Il monumentale tramonto di un’epoca: “The Irishman“ e la visione stoica del destino umano

Martin Scorsese sbarca nuovamente il lunario con ‘The Irishman”… e già la critica lo presenta come un capolavoro.

Il genere dei gangster movies trova nuova linfa vitale in ‘The Irishman”, l’ultimo film di Martin Scorsese che si aggancia alla precedente produzione cinematografica del regista newyorkese pur distanziandosene per fini e tematiche.

L’ultima lectio magistralis di cinema targata Martin Scorsese

Correva l’anno 1973 ed un giovane uomo, poco più che trentenne, muoveva i suoi primi passi nel mondo della cinematografia dirigendo il film Mean Streets, un fresco prodotto nato nell’ambito della “Nuova Hollywood” volto a scandagliare l’ambiente malavitoso italo-americano della New York degli anni ‘70. Quel giovane cineasta era iscritto all’anagrafe col nome di Martin Charles Scorsese, cognome che denunciava le sue chiare origini italiane e nei successivi cinquanta anni avrebbe affidato al grande schermo un capolavoro dopo l’altro, sbarcando il lunario con pellicole che hanno fatto la storia delle meravigliosa settima arte come Shutter IslandQuei bravi ragazziShutter Island, Toro Scatenato e portando ai massimi livelli un intero genere, il gangster movie, che è oggi praticamente accostabile solo ed esclusivamente al suo nome. E se vi dicessi che quel giovane regista sarebbe tornato a 46 anni di distanza con un prodotto capace di contenere al suo interno temi, attori, luoghi riecheggianti gran parte di quei colossal sopra citati? È proprio quello che ha egregiamente fatto Scorsese a partire dall’agosto del 2017, quando sono iniziate le riprese di The Irishman, ultima trovata cinematografica del regista italo-americano. Bene, l’idea maturata nella fervida e a dir poco geniale mente di Scorsese l’abbiamo capita. Ma come realizzare questo intento? Niente di più semplice di richiamare al lavoro quei tre ragazzetti ormai quasi ottantenni con cui aveva condiviso gloria, fama e successi nel corso degli anni e che corrispondo ai nomi di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, in modo da mostrare al mondo intero, forse per l’ultima volta, che cosa significa fare cinema ai massimi livelli. È così che è nato The Irishman, presentato il 27 settembre 2019 al New York Film Festival, prodotto dal colossal dello streaming Netflix e distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Cineteca di Bologna a partire dal 4 novembre.

“It is what it is”: il destino umano in The Irishman

“It is what it is”: sono queste le parole pronunciate a più riprese da Joe Pesci, che nel film interpreta la parte del mafioso Russell Bufalino, per sentenziare sul destino che gli sta intorno, un destino ormai segnato e che possiamo definire un po’ l’elemento coagulante delle ben tre ore e mezzo nelle quali Scorsese ci tiene impegnati per farci entrare nel suo mondo criminoso. Andiamo però con calma per capire meglio di cosa stiamo parlando. The Irishman rappresenta la chiusura della tetralogia sulla malavita iniziata con il già citato Mean Streets, continuata con Quei bravi ragazzi, passando per Casinò, il tutto in un climax ascendente che parte con i giovani teppistelli protagonisti del primo film, continua con i boss metropolitani del secondo, i tycoon del terzo e si conclude con le collusioni con le alte sfere della politica americana nell’ultimo capolavoro scorsesiano. Il film in questione, adattamento del romanzo di Charles Brandt I heard you paint houses, ha per protagonista Frank Sheeran, veterano della Seconda Guerra Mondiale e autista di camion che un giorno incontra l’uomo del destino, Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia, per il quale comincia a svolgere vari “lavoretti”. Russell è così fiero di Frank che lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, di cui diventa il guardiaspalle, il consigliere e, forse, il suo miglior amico. Hoffa rappresenta un po’ l’uomo di mezzo che connette la fantasia cinematografica alla realtà dell’America degli anni ‘70 e tramite il quale Scorsese mette a nudo tutti i legami fortemente ambigui che si erano creati tra quei personaggi malavitosi e le trame più nascoste degli intrighi politici, in primis l’uccisione di John Kennedy. Tuttavia, dal film non traspare più quella voglia da parte di Scorsese di indagare il contesto malavitoso in tutte le sue sfaccettature, ma l’attenzione sembra maggiormente volta verso l’uomo: la sete di potere, di denaro, i sanguinolenti omicidi si attenuano e vengono sostituiti con la gioia di Hoffa per un semplice gelato, con il senso di colpa di Frank per aver tradito la sua più stretta e vera amicizia, gli stessi omicidi diventano un rituale freddo da svolgersi solo perché “It is what it is”. Il tutto credo che sia riassunto dalla figlia di Frank, che accompagna ogni azione terribile compiuta dal padre con uno sguardo costantemente negativo e che fa perdere al crimine ogni fascino. Ma allora cos’è The Irishman? È un viaggio nel tempo, una volontà di ripercorrere tutte le tappe della vita di un uomo in maniera fredda e lucida per mettere in evidenza lo scorrere inesorabile del tempo stesso e la conseguente banalità di ogni male commesso. Questo non è solo il viaggio di Frank nel suo passato, non è nemmeno solo il viaggio reale compiuto da Frank e Russell verso Detroit, ma è ancor di più il viaggio di Martin, di Robert, di Al, di Joe nel loro passato, nella loro gloria, in quei piccoli particolari dei loro capolavori che i più attenti ritroveranno incastonati anche in The Irishman con, perché no, un forte senso di malinconia, simbolo del tramonto di un’epoca e di un modo, forse il più bello, di fare cinema.

La visione stoica della vita umana

La visione della vita umana che emerge in The Irishman ci permette di fare un parallelo con una delle correnti filosofiche che ebbero più successo nell’antichità: lo stoicismo. La scuola stoica nacque intorno al 300 a.C. e fu fondata da Zenone di Cizio, filosofo greco di origine fenicia, per poi avere una rapida e imponente diffusione sia nel mondo greco che in quello romano, tanto che gli ideali stoici vennero adottati da alcuni tra i più importanti filosofi e uomini di stato come Seneca, Marco Aurelio, Catone Uticense, Epitteto. La filosofia stoica, divisa in logica, fisica ed etica, si basa sulla concezione per la quale esiste un lógos, cioè una ragione d’essere, un calcolo, presente in tutte le cose e l’uomo è tra tutti i viventi l’unica creatura in cui il lógos si rispecchia perfettamente. Partendo da questa idea, gli stoici pensavano, contrariamente a quanto affermato dall’altra grande scuola antica, l’epicureismo, che nulla di ciò che accade nel mondo è dovuto al caso, ma tutto segue un piano prestabilito dovuto a quell’istanza divina, il lógos appunto, che determina la fatalità di ogni evento: di qui il concetto stoico di destino, che governa il mondo secondo un piano universale, dove ogni esistenza trova un significato e un fine. Ognuno di noi ha un suo fine ben preciso che il destino gli ha affidato e nessun evento, nemmeno il più banale, avviene per una casuale concatenazione di eventi, ma perché un’istanza superiore così ha voluto che le cose andassero. Se Frank durante tutta la sua vita ha eseguito fedelmente gli ordini impostigli dall’alto senza mostrare la benché minima spia di compassione è per la consapevolezza che “le cose stanno così”, che non c’è altra possibilità se non quella di seguire il destino che la vita ha in serbo per noi ed in ultima istanza di accedere l’unico destino che accomuna tutti gli esseri umani: il decadimento fisico, la senilità, la morte.

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