Facebook, la piattaforma ideata e sviluppata da Mark Zuckerberg, è ormai conosciuta da tutti. L’elemento di interazione sulla piattaforma, è rappresentato in prima misura dal like. Un semplice pollice in su attraverso cui manifestiamo la nostra approvazione o il nostro interesse. Ma come, questi like, si usano per indirizzare la pubblicità?

Like e pubblicità, un nuovo studio

Un recente studio della Columbia University ha dimostrato che basare la campagna pubblicitaria in base al profilo psicologico degli utenti, aumenta del 40-50% le possibilità di successo. Il profilo psicologico rappresenta una novità, rispetto ai criteri utilizzati comunemente quali età, sesso, reddito e posizione geografica. Il semplice “mi piace” che una persona lascia ad uno status, ad un prodotto o ad una pagina, sembra essere maggiormente informativo. Si parla infatti di analisi sui singoli like. Nello specifico, gli utenti sono distinti in tre categorie psicologiche:”introverso“, “estroverso” e “aperto a sperimentare nuove esperienze”. Questo permette agli inserzionisti di Facebook di creare pubblicità mirate.

 

Ogni like che lasci guida la pubblicità che ricevi. web4human.it

Il nuovo metodo delle inserzioni

Il nuovo metodo, è spiegato da Moran Cerf, neuroscienziato della Northwestern University. Se sei categorizzato come estroverso, ti verrà proposta una pubblicità che promuove attività di gruppo, ad esempio scarpe sportive per fare jogging in compagnia. Se sei introverso, verrà mostrata una pubblicità che mostra una corsa in solitaria.”Allineando il tipo di inserzione alla personalità, la quantità di clic sulla stessa aumenta di molto” specifica l’esperto.

La ricerca nel dettaglio

Gli ideatori, hanno chiesto ad alcuni grafici di ideare campagna ad hoc. Nella prima campagna, che riguardava prodotti di bellezza, sono state raggiunte tre milioni di donne. La creazione di annunci congruenti al tipo caratteriale (introverso/estroverso) ha portato al 54% di acquisti in più rispetto all’incongruenza tra annuncio e carattere. Le altre due campagne, una per un app di parole crociate e l’altra per un videogame, hanno mostrato risultati analoghi. Sandra Matz, tra gli autori spiega la sorpresa legata a questo effetto, ottenuto con poche informazioni. Si può benissimo immaginare cosa accadrebbe usando l’intero profilo Facebook per fare previsioni a livello individuale.  Il lavoro solleva preoccupazioni in quanti si crede che questi dati possano incoraggiare forme di persuasione sempre più sottili e lesive della privacy.

                                                  Delfina Ruggero