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Il 14 febbraio è uscito nelle sale italiane l’ultimo film di Robert Rodriguez, compagno di merende e pupillo di Quentin Tarantino. L’opera che ha portato sullo schermo, “Battle Angel: Alita“, è tratto dall’omonimo manga del 1990, scritto da Yukito Kishiro. Per quanto il pubblico negli anni sia diventato scettico riguardo queste trasposizioni, dette anche “live-action”, il film ha ottenuto un consenso piuttosto generalizzato, complici anche gli effetti speciali di James Cameron. Ma non solo la componente estetica e artistica ha portato a questo risultato. La storia originale può contare su personaggi ben sviluppati, i cui conflitti e moventi vengono compresi senza difficoltà dal lettore, permettendo così un’immedesimazione efficace. Inoltre l’ambientazione, una gigantesca città-discarica all’ombra di un Eden iper-tecnologico ed irraggiungibile, chiamato Salem, rafforza l’intera struttura concettuale e narrativa. Tutto comincia quando Daisuke Ido, dottore di giorno e cacciatore di taglie di notte, trova tra i rottami un corpo meccanico dalle fattezze femminili, con il cervello miracolosamente intatto. Dopo averle donato un nuovo corpo e averla ribattezzata Alita, Ido avrebbe intenzione di rendere il cyborg dal volto angelico la propria figlia putativa. Questa tuttavia si rifiuta: Alita non è una bambola da ammirare e idealizzare, ma, nonostante sia priva di memoria, sa che il suo destino è combattere, come rivelano le arti marziali che inaspettatamente le salvano la vita nel momento del bisogno. Decide così di unirsi alle fila dei cacciatori di taglie; solo tale scelta le permetterà di capire chi è realmente e di farle conoscere a fondo la realtà che la circonda. L’umanità che abita la città-discarica è senza speranza, rassegnata alla condizione in cui si trova. Il degrado che la caratterizza è sia fisico che morale: Kishiro esagera o stilizza i corpi fino a renderli grotteschi, mentre dilagano violenza ed cinismo. Gli stessi cacciatori di taglie cercano solo prede facili, che possano fruttare soldi con il minor rischio possibile. La definizione di Hobbes “homo homini lupus” in questo contesto risulta particolarmente azzeccata.

Il ritrovamento del corpo di Alita tra i rottami (Fonte: anygoodfilms.com)

Il destino, o meglio, il fato, fa sentire il proprio peso in tutta la narrazione, toccando sia i personaggi principali che quelli secondari. Vi è una sorte inevitabile, da cui non si può scappare in alcun modo: un esempio è Jugo, il giovane ragazzo di cui Alita si innamora. Questi è stato ingannato da un commerciante d’organi senza scrupoli, che lo sfrutta con la promessa, chiaramente irrealizzabile, di portarlo via dalla città-discarica, di fargli finalmente raggiungere Salem. Sostenuto da questa speranza, Jugo mette costantemente a rischio la propria vita, uccidendo anche a sangue freddo pur di soddisfare le pretese del trafficante. Neanche l’intervento di Alita e il forte sentimento di amore reciproco possono salvare il ragazzo, condannato ancor prima di saperlo. La ribellione alle leggi ferree di quel mondo marcio, che permettono solamente di ammirare Salem, porta ad una conclusione tragica della vicenda. Quasi si trattasse di un monito, un crudele avvertimento ad accettare passivamente lo status quo. Ma il personaggio che meglio incarna la lotta continua dell’uomo contro il fato, o il karma, è certamente il dottor Desty Nova. Brillante scienziato, capace praticamente di tutto, Nova è l’antagonista principale dell’intera serie. Ogni sua azione è mirata a sconvolgere lo stato attuale dell’esistenza, ad infrangere qualsiasi legge, comprese quelle che regolano fisicamente la nostra esistenza, come il II principio della termodinamica

Fonte: “Alita” di Yukito Kishiro

Per Nova l’essere umano deve riuscire ad imporsi sulla natura, sulla necessità che regola l’intero universo, come un oltre-uomo nietzschiano. Il suo stesso nome è un richiamo alla volontà di superare il “dover essere” prestabilito e mostrato come immutabile, anche se alla fine persino questo onnipotente scienziato deve arrendersi, cadendo sotto i fendenti di Alita. Ci sarebbero molti altri personaggi di cui parlare, dal gigantesco centauro meccanico Den, capo di una fazione ribelle intenzionata ad abbattere Salem, a Zapan, un cacciatore di taglie che giura vendetta contro Alita, consumandosi con questo sentimento andando così incontro ad un’orrenda trasformazione. Ognuno di questi incarna un aspetto della lotta e della ribellione, ma anche della paura e della rassegnazione. Per quanto l’ottica con cui viene raccontata la storia possa sembrare fatalista, la drammaticità di ogni personaggio e la tensione tragica delle loro imprese, unita ad una psicologia coerente, bastano per rafforzare ed esaltare il sentimento di auto-determinazione ed affermazione, di cui Alita è la principale portatrice.

Giulio Bacciardi

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