Gli esseri umani erano animali guidati dall’istinto: cosa abbiamo dovuto sacrificare per diventare ciò che siamo?
Noi esseri umani ci siamo emancipati dalla natura, individualmente, tramite l’autocoscienza e la ragione, e come specie, tramite la rivoluzione agricola che ci ha permesso di costruire società complesse. Tuttavia, la Bibbia, i filosofi illuministi e i moderni antropologi concordano nel dire che questi due passaggi, che ci hanno fatto progredire come specie, hanno avuto un costo sulla qualità della vita degli individui. Ogni progresso richiede un sacrificio. Kant e Berserk ci fanno riflettere sui limiti della condizione umana e sul prezzo che dovremmo pagare per liberarcene.
Il giardino dell’Eden: è così bello avere un libero arbitrio?
Erano sempre di più quelli che pensavano che fosse stato un grosso errore smettere di essere scimmie e abbandonare per sempre gli alberi.
Douglas Adams – Guida galattica per autostoppisti
Conosciamo tutti il mito: la prima coppia di esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio, vive beata nel giardino delle delizie, con tutte le altre creature al loro servizio. L’unica regola è non mangiare il frutto proibito, portatore della conoscenza del bene e del male. Su istigazione del serpente, Adamo ed Eva trasgrediscono alla legge e vengono per questo cacciati dal giardino e puniti con le disgrazie della vita mondana: la fatica del lavoro per l’uomo e le doglie del parto per la donna. Il modello è quello ricorrente della perduta età dell’oro e ricorda l’idea rousseauiana di un felice stato di natura originario, da cui lo sviluppo della civiltà ci ha sottratto. Fin dall’inizio dell’età scientifica si capì che questo racconto non poteva essere vero ad litteram, ma se ne comprese l’enorme valore narrativo e si cercò di preservare la sua verità simbolica dandone interpretazioni naturalizzate. Una di queste la propose uno dei titani dell’Illuminismo, Immanuel Kant, in un articolo dal titolo “Inizio congetturale della storia degli uomini”. Kant tenta di inquadrare lo sviluppo della società umana come la lotta vittoriosa della ragione sull’istinto e allo stesso tempo interpreta la Genesi come il racconto simbolico di questa lotta. Il filosofo accetta la visione positiva dello stato di natura che aveva Rousseau: essendo vissuto sempre nello stato di natura come gli altri animali, l’uomo era felice in esso e viveva in pace e in armonia con gli altri uomini, affidandosi come tutte le creature all’istinto, ovvero alla voce di Dio (della natura), che gli era sufficiente ad orientarsi nel suo ambiente.
Mediante un processo in quattro fasi, la ragione si risveglia però nell’uomo e lo sottrae dalla natura. Vincendo gli istinti, la ragione prima lo porta a provare nuovi nutrimenti; poi prolunga e aumenta, per mezzo dell’immaginazione, lo stimolo del sesso, sottraendo la riproduzione umana ai ritmi ciclici e determinati nel tempo che ha l’accoppiamento animale; successivamente, la ragione dà all’uomo la capacità di immaginarsi il futuro, che da un lato gli permette di prepararsi meglio agli eventi, dall’altro lo espone alla consapevolezza dei dolori della vita e della morte; infine, la ragione permette all’uomo di riconoscersi superiore a tutte le altre creature proprio per le capacità che ha già acquisito e che lo distinguono dagli altri animali e di scoprire che, dato che attraverso il suo lavoro può sfruttare tutte le altre creature per il proprio benessere, egli è il fine della natura. Secondo Kant quest’ultimo passaggio è anche l’inizio della moralità e della società, perché l’uomo si rende conto che, mentre tutte le altre creature esistono a suo beneficio, gli altri esseri umani sono fini in sé stessi, il che porta alla regola d’oro, diffusa in molte culture, “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”. Questo processo conduce però l’uomo al conflitto con gli altri uomini e alla consapevolezza della brevità della propria vita. Ciononostante, Kant non dà una descrizione negativa di tutto questo e anzi critica quegli intellettuali che speravano nel ritorno, impossibile, a una pacifica età dell’oro pre-civilizzata. La vittoria della ragione segna il passaggio dalla tutela della natura allo stato di libertà, che rende l’essere umano una creatura cosciente e morale. Anche se ciò conduce alla fatica del lavoro e all’angoscia della morte, l’uscita dallo stato di natura è positiva per la specie nel suo complesso ed è ciò che il destino ha voluto per il genere umano affinché fosse una specie al di sopra di tutte le altre. Una delle conclusioni di Kant è dunque che: “questo cammino, che per il genere è un progresso dal peggio al meglio, non è precisamente lo stesso per l’individuo.”
Rivoluzione agricola e sofferenza: l’inadeguatezza biologica dell’essere umano
Nelle ultime due decadi, gli antropologi hanno raccolto dati sulla vita e la morte nelle società pre-statali invece di accettare rassicuranti e vaghi stereotipi. Cosa hanno scoperto? In breve: Hobbes aveva ragione, Rousseau aveva torto. Steven Pinker
Per Kant, come per gli autori coevi, lo stato di natura era più un’ipotesi concettuale che non un periodo realmente verificatosi della storia umana e per questo non esiste qualcosa che gli sia equivalente nella moderna antropologia. La cosa che più si avvicina all’uscita dallo stato di natura nella scienza contemporanea è la rivoluzione agricola, con cui le società tradizionali di cacciatori-raccoglitori si sono stanzializzate e, dedicandosi all’agricoltura, hanno con il tempo costituito società complesse dotate di divisione del lavoro, gerarchie sociali e cultura complessa. Per Kant, abbiamo visto, un passaggio simile fu vantaggioso per la specie ma negativo per l’individuo. Su questo, gli storici moderni sono d’accordo, e queste sono le parole che Yuval Noah Harari usa per descrivere la transizione nel suo Sapiens:
Invece di annunciare una nuova era di agi, la Rivoluzione agricola fece sì che gli agricoltori avessero un’esistenza generalmente più difficile e meno soddisfacente di quella dei cacciatori-raccoglitori. Questi ultimi passavano il loro tempo in modi più stimolanti e variati, e correvano meno rischi di patire la fame e le malattie. La Rivoluzione agricola certamente ampliò la somma totale di cibo a disposizione dell’umanità, ma le derrate supplementari non si tradussero in una dieta migliore o in una vita più comoda. Piuttosto, si tradusse in esplosioni demografiche e nella creazione di élite viziate. L’agricoltore medio lavorava più duramente del cacciatore-raccoglitore medio e per di più aveva una dieta peggiore. La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.
Perché affermazioni così dure? In primo luogo, perché il lavoro nei campi, che ha caratterizzato l’esistenza della stragrande maggioranza della popolazione umana dalla rivoluzione agricola a quella industriale, è fortemente “innaturale”. I nostri corpi si sono evoluti per la vita da cacciatori-raccoglitori e provano relativamente poca fatica in quel tipo di vita. La rivoluzione agricola impone nuovi, faticosi compiti per i quali i nostri corpi, identici a quelli dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori di decine di migliaia di anni fa, non sono biologicamente predisposti. Grazie all’attività di caccia e raccolta, i nostri predecessori nomadi riuscivano a procacciarsi una quantità di cibo adeguata e abbastanza variegata con un’attività relativamente di breve durata. Soprattutto, i loro corpi avevano avuto centinaia di migliaia di anni per adeguarsi sia al tipo di cibo che al tipo di sforzo fisico che la vita da cacciatore-raccoglitore richiede. Con la rivoluzione agricola, la popolazione aumentò, portando a una riduzione della quantità di cibo a cui ogni membro della società aveva accesso. Non solo questo: la varietà del cibo si ridusse e, salvo le élite sociali, la gran parte della popolazione fino alla rivoluzione industriale sopravviveva nutrendosi principalmente di un solo cereale. La scarsa varietà implicava una cattiva alimentazione con tutta una serie di problemi di salute annessi e anche scarsa sicurezza economica: danni provocati a quella particolare specie da condizioni climatiche avverse o malattie, portavano a carestie. Inoltre, la stretta convivenza di agricoltori e pastori con gli animali addomesticati ha portato alla trasmissione di malattie da una specie all’altra che, con l’aumento demografico, hanno condotto a un altro elemento caratterizzante dell’età intermedia tra la scoperta dell’agricoltura e la rivoluzione industriale: le grandi pandemie.
Antropologi antichi: Rousseau e Hobbes
Kant ha dunque ragione quando sostiene che l’uscita dallo stato di natura ha determinato un peggioramento delle condizioni di vita dell’individuo. Escludendo la visione teleologica della natura che il filosofo tedesco ancora aveva, è a questo punto naturale chiedersi perché, se così dannosa, l’agricoltura sia stata inventata. La risposta di Harari è che l’uscita dallo stato di natura non fu un processo rapido, ma graduale. I cacciatori-raccoglitori iniziarono dapprima a lavorare e cucinare le piante che non erano edibili senza preparazione, poi ad avere piccole coltivazioni che erano una fonte alimentare di sicurezza in periodi di magra. Il lavoro che tali coltivazioni richiedevano spinse a rimanere stanziali per più tempo per curarsi del raccolto. Si iniziò un circolo, vizioso o virtuoso a seconda dei punti di vista, che pian piano portò sempre di più a occuparsi dell’agricoltura: più si coltivava, più si doveva lavorare essendo stanziali, più la popolazione aumentava, più l’agricoltura diventava necessaria, al posto della meno produttive attività di caccia e raccolta, per sostenere la crescente popolazione. Il processo durò alcune migliaia di anni dunque nessun singolo individuo vide particolari cambiamenti nel suo stile di vita o considerò la cosa come una “rivoluzione”. A processo terminato, la popolazione era troppa per poter pensare di tornare indietro e nessuno aveva la percezione che si potesse vivere in altro modo se non come agricoltori e pastori. Anche se le condizioni di vita di tutti, tranne di piccolissime élite, erano peggiorate, era troppo tardi per tornare indietro.
Su un fattore invece sia Rousseau che Kant si erano sbagliati: lo stato di natura non era affatto il regno della pace e dell’armonia. Sia tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori, sia tra le società contadine pre-statali, la guerra era un fatto endemico e costante. Le faide tra tribù potevano essere scatenate da qualsiasi scontro tra individui e trascinarsi senza sosta in una serie di continue rappresaglie. Senza un’autorità centrale che potesse moderare il comportamento degli individui o porre limiti alla giustizia privata, lo stato di natura aveva un carattere assai hobbesiano. Jared Diamond dedica un capitolo del suo Il mondo fino a ieri all’analisi della guerra nelle società tradizionali, comparandola alla guerra tra stati moderni. Il risultato è che i valori medi di mortalità per causa di conflitti su un lungo periodo di tempo nelle società tradizionali sono tre volte maggiori dei valori più alti di mortalità per conflitti registrati tra gli Stati moderni nel corso del ‘900. Ciò significa che la Germania e la Russia hanno perso, nel corso del secolo in cui hanno combattuto le due Guerre Mondiali, meno popolazione in percentuale di quanta non ne abbiano perso lungo un periodo similare di tempo le società tradizionali per colpa dei conflitti endemici. La guerra tra tribù, se pure fa un numero di vittime irrisorio in termini assoluti rispetto alla guerra moderna, in proporzione alle piccole popolazioni di questi gruppi umani è assai più letale. Nelle società pre-statali di agricoltori, il 15% delle morti avviene per cause violente. Tra i Dani della Papua Nuova Guinea, il 30% degli individui maschi muore per mano di altri uomini. Tra altre tribù la mortalità può arrivare fino al 50%. Non è un caso che quando i bianchi arrivarono in Papua Nuova Guinea cercando di metter pace tra le tribù, quasi subito e senza particolari resistenze esse interruppero la guerra endemica. Diamond esprime il concetto in termini che Hobbes avrebbe sottoscritto:
[Gli uomini delle tribù] se avessero realmente voluto riprendere i combattimenti non avrebbero avuto alcuna difficoltà a liquidare i rappresentati dell’autorità costituita nottetempo, o a tendere loro un’imboscata in pieno giorno. Il fatto è che non ci provarono mai, e ciò dimostra che erano arrivati ad apprezzare il più grande fra tutti i vantaggi offerti dallo stato: la salvaguardia della pace.
Antropologi moderni: Harari e Diamond
Berserk: predestinazione e scelte fatali
Vidi soltanto la morte che ingiusta colpiva ovunque. Il dolore e la paura dei vivi che volevano sfuggirle e l’ordine ingannevole creato per nascondere quel caos. Vidi gli uomini, rassegnatisi a quel sistema distorto, darsi vicendevolmente la morte. Vidi strane feste foriere di paura allestite per scappare da un’altra informe paura. Capii che sia il cacciatore sia la preda avendo paura sono attratti dal calore. Berserk, vol. 20
Ogni progresso del resto richiede un sacrificio. Scienziati e filosofi tuttavia continuano a dirci che ancora la nostra emancipazione non è completa. Il mito del progresso ci fa immaginare una liberazione dalle sofferenze inerenti alla condizione umana, dal dominio che l’inconscio e il destino hanno ancora sulla nostra vita. La domanda inquietante allora diventa: quale prezzo dobbiamo pagare per liberarci anche dalla condizione umana che abbiamo così faticosamente acquisito? Il manga Berserk usa una struttura narrativa che ha la forma del mito per simboleggiare come umanità e sofferenza siano inestricabilmente legate, e come il costo per sbarazzarsi del dolore potrebbe essere troppo elevato.
Nell’interpretazione che Kant dà della Genesi, la condizione umana a cui Adamo ed Eva pervengono a seguito della cacciata dall’Eden è sì caratterizzata dal dolore e dal conflitto ma anche dal controllo di sé e della propria vita mediante la ragione. Privi dell’ottimismo illuminista, noi moderni possiamo dire che gli esseri umani non sono certo pervenuti al loro massimo grado di sviluppo e che ancora, pur avendo il dominio della natura, non riusciamo a dominare noi stessi. Gli scienziati ci dicono che infatti lo spettro del nostro essere cosciente è incredibilmente limitato e che la fonte delle nostre decisioni è in realtà inconscia. Da secoli ormai i filosofi hanno cercato di sbarazzarsi della nozione di libero arbitrio, proponendo varie forme di determinismo. Ma ancora, noi ci troviamo in una situazione di debolezza rispetto al male nel mondo e all’incapacità che abbiamo di contrastarlo. In un mondo di sette miliardi, l’effetto che noi individualmente possiamo dare per migliorarlo e contrastarne le storture è irrisorio. Sembra piuttosto il contrario: è il mondo, la società, la vita, che ci impongono determinate scelte e determinati atteggiamenti molto di più di quanto noi non possiamo modificare ciò che ci circonda. La condizione umana sembra caratterizzata piuttosto dalla mancanza di controllo su di sé e sulla propria esistenza, dall’inconscio, dall’istinto e dalla debolezza.
Con questo quadro pessimista concorda certamente Kentaro Miura, autore di Berserk, un manga cupo ambientato in un fiabesco medioevo alla europea, in cui le avventure dell’eroe maledetto Gatsu sollevano i problemi dell’ambiguità dei concetti di bene e male, del rapporto tra libero arbitrio e determinismo e della debolezza dell’uomo di fronte al caos che è il mondo. Ben poca libertà d’azione è concessa ai personaggi del mondo di Berserk: i deboli sono condannati a perire di fronte alla violenza e ai soprusi dei potenti, ma nessun essere umano, neppure un sovrano, è veramente libero, in quanto ognuno è prigioniero delle proprie passioni, del proprio inconscio e del determinismo inevitabile che viene imposto dalla propria classe sociale. La velocità d’azione che caratterizza molti manga è la forma perfetta per mostrare come i personaggi siano trascinati dai loro istinti in una catena di relazioni di causa ed effetto, azione e reazione tra gli eventi che privano loro di qualsiasi libertà e li rendono schiavi del loro inconscio. Una forza misteriosa e crudele agisce su tutti, un destino a cui non si può sfuggire finché si è in questo mondo. Secondo la mitologia induista, il mondo non è altro che il gioco degli dei, e quello che per noi può essere l’immenso dolore della vita è per loro nient’altro che un passatempo. Le stesse suggestioni orientali le recupera Berserk quando questa forza impalpabile e invincibile che governa le nostre vite viene chiamata karma. L’espediente narrativo che sorregge la lore di Berserk ci pone di fronte a una domanda: cosa saremmo disposti a sacrificare pur di sfuggire al karma e di entrare in controllo delle nostre vite? Quando il fato si mette contro di noi e non vi è più alcuna via d’uscita alla sofferenza e alla morte, quale è la posta per sfuggire all’inevitabile e diventare “superuomini”?
Nel mondo di Berserk esistono oggetti magici chiamati bejelit, amuleti a forma di uovo, che si “attivano” quando il karma spinge il loro proprietario in una condizione di profonda disperazione senza uscita. Si deve notare che l’attivazione dei bejelit è in realtà pre-impostata: visto che tutto il mondo terreno è pienamente deterministico, il bejelit sa già quando il suo proprietario si troverà in una situazione tale da richiederne l’attivazione. Quando il bejelit si attiva, il proprietario viene trasferito in una dimensione parallela in cui incontra la Mano di Dio, un gruppo di demoni che gli propone il classico patto con il demonio. La Mano di Dio può interferire con il destino terreno e risolvere i problemi che hanno portato il malcapitato alla disperazione. Più nello specifico, la Mano di Dio può trasformare il proprietario del bejelit in un demone dotato di un corpo mostruoso e immune al dolore e di un’anima immune alla sofferenza tipica della condizione umana. In cambio però è richiesto che il proprietario del bejelit sacrifichi la vita e l’anima della persona o delle persone a lui più care e rinunci così alla propria umanità. Questa è la sola libera decisione che un essere umano può prendere nel mondo di Berserk: decidere se sacrificare la propria umanità in cambio di una vita priva di sofferenze o tornare alla propria condizione di disperazione, privo di qualsiasi modo di trionfare sul karma avverso. Coloro che accettano il patto diventano creature spietate che si divertono a tormentare e uccidere gli esseri umani grazie ai poteri loro concessi dalla Mano di Dio. Essi sono finalmente liberi dal karma e dal dolore, ma divengono nient’altro che dei mostri demoniaci. L’unico mezzo per trionfare sul proprio destino è quello di rinunciare alla propria umanità, finché si resta nella condizione umana si è troppo deboli per avere un reale controllo sulle proprie vite e il mondo sarà sempre più forte di noi.
Un bejelit
Conclusione: Progresso e sacrificio
Quanto sangue, quanto orrore c’è nel fondo di tutte le cose buone! Friedrich Nietzsche – La genealogia della morale
Tutte le belle cose costano caro, ed è naturale cercare di vedere un progresso anche laddove esso non vi è. Oggi, vivendo in società industriali che stanno per mandare membri della specie umana su Marte, ci sembrano giustificabili le sofferenze a cui la popolazione contadina preindustriale è stata sottoposta. L’invenzione dell’agricoltura ci pare una parte inevitabile del processo che ha portato e doveva portare a noi, come se un dio avesse guidato i nostri passi e avesse fatto accadere le cose con il fine di farci trovare dove ora siamo. Ma il mondo non funziona teleologicamente: le cose accadono, e poi siamo noi a dargli interpretazioni finalistiche. Oggi possiamo mandare gente su altri pianeti perché diecimila anni fa gruppi di cacciatori-raccoglitori volevano un po’ più di sicurezza alimentare.
Oggi siamo esseri coscienti, distinti ed emancipati dalla natura, di cui ci crediamo i padroni, che sono in grado di riflettere su sé stessi e di decidere della propria vita, ma non c’è stata una ragione a guidare questo sviluppo e a indirizzare l’umanità verso il giusto fine, come sosteneva Kant, che nell’idea illuminista della ragione-natura aveva laicizzato il concetto cristiano della volontà di Dio. Tolto il finalismo, l’idea della Genesi era tuttavia giusta: il progresso è un concetto strano, che non beneficia tutti e che richiede sempre qualcosa in cambio. Il desiderio di conoscenza, potere, sviluppo dell’umanità da un lato è ciò che ci ha portato qui, dall’altro è un peccato, il tradimento della natura, che ci espone a grandi rischi. Alla lunga, la scoperta dell’agricoltura ha portato a benefici per noi, nel “breve” periodo che va da 10.000 anni a tre secoli fa, essa ha determinato un peggioramento generale della qualità della vita degli esseri umani in tutto il globo. Per quanto riguarda l’autocoscienza e la ragione, Kant ci aveva visto giusto: da un lato ci danno un sacco di cose belle, dall’altro ci condannano all’angoscia della morte e alle crisi esistenziali.
In questo quadro, Berserk ci mette in guardia da un altro problema: laddove cerchiamo di trascendere i limiti della condizione umana e della nostra mortalità, il sacrificio richiesto per tale progresso potrebbe essere la nostra stessa umanità. Le suggestioni qui diventano moltissime: antiche, come il Prometeo incatenato, moderne, come la società priva di sofferenza ma anche di umanità descritta da Huxley nel Mondo Nuovo, o addirittura future, come i rischi connessi all’idea di una post-umanità cibernetica messi in luce dal già citato Harari. Ogni passo in avanti compiuto dall’umanità è un patto con il diavolo, che concede grandi benefici ma chiede sempre qualcosa in cambio, e se non è gestito correttamente può portare a conseguenze disastrose.
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