoncini” che compongono queste figure derivano dall’esperienza, dal sensibile. Essi non sono nient’altro che phantasmata, immagini provenienti dal nostro vissuto che conserviamo grazie alla memoria, e che scomponiamo, sovrapponiamo, leghiamo grazie all’attività del Nous. L’uomo, è infine chiaro, non fugge davvero dalla realtà, ma la reinventa, la “mette in ordine”, immaginandola nel suo miglior modo di essere.