Il rapporto annuale di Amnesty International svela l’eccessivo incremento nel mondo del reato di tortura

Il rapporto 2020-2021 di Amnesty International è stato pubblicato. Un’analisi che ha coinvolto ogni angolo del mondo in un anno particolarmente difficile e delicato a causa del covid.

Nel 2020 la pandemia da Covid-19 si è insinuata in società afflitte da disuguaglianza e discriminazione, allargando solchi e divisioni già esistenti. Ha approfittato di politiche di sanità pubblica colpevolmente inadeguate. La risposta di molti governi non è stata all’altezza della sfida posta dall’emergenza globale e non pochi di loro hanno ne hanno approfittato per introdurre nuove leggi repressive o “proteggendo” già quelle esistenti. Ma un dato su tutti emerge come brutalmente aumentato: l’aumento di torture e maltrattamenti, verificatisi in almeno 87 Paesi, 41 dei quali con esiti mortali.

Quando abbiamo effettivamente un atto di tortura

In almeno 18 paesi è continuata la prassi di torturare o sottoporre ad altro maltrattamento coloro che erano in custodia, in particolare durante le fasi dell’interrogatorio allo scopo di estorcere “confessioni”. In tutta la regione africana, ad esempio, i tribunali hanno giudicato gli imputati sulla base di prove ottenute tramite tortura. In Bahrein, Egitto, Iran e Marocco, le autorità hanno fatto ricorso al regime d’isolamento prolungato e indefinito, che spesso corrisponde a una forma di tortura, per punire i prigionieri per le loro opinioni o discorsi politici o per estorcere loro “confessioni”. Casi analoghi sono avuti anche in Sud America, in particolar modo in Brasile, dove nei primi sei mesi del 2020,   almeno 3.181 persone sono state uccise dalla polizia, con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo il Forum brasiliano per la sicurezza pubblica, nel 79,1 per cento dei casi le persone uccise dalla polizia erano nere; in Venezuela, l’uso illegale della forza da parte di polizia, esercito e gruppi armati contro i manifestati è stato diffuso. L’Ohchr ha riportato che nel paese almeno 1.324 persone sono state uccise nel contesto di operazioni di sicurezza, tra il 1° gennaio e il 31 maggio. Anche in altri paesi ci sono stati esempi di uso eccessivo e non necessario della forza nel contesto dell’applicazione del lockdown per il Covid-19. In Argentina, la polizia è stata coinvolta in aggressioni fisiche a membri delle comunità native, durante operazioni relative a supposte violazioni delle restrizioni per il Covid-19. In Cile, il governo ha intentato oltre 1.000 cause contro manifestanti pacifici, ricorrendo alla legge per la sicurezza dello stato, che non era in linea con le norme internazionali sui diritti umani e poteva aprire la strada ad accuse politicamente motivate. La tortura agisce proprio secondo degli intenti e degli scopi. L’intento è il dolo, la volontà di ottenere tramite il maltrattamento un certo scopo. Lo scopo più tradizionale è quello di estorcere. L’intento non è quello di provocare gravi sofferenze, ma di ottenere informazioni o confessioni. Lo scopo, però, non è solo questo. Ci sono vari scopi e sono indicati all’Art.1 alla Convenzione delle Nazioni Unite alla prevenzione della tortura (1984), il quale enuncia che l’atto è tale con lo scopo di ottenere dalla vittima o da una persona terza, informazioni e confessione. Lo scopo può essere quello di punire la persona, ma anche intimorire la persona o una terza, oppure può essere per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione.

Gli anticorpi contro il reato di tortura

Con l’avvento degli anni Settanta, il consenso generale sul divieto di tortura permette di realizzare importanti iniziative. Numerosi Stati diventano consapevoli che gli strumenti giuridici esistenti non erano sufficienti e, nel quadro delle Nazioni Unite, promuovono l’idea di elaborare nuovi testi che contenessero disposizioni dettagliate per combattere il fenomeno a livello universale. La prima risoluzione ampiamente dedicata alla tortura, che ne condanna la persistente diffusione, risale al 1973. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, anche per la pressione esercitata da alcune Organizzazioni Non Governative, raccomandava agli Stati di dotarsi di strumenti vincolanti che vietassero simili pratiche. Due anni dopo, il 9 dicembre 1975, la stessa Assemblea adottava per consenso la Dichiarazione sulla Protezione di tutte le persone sottoposte a forme di tortura e altre pene  o trattamenti inumani, crudeli o degradanti. Per quanto non sia vincolante, essa rappresenta la prima occasione per delineare alcune linee generali di condotta. Tra queste, la necessità di prevedere programmi di formazione per le forze di polizia; l’inserimento della tortura come reato penale nella legislazione nazionale; l’obbligo di investigare in modo imparziale e perseguire penalmente episodi di tortura; la possibilità di risarcimento per le vittime. Da rilevare, tuttavia, come alcune disposizioni si riferiscono unicamente alla tortura e non agli altri trattamenti vietati oggetto della Dichiarazione. Tale impostazione, per quanto discutibile, caratterizza anche la futura Convenzione, quasi a garantire differenti livelli di protezione tra le due categorie senza però effettuarne una precisa distinzione. Rispetto alla Convenzione, però, l’inserimento di misure molto specifiche ha riscosso il consenso generale da parte degli Stati proprio per la mancanza di un meccanismo di controllo e per la natura del documento, la cui attuazione dipendeva solo dalla volontà dei Governi nazionali. Nonostante l’adozione della Dichiarazione, tutte le parti coinvolte sentirono sin da subito l’esigenza di promuovere nuove iniziative e legare gli Stati a regole di comportamento vincolanti. In questo
contesto nacque l’idea di un trattato. Il 10 dicembre 1984, la Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Inumani o Degradanti (CAT) fu approvata per consensus dall’Assemblea Generale e, dopo il deposito del ventesimo strumento di ratifica da parte della Danimarca, ai sensi dell’art. 27, è entrata in vigore il 27 giugno 1987. Questa Convenzione prevede, analogamente ai Patti del 1966, un meccanismo di controllo, a cui gli
Stati contraenti devono sottoporre le misure adottate per adempire agli obblighi che essa impone loro. Nel frattempo, altri strumenti hanno rafforzato la lotta contro simili pratiche. Nel 1981 è stato creato “The United Nations Voluntary Fund for Victims of Torture”, allo scopo di finanziare le organizzazioni dedite all’assistenza delle vittime di torture e alle loro famiglie. Quattro anni dopo, il 22 maggio 1985, la Commissione dei Diritti Umani ha nominato anche un primo Relatore Speciale che, in qualità di esperto indipendente, aveva il compito di documentare lo stato della tortura nel mondo. Tale figura, nominata ogni anno dalla Commissione sulla base della risoluzione 1235, ha una funzione umanitaria e di prevenzione che può essere espletata nei confronti di tutti gli Stati. In particolare, egli può tuttora: trasmettere comunicazioni allo Stato coinvolto riguardanti casi di persone sottoposte o a rischio di tortura; effettuare visite anche se su invito del Governo del Paese; redigere rapporti annuali sulla
diffusione della tortura nel mondo e fare raccomandazioni.

Il reato di tortura e l’Italia: un fenomeno ancora esistente?

Chiaramente, il rapporto annuale di Amnesty Italia non fa sconti neanche al nostro Paese. Purtroppo, si segnalano ancora episodi di torture e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti da parte di personale carcerario e agenti di polizia. Erano in corso le indagini sulle denunce dei pestaggi di detenuti da parte di agenti penitenziari, che hanno provocato diversi feriti gravi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, vicino a Napoli, avvenuti il 6 aprile, quando circa 300 agenti penitenziari sono stati fatti entrare per un’ispezione. A luglio, i pubblici ministeri di Torino hanno accusato 25 persone, tra cui il direttore del carcere e molti agenti, di aver commesso o facilitato la tortura e altri maltrattamenti contro i detenuti, tra marzo 2017 e settembre 2019. A fine anno era in corso il processo a cinque agenti penitenziari e un medico, accusati di tortura in relazione a un caso del 2018 nel carcere di San Gimignano, Siena. Altri 15 agenti penitenziari sono rimasti sotto inchiesta. Ricordiamo che il reato di tortura è stato introdotto in Italia nel luglio del 2017, ovvero, attraverso la riformulazione della norma pattizia nell’ordinamento interno, con anche possibili rischi di travisamento della legge internazionale. Che in parte è avvenuto. La legge in questione, infatti, ha modificato il codice penale, ovvero l’art.613 bis, secondo cui, chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona. Bisogna individuare le varie situazioni di vulnerabilità in cui un individuo si debba trovare affinché si possa condannare la violenza. Aspetto che nella Convenzione dell’84 non è richiesto. L’Italia, invece, ha definito la tortura come un reato comune, che ogni individuo può commettere. Ma complica notevolmente a livello probatorio quando l’atto è commesso da un individuo che lavora nel pubblico. Poi, manca la previsione di condotte omissive da parte degli agenti di Stato. Si ha anche altri due aspetti problematici: la reiterazione (si condanna l’atto solo se ripetuto più volte. Non si condanna il singolo episodio, ma solo se si ripete svariate volte) e la questione della verificabilità.
Ma manca sempre il concetto della prescrizione, perché lo Stato tutela sempre i propri agenti e i loro metodi persuasivi di controllo.

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