Il mistero della notte tra le righe di Dostoevskij e Ungaretti, le pennellate di Van Gogh e le immagini di Antonioni

Quando si pensa alla notte si pensa immediatamente all’oscurità, al buio. La notte quindi diventa l’antitesi della luce, del giorno. 

scena de ”la notte” di Antonioni

Eppure anche durante il buio qualche cosa succede. Gli orologi non si fermano, le lancette continuano a spostarsi incessantemente e la vita continua a scorrere. Insomma il tempo non si ferma. Ma questo mondo notturno, nonostante il suo nascondersi dalla luce, non rinuncia a dare luogo alla recita della vita. Una recita che ha sempre gli stessi personaggi, identici a quelli che si riversano per le strade quando il buio svanisce, di giorno. D’altro canto i personaggi di notte a volte cambiano soggetto, diventano diversi, recitano quasi una parte differente.

Dostoevskij, le notti bianche

Mio Dio! Un intero attimo di felicità! è forse poco, foss’anche esso il solo in tutta la vita di un uomo?

Così si conclude il breve racconto delle ”notti bianche” di Dostoevskij, quasi volendo riassumere in una frase tutto il testo. Perché le notti in questione qui paiono riassumersi dentro un effimero attimo, che però è così intenso da ridare vita al cuore del protagonista al suo inizio, per poi spegnerlo in una tragica realtà.

Un uomo che vive solo di sogni, che non ha una vita reale, tangibile, ma fatta solo di fantasticherie, di chimere, si trova a passeggiare di notte per le strade di San Pietroburgo.

Qui continua a fantasticare, a sognare ad occhi aperti, a scappare dalla sua perenne solitudine. Ma ad un certo punto succede qualcosa che avrebbe sconvolto tutta la sua esistenza: incontra una donna.

Nasten’ka è simile a lui. Anche lei non ha amici, anche lei vive di sogni, dove scappa dalla condizione di solitudine alla quale la nonna la costringe, per difenderla dal mondo esterno.

Infatti solo di notte può uscire, di nascosto, e lo fa perché aspetta un uomo che ha promesso di cambiarle la vita e del quale lei si era profondamente innamorata. Ma quest’uomo non arriva e nel frattempo conosce il nostro protagonista.

I due così iniziano a vedersi di notte e il nostro narratore passa le giornate impaziente, ad aspettare di vedere la sua amica, quindi di cominciare a vivere.

Solo che lei gli chiede fin dall’inizio una cosa importante:

Venite solo ad una condizione; in primo luogo non innamoratevi di me… Questo è impossibile, ve lo assicuro. Per un’amicizia sono disponibile, eccovi la mano… Ma innamorarsi no, ve ne prego!

Lui però non riuscirà a resisterle, alla fine si innamorerà di Nasten’ka.

Come arde d’amore il cuore! sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, desideri che tutto sia allegro, che tutto rida!

Nasten’ka che non vuole perdere l’amico, non vuole vederlo andare via e alla fine sta quasi per cedere al suo desiderio, più per pietà che per amore. Ma la ricomparsa improvvisa dell’amato la spinge tra le braccia di colui che aveva atteso così tanto e il nostro personaggio si ritrova nella sua solitudine di sempre, a conclusione di quelle quattro notti bianche.

Oh, Nasten’ka! Sarà davvero triste restare solo, completamente solo e non avere neppure cosa rimpiangere: niente, assolutamente niente… perché tutto ciò che ho perduto, tutto questo non era nulla, uno stupido, rotondo zero, non era nient’altro che un sogno

Giuseppe Ungaretti, notte di maggio

Il cielo pone in capo

ai minareti

ghirlande di lumini

Una notte di Maggio, delle luci, un po’ di nostalgia e un ricordo. Questo è ciò che sta alla base di questa poesia di Ungaretti.

Il ricordo è Alessandria d’Egitto, la città natale del poeta, che pare palesarsi davanti ai suoi occhi in una notte parigina.

Infatti i tetti di Parigi assumono nell’oscurità notturna le sembianze dei minareti, ossia quelle torri presenti in quasi tutte le mosche, che chiamano il fedele a sé, nel momento della preghiera. Torri che si possono trovare anche ad Alessandria e che in quel flash, in quel miraggio del poeta riecheggiano nella sua mente, ricordandogli la sua terra.

Quindi la notte qui sbiadisce la realtà e la trasforma nel nostro sogno, in ciò che vorremmo che fosse, un po’ come per il protagonista delle notti bianche.

Van Gogh, la notte stellata

Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi. (lettera del 1888)

In questo quadro non c’è nulla di reale, niente che sia come sembra. Qui la notte è solo uno sfondo, un mezzo per esprimere altro.

E quell’altro, quell’altro dell’artista sgorga dal suo animo e arriva a cospargere la tela dei colori della notte, volendo trasmettere tutto un insieme di sentimenti, emozioni ed inquietudini che animano tutto il lavoro di Vincent Van Gogh.

L’immagine è quella di una notte stellata dove si staglia sulla sinistra un cipresso alto e severo che pare agire come una sorta di intermediario vegetale tra il cielo e la terra, tra la vita e la morte, in questo suo dispiegarsi verso l’alto quasi fosse una fiamma alla ricerca di un infinito.

Il villaggio è quello che l’artista poteva vedere fuori dalla finestra del manicomio nel quale era rinchiuso, quindi probabilmente è Saint-Rémy, e in fondo vediamo la catena delle alpi francesi.

Sopra le montagne e sopra il villaggio invece c’è un cielo che si dispiega tra le pennellate che cambiano affannosamente direzione e ruotano su se stesse, quasi creando un turbinio impazzito che non si ferma mai, se non per lasciare spazio, nel vuoto della notte, alle stelle.

Queste sembrano lottare contro il cielo con il loro giallo indaco, col loro bagliore vibrante e bruciante che sovrasta anche le flebili luci del villaggio sottostante, volendo dare ancora più vigore ad un cielo notturno così stridente.

E questo contrasto, tra la potenza cromatica del cielo e la debolezza del villaggio, della terra, pare voler far sorgere nella mente dello spettatore il sentimento di fragilità e di inconsistenza dell’uomo davanti all’immensità del cosmo. E allora la contemplazione di questo cielo non porta alla dolcezza della felicità, è solo dolore e inquietudine quella che prova l’artista. Qui la notte porta l’uomo a sentire la limitatezza della vita in un immenso che pare avere l’intenzione quasi di sommergerla.

Ed è così dunque che in questo quadro Van Gogh è riuscito a trovare un punto di incontro per tutti i suoi tormenti, in una raffigurazione che ha una forza e una potenza davvero straordinaria.

Antonioni, La notte

é strano come solo oggi mi accorgo che quello che si dà agli altri finisce a giovare se stessi 

La notte, in questo film del 1961 di Antonioni, è il momento in cui una coppia sposata si ritrova a dover fare i conti con una passione amorosa ormai svanita, in un matrimonio che è ormai da tempo finito per entrambi.

Il luogo è una festa. La festa di un industriale che vuole aprire un ufficio stampa nella sua azienda e propone a Giovanni, giovane scrittore di successo, di farne parte.

In questa festa, nel mezzo della folla vi è una giovane ragazza di nome Valentina, che se ne sta appartata a leggere, e non appena Giovanni la vede inizia ad inseguirla, a starle sempre appresso, fino ad arrivare a strapparle un bacio.

Bacio che però verrà visto dalla moglie di Giovanni, Lidia, che a sua volta cercherà di tradirlo, senza però arrivare fino in fondo.

I tre, Giovanni, Lidia e Valentina, in tarda notte, si ritroveranno assieme in una stanza, e Valentina spiegherà di non provare più alcun tipo di gelosia, perché ormai sapeva che tra lei e il marito tutto era finito.

Passata la notte, Giovanni e Lidia si ritrovano ancora insieme, seduti in un campo, e lei decide di tirare fuori una lettera d’amore, scritta in passato dal marito. Udite le parole di quella lettera Giovanni cerca di riaccendere la vecchia passione che lo aveva portato al matrimonio, facendo disperatamente l’amore con la moglie. Ma ormai tutto era finito.

La pellicola non ebbe particolare successo tra gli spettatori, perché forse non era ancora tempo per un film del genere, dal momento che fu portato nelle sale di proiezione nel pieno del boom economico italiano, quindi in un periodo dove lo spettatore era più incline alla visione di film divertenti e di spessore meno elevato. Infatti in questo film vi è una commistione tra esistenzialismo e realismo, che paiono svelare il vero volto dei nuovi ricchi del dopoguerra, scolorandone la maschera e commentandone gli atteggiamenti.

D’altronde dalla critica invece questo film trovò grandi apprezzamenti, tanto da consacrare Antonioni come maestro di un cinema differente, atipico.

Un cinema che non vuole trovare compromessi con l’industria cinematografica italiana che in quegli anni spingeva più che altro sul genere molto più leggero della commedia.

Eppure Antonioni sarebbe riuscito a divenire il modello per cineasti di epoche successive, tra cui Godard e tutto il movimento francese della Nouvelle Vague.

scena finale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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