Il Superuovo

Il Nome della Rosa: con il famoso romanzo Umberto Eco ci riporta nel Medioevo

Il Nome della Rosa: con il famoso romanzo Umberto Eco ci riporta nel Medioevo

A 4 anni dalla morte del filosofo viene riproposta un’edizione de Il Nome della Rosa con i bozzetti preparatori dell’autore

Umberto Eco, autore del romanzo

Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale della Nave di Teseo (casa editrice che ha fondato con lo stesso Umberto Eco), ha dichiarato che il prossimo maggio uscirà un’edizione de Il Nome della Rosa edita dalla sua casa editrice, e contenente per la prima volta i disegni realizzati da Eco tra il 1976-1978, dai quali ha preso l’ispirazione per l’ambientazione della sua opera più famosa.

Il romanzo

I protagonisti (da sinistra): Bernardo Gui, l’abate Abbone, Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk

Il Nome della Rosa inquadra una serie di delitti all’interno di un’abbazia benedettina che fanno da sfondo ad una disputa religiosa-politica tra il papa e l’imperatore. L’abbazia è fulcro di tutti gli eventi, è proprio lì che si scontreranno le due fazioni, quella del papa e i cardinali, rappresentata dall’inquisitore domenicano Bernardo Gui, mentre dalla parte opposta ci sono l’imperatore ed i francescani, condotti dal frate francescano Guglielmo da Baskerville. Il protagonista del romanzo è quest’ultimo, accompagnato dal suo apprendista Adso da Melk, insieme al quale tenta di far luce ai misteriosi omicidi che coinvolgono i monaci benedettini dell’abbazia. Guglielmo ha il fiuto di buon investigatore, anche per il suo passato da inquisitore, e capisce subito che dietro a questi brutali delitti c’è un preciso simbolismo, in quanto i cadaveri non sono morti sul luogo del loro ritrovamento ma sono stati piazzati appositamente in quei luoghi, mentre la morte è avvenuta in circostanze diverse, come nel caso del monaco amanuense Venanzio, trovato morte immerso in un pozzo dove veniva fatto colare il sangue dei maiali dai macellai, quando invece si è scoperto che è morto per avvelenamento nello scriptorium. Dietro a tutti questi omicidi Baskerville capisce che c’è un collegamento con i libri e la biblioteca. Infatti si scopre che l’assassino è Jorge da Burgos, il bibliotecario cieco che predicando la venuta dell’anticristo uccideva i suoi confratelli che volevano accedere alla copiatura di testi pagani, come la Commedia di Aristotele, presunto secondo libro della Poetica dello stagirita che lo stesso Jorge, una volta scoperto decide di dare alla fiamme il manoscritto e la stessa biblioteca. Adso e Guglielmo riescono a salvarsi ed il monastero viene abbandonato. Il romanzo finisce con l’addio dei due protagonisti che decidono di separarsi per seguire il proprio destino.

I cenni storici

Guglielmo di Ockham

Come si vede nel libro, nel film e nella serie televisiva, l’opera di Eco riprende un importantissimo evento storico del Medioevo, la rivalità tra il papato avignonese di Giovanni XXII e il Sacro Romano Impero affiancato dall’ordine francescano, che critica la Chiesa in quanto quest’ultima ha rinnegato i valori dottrinali del Cristianesimo per idolatrare la ricchezza, e anzi, disprezzare la povertà tanto predicata dall’ordine di San Francesco. E’ in questo contesto che Eco inserisce il personaggio immaginario di Guglielmo da Baskerville, chiaramente ispirato al monaco e filosofo Guglielmo di Ockham, che anch’egli era un ottimo logico e criticava la Chiesa del XIV secolo come si vede nel suo Trattato contro il papa eretico riferito appunto a papa Giovanni XXII, e come il Guglielmo del romanzo anche lui muore di peste. Altre importanti personalità storiche della filosofia medievale vengono omaggiate nel romanzo, infatti i nomi di alcuni monaci come Berengario e l’abate Abbone sono chiaramente riferiti ai maestri delle scuole cittadine del XI secolo, Berengario di Tours e Abbone di Fleury.

La controversia verso l’aristotelismo nel Medioevo

Apoteosi di San Tommaso, Francisco de Zurbarán, 1631

Il personaggio di Jorge nel romanzo rappresenta l’opposizione conservatrice cristiana nel Medioevo nei confronti della filosofia. Infatti prima di Tommaso d’Aquino, i testi di studio e gli autori presi come auctoritates erano principalmente Agostino e Boezio, esponenti della Patristica di stampo neoplatonico, e gli unici testi tradotti dal greco erano il commento al Timeo di Calcidio, gli Elementi di Teologia di Proclo e alcune opere di Plotino per lo studio della metafisica platonica collegandola alla genesi biblica. Mentre per lo studio della logica si utilizzavano l’Isagoghe di Porfirio e l’Organon di Aristotele tradotto da Boezio. Tuttavia Aristotele non veniva preso in considerazione per gli studi della metafisica in quanto la sua dottrina portava in se delle aporie incompatibili nel mondo cristiano, come la mortalità dell’anima e l’eternità del mondo. Lo stagirita inizia a essere introdotto nel contesto occidentale latino grazie al lavoro di traduzione e commento (per adattarlo al contesto islamico e cristiano) di autori arabi come Avicenna, con il Libro della guarigione, e Averroè con il suo commento a tutte le opere e la dottrina dell’unità dell’intelletto, che venne criticata dai teologi cristiani. Per questo nelle università europee dal 1215 al 1255 venne vietato l’insegnamento delle dottrine metafisiche aristoteliche. La situazione cambia quando autori come Alberto Magno e il suo allievo Tommaso d’Aquino reinterpretano Aristotele assegnando alla verità razionale lo stesso valore della verità di Fede quando queste coincidono e polemizza invece l’interpretazione di Averroè, della quale nel 1277 il vescovo Stefano Tempier ne vieterà l’insegnamento nell’università di Parigi fermando l’averroismo latino.

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