Il Superuovo

“A Pechino col pandino”, un’avventura dai contorni Beat: tutta la storia dei tre Jack Kerouac siciliani

“A Pechino col pandino”, un’avventura dai contorni Beat: tutta la storia dei tre Jack Kerouac siciliani

Giovanni Cipolla, Francesco Ponzio e Silvia Calcavecchio: questi sono i nomi dei tre coraggiosi ragazzi siciliani che una decina di giorni fa sono partiti da Palermo alla volta della capitale della Cina, armati solamente di tanta voglia di scoperta, di un po’ di sana incoscienza e… di una Fiat Panda 4×4 vecchio modello! Ebbene sì, il progetto che ha preso il nome di “a Pechino col pandino” consiste nel percorrere quindicimila chilometri attraverso undici stati, avendo come meta ultima Pechino. La ragione di questo viaggio? Beh, andare. 

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». »

Tratto da “On the Road” di Jack Kerouac, manifesto della beat generation, questo dialogo racchiude l’essenza dell’intero di libro e di questo genere di viaggi. Partire senza un perché, senza programmi, con un tragitto solo abbozzato. Avventure come queste, come accade con il romanzo di Kerouac, diventano metafore della vita stessa, di quanto essa sia improgrammabile, piena di imprevisti ed effimera ma al contempo magica, ironica ed in ultima analisi meravigliosa.

La genesi del pandino

Il bolide con il quale i tre avventurieri hanno imboccato la strada verso l’oriente ha passato sei anni senza essere messo in moto, parcheggiato in un garage di Messina in balia dei topi. Adesso però, splende e porta i colori della “Taverna Azzurra”, celebre locale situato nel quartiere della Vucciria a Palermo che ha deciso di finanziare il restauro della Panda. Proprio lì, infatti, si sono incontrati per la prima volta Giovanni e Francesco, due giovani ingegneri, l’uno originario della provincia di Agrigento, l’altro di Pantelleria. I due, accomunati dalla passione per l’avventura e per i viaggi in auto, hanno man mano maturato questa folle idea. A loro si è in seguito unita Silvia, esperta in materia di lingue e culture orientali, che però si fermerà in Uzbekistan.

“Di arrivare a Pechino il prima possibile non ce ne frega assolutamente nulla, vogliamo goderci quello che ci sta nel mezzo tra noi e Pechino, vogliamo vedere con i nostri occhi il mondo, sentirlo scorrere tutto sotto i nostri piedi, accorgerci di quanto sia grande ma allo stesso tempo finito, dargli una concreta forma, contemplarne la delicata magnificenza, respirare tutta l’aria che ci separa dalla meta, dormire ogni sera in un posto diverso il più possibile accampati sotto le stelle, osservare il cambiamento nei tratti e negli sguardi della gente di tutti i popoli che incontreremo per poi renderci conto alla fine che siamo tutti uguali, tutti fratelli, tutti accomunati dagli stessi valori e principi, che un sorriso ed un abbraccio lo trovi di certo pure dall altra parte del mondo, che i confini esistono solo nella nostra testa!

Così conclude Giovanni ed ha proprio ragione. Superare i propri limiti; che siano mentali, culturali o fisici, è questo che significa viaggiare. Il viaggio si intraprende prima di tutto dentro se stessi, serve a vedere tutto sotto un’altra ottica, ci insegna ad andare dall’altra parte del mondo sentendoci a casa. Forse se le persone avessero occasione di viaggiare di più, al mondo ci sarebbe meno odio e più rispetto verso l’altro.

Kerouac e la strada

On the road” di Jack Kerouac è considerato il manifesto della beat generation e descrive dettagliatamente gli innumerevoli e folli spostamenti in lungo e in largo per gli Stati Uniti che l’autore ha compiuto  in compagnia dell’amico Neal Cassady alla fine degli anni quaranta. Anche quest’avventura, come quella di Giovanni, Francesco e Silvia, diventa per i due protagonisti molto più di un viaggio. Kerouac esalta questo tema: per lui fermarsi significa morire, al contrario continuare ad andare, con la costante incertezza riguardo ciò che sarà domani, è l’unica cosa che lo faccia sentire vivo.

“C’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai.”

Per vivere delle esperienze del genere bisogna essere dei sognatori, serve avere una passione per l’ignoto e l’inesplorato, occorre saper decidere col cuore e nutrirsi di libertà. Soprattutto bisogna avere un gran coraggio, ma come ci ricorda Mark Twain:

“Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite”

A cura di Andrea Arrigo

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