Il regime egiziano e l’assordante silenzio dello Stato Italiano: i complici dell’arresto di Patrik Zaki

Il 7 febbraio 2020 Patrick George Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna di ritorno in Egitto per una visita alla famiglia, viene fermato all’aeroporto del Cairo in nome di un mandato di arresto emesso nel settembre 2019 e di cui nessuno era a conoscenza.

 

Ieri pomeriggio, la notizia che nessuno sperava di ricevere: il prolungamento della detenzione dello studente egiziano per altri 45 giorni, suscitando ulteriore preoccupazione sul trattamento subito dal ricercatore dell’Alma Mater. Gli attivisti per i diritti umani non si vogliono arrendere, anzi, vogliono andare a fondo alla questione, perché in Egitto è in corso un potente regime autoritario che non guarda in faccia a niente e a nessuno.

 

Le accuse del diritto internazionale

Lo scorso novembre l’Egitto è stato sottoposto all’esame periodico universale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che fa un bilancio della situazione di ogni Paese membro: nel report ufficiale dell’Onu sono state denunciate gravi restrizioni delle libertà, 1.500 sparizioni forzate tra il 2013 e il 2018 e migliaia di persone rinchiuse in carcere in maniera preventiva, anche in stato di isolamento. Sempre secondo il massimo garante dei diritti umani, andare a giudizio nello Stato del Nilo non è sinonimo di rispetto dei diritti umani, poiché, le informazioni ottenute dall’accusato sono estorte dalla tortura. L’obiettivo delle autorità egiziane è quello di prolungare i giorni della detenzione fino a portare il caso all’oblio. Questo modus operandi egiziano ci è ben noto sin dal caso di Giulio Regeni, sebbene la dinamica della sua tortura e in seguito uccisione sia stata quasi differente.

La Convenzione contro la tortura e l’adesione dell’Egitto

Ma il paradosso più assurdo è rappresentato sicuramente dal fatto che l’Egitto abbia firmato proprio una Convenzione contro la Tortura, conclusa a New York il 10 dicembre 1984. Essa considera la tortura come qualsiasi atto mediante il quale viene intenzionalmente inflitto, ad una persona, un dolore o una sofferenza acuta, fisica o mentale, al fine di ottenere, da lui o da una terza persona, informazioni o una confessione, per punirlo per un atto che lui o una terza persona hanno commesso o sono sospettati di aver commesso. Questa convenzione richiede agli Stati che l’hanno ratificata di adottare misure concrete per prevenire la tortura all’interno dei loro confini e proibisce loro di rimandare le persone nei loro paesi di origine dove rischiano di essere torturate. Ha, inoltre, istituito il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, responsabile della sua effettiva attuazione, a cui tutti gli Stati firmatari devono riferire sull’incorporazione del diritto internazionale pubblico nelle loro leggi nazionali. Questa convenzione è stata integrata da un protocollo opzionale, votato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 2002 ed entrato in vigore il 22 giugno 2006. Questo protocollo stabilisce un sistema di visite regolari in luoghi in cui si trovano persone private della libertà, effettuate da organismi indipendenti. Questo sottocomitato per la prevenzione si ispira al Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti istituito dal Consiglio d’Europa nel 1987. Dunque, la domanda sorge spontanea: come mai l’Egitto ha ratificato un trattato che assolutamente non rispetta? La risposta ci viene fornita dagli Osservatori dei Diritti Umani, secondo i quali, l’Egitto abbia sempre voluto dimostrarsi come uno Stato grande e moderato, capace di mediare egregiamente nella complessa vicenda tra Israele e Palestina, di cui esso fa da ponte. Ma, la realtà, a seguito del caso Regeni, prima, e quello di Patrik Zaki, poi, ci mostra tutt’altro.

Il silenzio assordante dell’Italia

A parere di molti esperti di relazioni diplomatiche, per arrivare ad una svolta giudiziaria, è necessario essere credibili ed autorevoli. L’Italia, però, continua a stringere accordi, perlopiù commerciali, con l’Egitto e questo, per gli attivisti dei diritti umani, farebbe pensare ad una sottomissione del nostro Stato per delle logiche di profitto. Gli accordi sono  all’interno di una complessa relazione commerciale, economica, politica, strategica tra Italia ed Egitto. Una relazione in cui la Sace – la società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti che si occupa di sostegno alle imprese italiane nel mondo – ha una parte rilevante, così come tutte le aziende italiane che compongono il ricco mosaico dei rapporti economici bilaterali. Relazione in cui fa ovviamente la parte del leone l’Eni, che con la scoperta e lo sfruttamento del giacimento Zohr, il più importante del Mediterraneo, si è assicurata un ruolo si potrebbe dire inscalfibile, che non potrebbe essere per nulla toccato dal richiamo in Italia del nostro ambasciatore al Cairo. I realisti sostengono che i diritti umani non possono incidere più di tanto sulla nostra bilancia commerciale e sui nostri alleati strategici nel Mediterraneo orientale, verso nord, verso la sempre più rilevante questione petrolifera di fronte alle coste di Israele, Cipro e Libano. Né che si può toccare un Paese, l’Egitto, sempre più intenzionato a profilarsi come il vero antagonista della Turchia di Erdogan, presente non solo nel Mediterraneo orientale, ma sempre più nel quadrante libico. Pertanto, un alzare la voce significherebbe rovinare accordi che rischierebbero di far vacillare la nostra economia, incuranti del fatto che molti civili stiano morendo, senza conoscere la loro colpa.

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