La canzone di Murubutu Il migliore dei mondi si propone come uno spunto per riflettere sulla teoria leibniziana.

Centinaia di morti, stragi quotidiane, malattie mortali ed epidemie, irreversibili danni ambientali provocati dal cambiamento climatico e una generazione di politici decisamente non all’altezza del proprio compito. Questo è tutto quello che ci capita di sentire ogni giorno non appena accendiamo la radio o la televisione, non appena controlliamo le news sui nostri cellulari o quando passiamo accanto a un bar e udiamo gli anziani conversare del più e del meno. Sono le sfide con cui la nostra epoca deve fare i conti. Davanti al devastante scenario della contemporaneità, diretta conseguenza di ben due guerre mondiali e di un ordine globale dominato dal divario economico e sociale che si è andato creando in epoca coloniale, intendiamo riportare qui un barlume di speranza.
Il migliore dei mondi possibili
A un’umanità flagellata da problemi assolutamente inediti nella sua storia, si vuole qui ricordare che non tutto è perduto. La filosofia sa essere, difatti, un buon antidoto contro quel veleno che è la rassegnazione morale che si vive di questi tempi. Ci ricorda che il mondo non è poi così male e che gli unici che possono fare qualcosa per invertire il processo di distruzione iniziato da tempo siamo solamente noi.
Di filosofi terribilmente pessimisti, se ne trovano a bizzeffe, ma oggi è utile prendere a modello un personaggio che ha proposto una delle teorie più fiduciose nei confronti del futuro di tutta la storia della filosofia. Parliamo di Gottfried Wilhelm von Leibniz, vissuto in Germania a cavallo tra il Seicento e il Settecento. Matematico e logico di indubbia fama, è generalmente conosciuto per essere stato un cosiddetto “genio universale“. Con questa espressione, si intende dire che è stato in grado di applicare le proprie abilità intellettuali a tantissimi e diversi campi del sapere.
A discapito dell’immensa mole di opere da lui proposte e di saperi da lui esplorati, ci soffermeremo qui unicamente sulla dottrina metafisica del migliore dei mondi. Nonostante la nozione sia stata recuperata e riutilizzata da numerosi pensatori a lui successivi, a Leibniz spetta, infatti, il merito storico di averla introdotta.
Leibniz sostiene che Dio, prima di creare il nostro, abbia esaminato nella sua mente una serie di altri ipotetici possibili mondi. In pratica, Dio avrebbe valutato attentamente tra le varie soluzioni disponibili per la sua creazione, al fine di poter svolgere un’opera degna del suo nome. Da ciò, si deduce che, poiché Dio ha creato questo mondo tra le miriadi di altri possibili, esso non può essere che il migliore.

L’ottimismo metafisico
Questa dottrina suscitò sin da subito non poche polemiche. La quintessenza di queste è riassunta in uno dei libri più ironici e conosciuti di Voltaire, Il Candido o l’ottimismo, un romanzo filosofico in cui l’autore critica esplicitamente questa teoria leibniziana. I personaggi continuano a vivere la loro vita, illudendosi che, nonostante le cose non vadano per il verso giusto, non potrebbero essere effettivamente meglio di come non siano. Vittime del male e del dolore in tutte le forme in cui essi possono manifestarsi, si illudono che il mondo non sia altro che il migliore dei mondi possibili.
Voltaire si fa beffe di Leibniz in parte fraintendendo, in parte negando, i presupposti della teoria originale. Leibniz non vuole, infatti, mediante questa dottrina, eliminare il problema del male o ignorarlo. Esso non può essere in alcun modo sradicato da qualsivoglia sistema filosofico.
Va affrontato, però, alla luce di un cosiddetto ottimismo metafisico. L’ultima espressione riguarda la possibilità di guardare in maniera speranzosa alle modalità in cui il mondo è stato creato ed essere positivi circa le sue ragioni d’essere e i suoi presupposti, per l’appunto, metafisici. In sostanza, consiste nel credere che realtà universale abbia un senso e sia la migliore in cui potessimo vivere.
In ultima istanza, è utile ricordare che, secondo il nostro filosofo, beni e mali nel nostro mondo si equivalgono. Perciò, nonostante l’esistenza di piaghe, dolori e scelte crudeli da parte dell’uomo, tutto deve essere visto come parte di un progetto più grande in cui, seppure non tutto funziona alla perfezione, quantomeno Dio ha fatto il meglio che potesse fare.
L’unica ragione per cui Dio avrebbe permesso agli uomini di farsi gli male gli uni con gli altri (o di devastare ciò che lui stesso aveva creato) è lasciare gli uomini liberi. L’uomo non sa evidente gestire la propria libertà in maniera etica, ma Dio gliela dona perché è, nuovamente, la scelta migliore che possa fare. L’universo di Leibniz è mosso dalla generale certezza che tutto tende verso il meglio, perché così Dio ha stabilito. Alla luce di questo complessivo ottimismo metafisico, non si può fare altro che pensare che tutto abbia un senso alla luce di un piano più grande.
Innamorarsi del migliore dei mondi
A questa dottrina, sono stati riservati molti trattamenti infami, ma è opportuno riportare qui una delle ricezioni e dei reimpieghi più originali di essa. Il brano di Murubutu Il migliore dei mondi prende ispirazione proprio da questa teoria filosofica e la trasferisce, applicandola in maniera innovativa, a un contesto del tutto inedito. La canzone fa parte dell’album Storie di pioggia ed altri racconti di rovesci e temporali, uscito a gennaio 2022, e racconta una storia romantica quanto triste.
Murubutu mette in musica un dramma personale, quanto collettivo. Il testo del brano parla di quella paura che tutti abbiamo che le storie d’amore finiscano, che le cose tra noi e l’altro vacillino quando meno lo vorremmo e che il tempo trascorso insieme venga annebbiato dall’oblio.
Le prime strofe raccontano la genesi del sentimento, la tenerezza dell’inizio e la difficoltà di comprendere e comunicare all’altro il proprio innamoramento. Una storia ordinaria quanto toccante, se non si dimentica che intercalata dal resoconto delle condizioni meteo, che regolano i ritmi e i dettagli di un qualcosa non ancora iniziato. Nonostante la sua musa gli passi tutti i giorni davanti, il protagonista trova solo timidamente la forza di parlarle e, a furia di passare del tempo insieme uscendo a passeggiare per la provincia, i due si innamorano, a tal punto che lei accetta di essere sua, di far parte della sua vita e di condividere questo sentimento con lui.
Una fotografia, scattata in un giorno di pioggia dopo essersi ritrovati a baciarsi nel tentativo di ripararsi sotto lo stesso ombrello, diventa un espediente per ricordarci che, come tutto ha inizio, tutto ha anche una fine. Lo scatto non è che il tentativo di aggrapparsi di nuovo ai tempi passati, ora che è tutto concluso, e simboleggia la necessità che tutti abbiamo di mantenere vivo un flebile legame, quantomeno attraverso gli oggetti che ci circondano, con le storie passate che ci hanno cambiato.
Spazio, tempo e, in questo caso, clima sono le condizioni essenziali della perdita, che si misurano nel tentativo di eternare la relazione e di aggirarne ogni limite fisico. Le condizioni meteorologiche sono, però, le vere scie del sentimento, che legge la pioggia in direzioni differenti: all’inizio, nella fase di infatuazione, essa è un ottimo espediente per condividere l’ombrello, per baciarsi, per avvicinarsi in cerca di protezione; quando le cose, invece, iniziano a vacillare, tuoni e lampi sono sinonimo di litigi e di uno stato d’animo di profonda tristezza e incertezza che pervade il cantante.
A fronte di tutte queste vicende, troviamo la confessione che ci riporta a Leibniz:
Ma tu ogni volta mi cambi, ogni volta mi incanti, mi guardi e mi lasciEd io che rincorro fra colpi e rimbalzi i tuoi occhi gigantiChe per il mio cuore sono il migliore dei mondi di Leibniz.
Questo ci riprova del fatto che, in un mondo di catastrofi, ciascuno di noi abita un microcosmo che può essere il migliore dei mondi possibili se davvero lo si vuole rendere tale e, in alcuni casi, se si incontra la persona giusta.
