Il Superuovo

Il numero dei morti in mare è raddoppiato: troppe illusioni normative e assordanti silenzi politici

Il numero dei morti in mare è raddoppiato: troppe illusioni normative e assordanti silenzi politici

Il numero di migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa è più che raddoppiato quest’anno. Lo ha reso noto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Secondo le statistiche pubblicate in un nuovo rapporto, almeno 1.146 persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa nella prima metà del 2021. Nel 2020, 513 erano morte nello stesso periodo e 674 nel 2019.  L’Oim ha inoltre reso noto in un rapporto che oltre 15.300 migranti sono stati rimpatriati in Libia nei primi sei mesi del 2021, quasi tre volte di più rispetto allo stesso periodo del 2020 (5.476). L’organizzazione ha definito questa situazione “preoccupante, dato che i migranti che vengono rimpatriati in Libia sono soggetti a detenzioni arbitrarie, estorsioni, sparizioni e atti di tortura”. Un quadro che sicuramente delude le normative internazionali.

Il fenomeno migratorio e la normativa internazionale

A livello internazionale non esiste una normativa generale sull’immigrazione, ma solo una congerie di fonti che riguardano il divieto di discriminazione e, più in generale, la protezione dei diritti umani. Vi sono poi: una Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, del 1990, entrata in vigore nel 2003, non ratificata dall’Italia né dalla maggior parte dei Paesi occidentali, e due Convenzioni dell’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) la n. 97 del 1949 con le successive Disposizioni integrative e la n. 143 del 1975, ratificate dall’Italia nel 1981. Vi sono inoltre due protocolli aggiunti alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, l’uno “sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani, in particolar modo donne e bambini” entrato in vigore il 25 dicembre 2003, l’altro “contro il traffico di migranti via terra, via mare e via aria”, entrato in vigore il 28 gennaio 2004, entrambi ratificati dall’Italia nel 2006. Grande importanza hanno assunto in anni recenti in questo settore  (in relazione al gran numero di richiedenti asilo e di migranti provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che cercano di attraversare il Mediterraneo) le leggi del mare, contenute non solo nel nostro Codice della navigazione, ma soprattutto nelle convenzioni internazionali, che impongono l’obbligo di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro di chi si trovi in mare in situazione di pericolo. Da ultimo, come è noto, anche perché è cronaca recente, nella Conferenza di Marrakech del 10 e 11 dicembre 2018 è stato ufficialmente adottato il Patto globale sulle migrazioni (Compact on Safe, Orderly and Regular Migration) promosso dall’Onu con la Dichiarazione di New York del 2016, in correlazione con gli obiettivi di sviluppo sostenibile del millennio pubblicati nell’Agenda 2030. Ferma restando la sovranità nazionale di ciascuno Stato nella definizione delle proprie politiche migratorie, si individuano comuni obbiettivi − nell’ottica di una equa condivisione delle responsabilità − che riguardano la tutela dei migranti (tutela della vita umana, riduzione della vulnerabilità, stigmatizzazione delle discriminazioni, etc.), la trasmissione delle informazioni riguardanti la mobilità, la prevenzione e il contrasto della tratta e del traffico di esseri umani, il contrasto all’immigrazione irregolare, la gestione integrata delle frontiere esterne e azioni tese a favorire lo sviluppo dei Paesi di origine. Si tratta evidentemente di un documento di soft law, un primo testo di definizione di un quadro di riferimento a livello mondiale, non giuridicamente vincolante, ma utile a sollecitare nuove normative o a indirizzare l’interpretazione delle norme vigenti.

Come siamo messi a livello normativo europeo

La migrazione verso l’Europa e al suo interno è disciplinata da un corpus di norme composto da diritto nazionale, diritto dell’Unione europea, Convenzione europea per la salvaguardia delle libertà fondamentali e dei diritti umani, Carta sociale europea e da altri obblighi internazionali assunti dagli Stati europei. La Convenzione europea dei diritti umani del 1950  si limita a dettare norme cogenti circa il rispetto dei diritti fondamentali di “ogni persona” indipendentemente dalla sua cittadinanza o provenienza, vietando qualsiasi forma di discriminazione, mentre il protocollo n. 7 del 22 novembre 1984 stabilisce precise garanzie procedurali contro illegittime espulsioni di stranieri. A sua volta la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, divenuta giuridicamente vincolante dal dicembre del 2009, oltre ad affermare l’obbligo del rispetto dei diritti fondamentali (compresi i diritti sociali) di ogni individuo come tale e il divieto di discriminazione sotto qualsiasi profilo, ribadisce, oltre al diritto all’asilo come garantito dalle convenzioni internazionali, il divieto di espulsioni collettive e il divieto di estradizione quando esista il rischio di pena di morte, di tortura o di trattamenti inumani e degradanti. Sebbene siano state emanate numerose direttive riguardanti gli immigrati, come quelle del 2003 sui lungo soggiornanti (2003/109/CE) e sul ricongiungimento familiare (2003/83/CE), del 2004 sui cittadini UE e loro familiari, del 2008 sui rimpatri (2008/115/CE), del 2009 sui lavoratori altamente qualificati (2009/50/CE) e sulle sanzioni ai datori di lavoro che impiegano stranieri irregolari (2009/52/CE) e, ancora, del 2011 sul procedimento unico per il permesso di soggiorno e di lavoro (2011/98/UE), nessuna politica comune dell’immigrazione (e neppure dell’asilo) ispirata alla solidarietà è stata adottata, nonostante le proposte formulate dalla Commissione europea, e le risoluzioni adottate dal Parlamento europeo, in assenza di accordo dei governi degli Stati membri.

Salvare vite in mare è possibile grazie alle ONG

Le Ong sono organizzazioni senza fini di lucro e che operano in maniera indipendente dai vari Stati e dalle organizzazioni governative internazionali. Diversi sono gli ambiti in cui operano. Le più famose sono quelle Ong che si occupano delle tematiche ambientali e dei diritti umani, ma ne esistono anche di quelle che sono mosse da una motivazione politica e filosofica. In questo contesto hanno fatto molto discutere le iniziative intraprese da alcune ONG che navigano nel Mediterraneo Centrale, muovendosi in particolar modo all’interno della zona SAR (Search and Rescue), aventi l’obiettivo esclusivo di compiere operazioni di salvataggio: Save the Children, Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranée, Sea watch foundation, Sea eye, Life boat, Jugend Rettet e Proactiva open arms, per un totale di imbarcazioni che varia tra le otto e le tredici.  Essendo associazioni transnazionali private, che con un apparato organico stabile perseguono fini altruistici in maniera pacifica, anche la tutela delle persone migranti ed il salvataggio in mare rientrano tra i loro vari possibili scopi statutari in quanto attività funzionali alla protezione dei diritti umani ed in particolare del diritto alla vita e ad essere salvati se in pericolo di morte. Fu dopo i grandi naufragi, su tutti quello di Lampedusa del 3 ottobre 2013, con 368 morti accertati, che la società civile, sconvolta e inorridita da queste morti, iniziò ad organizzarsi per le azioni di salvataggio. In contemporanea nacque anche Mare Nostrum, la rete di salvataggio ideata e gestita dal Governo italiano. Dopo l’arretramento dei governi e le nuove stragi del 2015, i privati hanno svolto un ruolo di supplenza raccogliendo inizialmente riconoscimenti, encomi e premi. Le navi delle ONG semplicemente monitorano le acque internazionali di fronte e nei pressi delle coste libiche, luoghi dove sono avvenuti numerosi naufragi di barconi o gommoni di migranti con tragiche morti, ed intervengono nei casi di avvistamento di natanti allertando le autorità responsabili (Referenti Guardia Costiera Nazionale) della relativa zona di ricerca e salvataggio (zona Sar) definite dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). Possono anche intervenire su segnalazione/avvistamento da parte di altri natanti, anche commerciali o di altro genere, e a seguito di richieste di soccorso pervenute da allarmi specifici lanciati tramite telefoni privati e numeri di emergenza. Nel corso degli anni sono stati attivati, oltre ai numeri pubblici delle autorità costiere degli stati rivieraschi, strumenti di allarme come ad esempio Alarm Phone per chiedere aiuto.

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