Il “pretty privilege” esiste e potrebbe spiegare la nostra mutevole idea di bellezza

Esplorare il concetto di bellezza è quanto intricato così come è necessario. Vivere la “società dell’immagine” vale a dire vivere quello che mutabilmente si trasforma in bello. Come delineare, quindi, cosa è la bellezza? Scopriamolo con Kant.

Fonte: Jason Schjerven su Unsplash

La Rochefoucauld scriveva: “È inutile essere giovani se non si è belli, ed è inutile essere belli se non si è giovani”. Sì, queste parole sono del 1600, ma la loro attualità resta disarmante. Così, da secoli, abbiamo costruito una specifica esperienza del bello, legandolo alla giovinezza, a degli standard, delle precise preferenze, anche di mercato. Essere belli è diventato un privilegio, il cosiddetto “pretty privilege“, e di conseguenza un attributo a cui pochi possono ambire, se non rispecchiano naturalmente i canoni di bellezza del momento.

“PRETTY PRIVILEGE” MA ANCHE “BEAUTY PENALTY”

Che sia con la chirurgia estetica o grazie alle abili mani di un photoshopper, non è troppo sbagliato definire il “pretty privilege” un’ambizione “di classe”: d’altronde, non tutti hanno la possibilità di mangiare in un determinato modo e vestirsi con determinati vestiti, nè tantomeno di ricorrere al botulino. In una società dell’immagine come quella in cui viviamo, infatti, non tutte le richieste degli standard di bellezza sono raggiungibili, reali, sane; il che si traduce indirettamente in un privilegio recluso ad alcune persone.

Si parla di privilegio, ma quali sono, quindi, i vantaggi della bellezza? Cosa comporta l'”esser belli”? Uno studio dell’Università di Harvard del 2006 (link allo studio “Why Beauty Matters), ha risposto a queste domande, dimostrando l’influenza della bellezza nel mondo del lavoro. Secondo i risultati della ricerca, infatti, lavoratori attraenti fisicamente tendono ad essere più fiduciosi, causa per la quale tendono ad ottenere un salario migliore. Inoltre, sempre questa fiducia in sé stessi, porta i colleghi a vedere quelli più belli come più capaci.

Questo, oltre a manifestare come l’ambiente influisca sullo sviluppo della fiducia in sé stessi, nasconde anche una componente negativa, soprattutto nei confronti delle donne. Il contraccolpo del “pretty privilege” è proprio il “beauty penalty“, scoperto dai ricercatori dell’Università del Texas nello studio “Judging a Book by Its Cover: Beauty and Expectations in the Trust Game” (link allo studio, 2006). Le persone tendono a fare grande pressione sulle persone belle, schiacciandole sotto il peso delle aspettative. Nel momento in cui il pretty privilege non è collegato ad una brillante performance, la punizione degli altri è ben più severa – quante volte si è sentito parlare del dannossisimo stereotipo delle “bionde stupide”?.

Fonte: Nsey Benajah su Unsplash

LA MOSTRA ULTRAQUEER

Ecco che la questione si risolve, ancora una volta, nella pressione del giudizio esterno. Un bambino che cresce percepito come “bello” riuscirà a costruire più fiducia in sé stesso, ma potrebbe risentire di più il peso delle aspettative altrui. La risposta al problema è sintetizzata brillantemente dalle parole dell’artista Caroline Caldwell:

In a society that profits from your self doubt, liking yourself is a rebellious act” (fonte: Twitter, 2015)

È proprio in seno a questo pensiero che si sviluppa il movimento della body positivity, perseguito dal collettivo Ultraqueer, in mostra al Palazzo Merulana di Roma. L’obbiettivo dell’esposizione, come raccontato dal quotidiano La Stampa (link all’articolo), è stato proprio quello di mostrare tutte le varie sfaccettature del corpo umano, o, per meglio dire, “ultra-umano“. Così, sulla falsa riga dell’Übermensch nietzschano, si riconosce al corpo la sua statuaria centralità, riconoscendo la bellezza presente nella non-conformità, toccando con acume il concetto dell’identità di genere e riconoscendo al mondo queer quella componente di “polimorfismo sessuale” che manifesta (link al manifesto della mostra).

Quello che per molto tempo è stato nascosto, relegato a “feticcio”, ritrova un suo spazio d’espressione e incontra la tematica degli standard sociali di bellezza – e di corpo.

LA CRITICA DEL GIUDIZIO: LA SCOPERTA DEL BELLO

A Kant la domanda sorse probabilmente a conclusione della seconda critica, quella della morale formale e del famoso – e mai da tutti veramente compreso – “imperativo categorico”. Sviluppò, quindi, una sua argomentazione nel mondo dell’estetica, quel ramo della filosofia che vuole studiare il fenomeno artistico: in parole povere, che si occupa dell’arte e di definire cosa sia la bellezza.

Ecco, “cosa è la bellezza?” fu proprio il punto di partenza del filosofo. La sua risposta? No, non fu un “non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace”, bensì l’esatto opposto. Per Kant, un giudizio di bello nasce da qualcosa che è bello universalmente, senza un concetto, senza un motivo per cui debba piacere. Il bello è l’oggetto del giudizio estetico puro. La bellezza kantiana rifiuta il soggettivismo, rivoluziona il concetto di bello, districa la bellezza da un corpo, da un ideale: non è bello lo standard, ma ciò che universalmente ci fa provare quella sensazione chiamata “piacere estetico”. Una persona bellissima, quindi, non rispecchia quella che Kant definisce “bellezza libera”, bensì rientra nella categoria di “bellezza aderente”, che aderisce ad un modello, ad un canone, è soggettivo e mutevole, proprio come gli standard di bellezza imposti socialmente.

Seppur “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, non esiste un corpo, un viso, un abito la cui bellezza sopravviva nel tempo.

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