Il Superuovo

“Il potere ha deciso: siamo tutti uguali”

“Il potere ha deciso: siamo tutti uguali”

Il potere ha deciso: siamo tutti uguali.” Il rapporto che si instaura tra Pasolini e la società del suo tempo è senza dubbio ambiguo. Non sarebbe tuttavia possibile comprendere fino in fondo le critiche pasoliniane al conformismo e alla società dei consumi in generale, senza individuare quello che è il reale bersaglio polemico di Pasolini: il Potere. Quest’ultimo è infatti un termine onnipresente negli scritti pasoliniani, specialmente in quelli che seguono il ’68. Questo è infatti l’anno simbolo della lotta contro l’autorità e contro quella società che potremmo, con Marcuse, definire “a una dimensione”. L’attualità del discorso di Pasolini sul potere è sconcertante ed ha fornito chiavi di lettura che sono state usate ripetutamente negli anni a seguire. Può essere dunque molto interessante vedere in che modo Pasolini sia riuscito a cogliere l’essenza stessa del potere, anche a 30 anni di distanza.

Segnati dalle esperienze totalitarie del XX secolo, siamo inclini a pensare la realtà post seconda guerra mondiale come l’epoca della libertà totalmente dispiegata. Il nazifascismo e lo stalinismo sono identificati, a ragione, con la negazione della libertà: in assenza di tali regimi ci sembra dunque scontato di vivere effettivamente liberi. E’ in questo contesto che prende le mosse la critica pasoliniana al Potere.

Egli è convinto infatti che il potere repressivo e totalizzante caratterizzante il fascismo non sia sparito. Il nuovo Potere –con la “p” maiuscola– è, al contrario, ancora più totalizzante e repressivo poiché è velato da una falsa patina di tolleranza, infatti “la tolleranza dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo Potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.” L’ideologia edonistica a cui fa riferimento Pasolini in “acculturazione e acculturazione” è fondamentalmente quello della società dei consumi, nella quale il nuovo Potere “ ha portato al limite massimo la sua unica sacralità. La sacralità del consumo come rito, e, naturalmente, della merce come feticcio.” L’analisi pasoliniana presuppone in queste righe Marx. Il termine ideologia è inteso nel senso Marxiano, come prodotto sovrastrutturale di un capitalismo che sta, per usare un termine nuovamente di Marcuse, accelerando. Inoltre quando Pasolini parla di merce come “feticcio”, sta applicando alla perfezione le categorie marxiane.

Egli tuttavia nella sua analisi del nuovo Potere, va oltre Marx, o meglio, coglie i naturali mutamenti nella realtà socioeconomica, anticipando tematiche che faranno la fortuna di molti filosofi. Pasolini coglie infatti quel processo in virtù del quale la distinzione tra classi si è resa intangibile. Sulla scorta anche delle considerazioni di Horckeimer e Adorno, Pasolini nota come la classe proletaria stia subendo un processo di omologazione alla classe borghese. E’ questo secondo Pasolini il colpo mortale inflitto dalla classe dominante alla classe dominata, dal capitalismo al marxismo: la lotta di classe non si è conclusa con un vincitore, essa non è potuta finire, come se una delle due parti in lotta avesse deciso di confluire in massa nell’altra squadra. Tutto ciò non è però il substrato su cui il nuovo potere ha potuto innestarsi, questa è una dinamica voluta dal nuovo Potere che ha creato una società senza classi, non nel senso marxiano, ma una società in cui tutti sono, come scrive appunto Pasolini, intercambiabili. L’elemento culturale, e quindi marxianamente sovrastrutturale, è da considerarsi di fondamentale importanza nel pensiero di Pasolini, erede probabilmente più di Gramsci che del pensatore di Treviri. Egli crede infatti che la cultura di un popolo non è né la cultura della classe dominante né di quella dominata, ma è “la media di esse”. Queste culture erano però distinguibili, oggi invece “ distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio potere”. Se Marx diceva che l’uomo vive “nel cielo dello stato” da borghese e , ”nella terra della società civile”,  da proletario, il nuovo Potere pasoliniano ha regalato all’uomo l’illusione di vivere da borghese anche nella valle di lacrime della società civile.

L’arma segreta, ma non troppo, del nuovo Potere, è stata la televisione “non certo in quanto mezzo tecnico, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.” Essa è la scatola nera da cui fuoriesce la nuova moralità edonistica e consumista ed è per questo che Pasolini afferma che “la televisione è autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.” Società dei consumi e medium televisivo sono dunque le protesi di quello che Raffaele Simone nel 2007 ha definito “Mostro mite”. Dietro la facciata sorridente del regime mediacratico, si nasconde in realtà un mostro, non più “freddo”, come il Leviatano hobbesiano, ma sorridente, rassicurante e dunque infinitamente più pericoloso e repressivo. Lo svanimento dei contorni di classe, poiché “ il modello sociale da realizzare non è più quello della propria classe, ma è imposto dal potere”, spiana poi la strada all’intercambiabilità e alla reificazione atomistica dell’individuo.  E’ in base a queste considerazioni economiche, tecnologiche e antropologiche che Pasolini può definire la società dei consumi come un nuovo fascismo, il cui fine è “ la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.”

 

Giuseppe De Ruvo

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