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Alessandro Magno oltre i confini del mare: una canzone di Vecchioni e un’antica leggenda sul primo sommozzatore

Fin dove si è spinto uno dei più celebri conquistatori e strateghi dell’antichità? Quali limiti ha travalicato? Ce lo raccontano la storia, una canzone di Vecchioni e un’antica leggenda.

Discesa di Alessandro sul fondo del mare, arazzo fiammingo realizzato per Carlo il Temerario duca di Borgogna (part.), 1475 circa, Genova, Palazzo Doria

Cosa succede se un giovane uomo dall’incontrollabile desiderio di potere e competizione, con una visione politica di incredibile lungimiranza, si trova di fronte al mare? Cosa succede se una personalità tale, forgiata dall’ambizione della madre Olimpiade per diventare simile ad un dio, viene posta di fronte a un elemento così vasto e incontrollabile?

Si noti il corso del fiume Indo e il Gange

La spedizione in India di Alessandro Magno

Siamo nel IV secolo a.C., più precisamente nell’estate del 327: dopo la conquista dell’impero persiano, Alessandro organizza quella che sarà l’ultima grande spedizione militare, affiancato dai generali macedoni, verso i territori dell’India alla guida di un esercito di 100.000 guerrieri persiani. Il sovrano macedone vagheggiava un impero universale e si proponeva forse di arrivare con le sue conquiste fino al limite orientale delle terre emerse, fino “ai confini del mondo“. Alessandro intendeva creare uno stato forte e uniforme: malgrado le differenze dei popoli, delle lingue e delle culture, mirava alla diffusione delle istituzioni, della lingua e della cultura ellenica. Quando Alessandro partì di nuovo alla volta dell’Asia, sembrava aver mirato razionalmente a ricostruire l’intera struttura del confine naturale e storico dell’impero persiano, ossia del fiume Indo: sognava dunque la ricostruzione e il consolidamento di un confine fluviale ed estremo, da non valicare per nuove avventure. Superato il Paropamiso, catena montuosa dell’odierno Afghanistan, nell’estate del 327, Alessandro attraversò l’Indo, dopo aver assoggettato gli abitanti della valle del fiume Kabul, nella primavera del 326. Giunse poi nella regione di Tassila, nell’odierno Pakistan, e strinse un’alleanza con il re Taxila, aiutandolo a sconfiggere il vicino re Poro, invadendo la regione indiana di Punjbab. Successivamente fondò due città, Nicaea (odierna Mong) e Bucefala (oggi Jehlum), quest’ultima in onore del suo cavallo Bucefalo, morto durante la battaglia. Alessandro aveva forse intenzione di arrivare fino alla vallata del Gange, ma l’armata macedone giunta sul fiume Ifasi (oggi Beas) nell’estate del 325, stanca dell’idea di proseguire una lunga campagna contro i potenti indiani si rifiutò di seguirlo oltre verso est. Infatti superare l’Ifasi in direzione del Gange sarebbe stato l’atto che avrebbe rotto lo schema della “politica dell’Indo”. Il malumore dell’esercito, stanco delle giungle monsoniche e stremato dalle febbri malariche, e l’esito negativo dei diabatèria (sacrifici per la traversata) determinarono un’inversione della rotta di marcia:  sulla riva dell’Ifasi furono eretti dodici altari, alti come torri di città, simbolo sacrale e monumentale di un confine fluviale consolidato. Alla sua foce, sull’Oceano Indiano, fece costruire un porto sicuro che avrebbe dovuto svolgere la funzione di emporio verso l’estremo Oriente. L’esercito iniziò dunque la marcia di rientro, segnata da altrettante tappe e perdite, fino a giungere nel 324 nella città persiana di Susa. 

Discesa sottomarina di Alessandro, miniatura da un manoscritto francese del Roman d’Alexandre, XIV secolo, Oxford, Bodleian Library, ms. 264, c. 50r

Alessandro e il mare: un brano di Roberto Vecchioni

Ed è proprio nell’India del IV secolo a.C., ai “confini del mondo”, che Vecchioni, inserisce la vicenda del suo Alessandro. Il cantautore, che ha insegnato greco e latino al liceo per trent’anni per poi passare alla carriera universitaria, rende protagonisti delle sue canzoni i personaggi dell’antichità, facendo rivivere il mito e la storia attraverso la musica: nel brano Alessandro e il mare, pubblicato nell’album Milady del 1989, compare proprio Alessandro Magno, re di Macedonia nonché faraone d’Egitto. Al tramonto i “soldati ubriachi di futuro” guardano il loro giovane condottiero solo, di fronte al mare, come un’ombra in controluce e non osano rivolgergli la parola, non osano turbare la sua quiete, sperando che stia meditando sul da farsi: andare a casa, come sperano i soldati, o spingersi oltre?  Il mattino seguente il sole sta sorgendo e le truppe, impazienti e stanche, domandano: «Dove si va, passato il Gange, Generale, parla, dicci solo dove». Probabilmente Alessandro “bello come la mattina il sole ”, non gli rispose: forse era ancora assorto nei suoi pensieri e stava sognando ad occhi aperti. Ricordava il passato, tornava il bambino spensierato, che ancora aveva tutta la vita davanti a sé, che correva nei viali di quell’immenso giardino di Pella, quando giocava sereno e beato. Guardando il mare gli si apre un varco. Ricorda  la fontana coi pesci, dai riflessi d’argento, che poteva soltanto guardare ma mai buttarcisi dentro, forse per timore che la mamma Olimpiade lo avesse sgridato. Ma ora ha il mare davanti a sé: una fontana finalmente da toccare senza remore. Vecchioni immagina una morte alternativa per il grande condottiero, lì in India e non a Babilonia, senza fare tantomeno menzione dell’Alessandro sospettoso di congiure che si abbandona agli eccessi alcolici: in un’atmosfera quasi onirica, folle e fiero, entra in mare a cavallo, e si abbandona ad esso, a quello stesso mare che aveva sempre tentato di soggiogare, seguito con fiducia dai suoi soldati, contenti di dover annegare con lui e di seguirlo in quel varco che apriva lieti ricordi. Alessandro cerca la conquista definitiva o forse solo la purezza dell’infanzia perduta? Forse decide di ritornare all’idea del bambino che era, attraverso l’acqua, elemento germinale della vita, purificandosi per tornare ad una dimensione originaria, essenziale, come se tutta la sua vita lo avesse portato a quel determinato momento, come se tutte le sue grandi imprese fossero confluite in quel piccolo semplice gesto, come se avesse ancora un ultimo briciolo di quella curiosità che lo aveva sempre condotto oltre i confini. E «mentre si voltava indietro non aveva niente da vedere; e mentre si guardava avanti niente da voler sapere»: era arrivato lì e non serviva sapere altro. Con quel suo ultimo atto del voltarsi, che separa il mondo della vita da quello della morte,  prende la decisione di attraversare il varco tra qui e l’altrove, di trasumanar, come direbbe Dante, di elevarsi oltre i limiti della natura umana per attingere la natura divina, diventando spirito, diventando anima. 

Discesa sottomarina di Alessandro, Manoscritto Bodley, 264, XIV secolo, Oxford, Bodleian Library, ms. 264, c. 50r.

La leggendaria discesa di Alessandro nelle profondità marine

Nei secoli successivi alla sua morte sono nate, attorno alla figura di Alessandro Magno, delle affascinanti quanto inverosimili leggende, a confine tra storia e mito, come spesso accade nell’antica cultura greca. Questi racconti confluirono inizialmente nel Romanzo di Alessandro, testo apocrifo costituitosi ad Alessandria d’Egitto, nella prima metà del II secolo a.C., che anno dopo anno, si arricchì di storie, finché la sua forma definitiva fu erroneamente attribuita, per darle un tono di autorevolezza, a Callistene, segretario e storico di Alessandro, nonché nipote di Aristotele, a cui il sovrano diede l’incarico di descrivere la sua vita in toni favolosi e leggendari. La raccolta fu tradotta in latino, in siriaco, in arabo e  in persiano: ovviamente ogni traduzione tolse, aggiunse e modificò qualcosa, rielaborando forma e contenuto alla cultura del pubblico a cui era destinata.  Anche Curzio Rufo, storico romano d’età imperiale, scrisse delle storie sul re di Macedonia, le Historiae Alexandri Magni Macedonis, mettendo in risalto il carattere ambizioso del sovrano e soprattutto la volontà di superamento dei limiti umani: il cielo, il mare e la morte. 

Storie di Alessandro, Curzio Rufo

Un intrigante racconto di una di queste incredibili avventure in mondi lontani, riguarda la discesa di Alessandro negli abissi del mare, ossia la prima grande spedizione dell’uomo nel mondo sommerso. La leggenda narra che il conquistatore, intorno al 333 a.C., curioso di scoprire quali segreti celassero le profondità marine e desideroso di recuperare altre perle simili a quelle che aveva trovato dentro un granchio, fece costruire ai suoi artigiani una botte di vetro rinforzata con lastre in bronzo, con tanto di lampade per illuminare la zona circostante, per potersi calare sul fondale, dopo averla assicurata ad una barca da una catena che, in alcune versioni, l’infedele moglie Rossane lasciò cadere, senza riuscire nell’intento di uccidere il marito. Fece costruire dunque il primo sommergibile, tramandato dalle fonti con il nome di scafandro, dal greco skáphē, ‘barca, galleggiante’ e anḗr, andrós, ‘uomo’. E così fece, si immerse: secondo alcune fonti si fece accompagnare da Nearco, ammiraglio della flotta macedone, secondo altri aveva portato con sé un gatto, un cane e un gallo per conservare la nozione del tempo e per controllare il grado di impurità dell’aria. Jean Wauquelin, nelle sue Histoire du bon roy Alexandre, del 1438, ci racconta che Alessandro vide pesci che camminavano sul fondo come quadrupedi e che si nutrivano dei frutti degli alberi che si trovavano sul fondale marino: vide balene di incredibile grandezza e persino pesci di forma umana, una strana popolazione marina in cui gli uomini avevano barbe fluttuanti, camminavano e cacciavano i pesci per mangiarli come sulla terra si fa con gli animali, secondo la legge del “pesce più grande mangia quello più piccolo”.

Questa tappa del viaggio fantastico-fiabesco di Alessandro fino ai confini dell’universo, compare per la prima volta in una lettera indirizzata alla madre Olimpiade, all’interno di una versione di IV secolo del Romanzo, per raccontarle le avventure dei suoi viaggi: vi è anche la descrizione di un gigantesco mostro marino che inghiotte il sovrano e le navi che lo hanno calato sul fondo per poi depositare Alessandro, incolume, sulla spiaggia. 

Questo aneddoto- non del tutto infondato, in quanto fonti storiche attestano che nel 332 a.C., durante l’assedio della città di Tyre, Alessandro si immerse con alcuni sommozzatori al fine di rimuovere gli ostacoli che impedivano l’accesso all’area portuale- mette in evidenza l’atteggiamento del giovane macedone: tenta di rendersi ancora una volta sovraumano, capace di superare i limiti dei mortali e i confini, dell’esistenza e del mondo. Il rapporto tra l’uomo e il mare nell’antichità è infatti basato sul timore dell’ignoto e dell’inesplorato e al tempo stesso sul desiderio che spinge l’uomo a voler conoscere, anche a costo di dover superare i propri limiti.

Attrezzature subacquee antiche: già Aristotele nel IV a.C. descrive il suo utilizzo nella sua opera “Problemi” (in greco antico: Προβλήματα, Problémata)

 

Discesa di Alessandro nel fondo del mare-miniatura da un manoscritto francese del Roman d’Alexandre-XV-secolo-Le Mans Méd.Aragon-103-c.-67v.jpg

 

Miniatura tardo medievale raffigurante Alessandro Magno mentre viene calato in mare all’interno di una gabbia stagna.

Clicca qui per ascoltare Alessandro e il mare di Roberto Vecchioni: https://www.youtube.com/watch?v=Br-cnDJQcbI

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