I superstiti della massificazione: l’emersione della gloria evanescente degli artisti in Van Gogh e Leopardi

Gli artisti, i filosofi, i letterati, tendono spesso ad isolarsi dalla massa, non godendo della gloria che spetterebbe loro, a volte nemmeno dopo la morte.

I mangiatori di patate, Van Gogh

Quanti degli artisti o dei letterati che sono oggetto di studio non hanno mai avuto la possibilità di godere della fama e della gloria in vita? Il quadro “I mangiatori di patate” rappresenta un esempio.

“I mangiatori di patate” racconta della povertà di un pittore.

Il quadro “I mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh, conservato nel “Van Gogh museum” di Amsterdam, è sicuramente una delle opere pittoriche più descrittive riguardo il tema della povertà e del lavoro del proletariato. Realizzato nel 1885 con la tecnica “olio su tela”, raffigura una famiglia di contadini riunita a cena, dopo una giornata di lavoro.  I membri della famiglia gustano insieme un pasticcio di patate, piatto economico, adatto a sedare i languori di chi, compiendo sforzi fisici durante il lavoro, spreca energie e necessita di recuperarle con quel poco cibo che può permettersi. Dall’altro lato del tavolo, una donna versa il caffè e l’uomo accanto, con lo sguardo disperso nel vuoto, lo beve. Gli sguardi di tutti appaiono perduti, i volti consunti dalle preoccupazioni a causa dell’indigenza, dalla stanchezza dovuta ai lavori fisici immani. Il quadro fu dipinto prima della svolta parigina, negli anni olandesi del primo periodo, dunque è evidente che la tavolozza sia del tutto scura, esprimendo così la solitudine del pittore all’interno dell’epoca dell’uomo-massa, e la condizione oscura e precaria di questo ramo del proletariato. D’altro canto, la scelta di dipingere dei contadini non fu del tutto spontanea: Van Gogh, che visse quasi tutta la sua vita sulle spalle dell’amatissimo fratello Theo, non poteva permettersi di pagare dei modelli, vivendo anch’egli nell’indigenza. Il volto dei contadini appare scuro non per la mancanza di un’irradiazione adeguata, ma perché  è sporco di terra, mentre essi si trovano lì, seduti a tavola insieme, a gustare il frutto del loro lavoro. Questa scelta manifesta dunque il loro legame con la terra. Vincent esprime al fratello Theo, in una delle famose epistole del loro carteggio, la volontà di voler dipingere persone oneste che si cibano del frutto del proprio lavoro.  Sicuramente l’opera esprime la necessità del pittore di favorire l’incontro tra la sfera emotiva e la realtà: è possibile leggervi l’ideologia di Van Gogh riguardo la condizione del Quarto stato durante la Seconda Rivoluzione Industriale, così come la sua vicinanza a tale classe, ma anche un crudo realismo. “Visi rudi e piatti, dalle fronti basse e labbra grosse, non affilate, ma piene e simili a quelle dei quadri di Millet”, scrisse l’artista al fratello Theo, a proposito di quest’opera. Come si può dedurre dall’esegesi di quest’opera, di certo Van Gogh non fu un sommo esponente della corrente Neoclassicista in voga all’epoca, ma questo pittore dalla vita assai travagliata fu un suo totale oppositore.

Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh, padre dell’Espressionismo che visse senza gloria

Vincent Van Gogh nacque a Groot-zundert in Olanda nel 1893 da una famiglia dalla rigida morale protestante. Ereditò il nome dal fratellino morto l’anno prima, la cui tomba era visibile dalla sua camera da letto. Visse sempre in maniera piuttosto irregolare, non terminò gli studi superiori e si recò a Londra, dove si guadagnava da vivere lavorando come commesso in una libreria. In seguito tentò la via ecclesiastica, ma in seminario non superò l’esame di greco. Decise così di andare a predicare il Vangelo presso le miniere del Borinage, in Belgio, ma fu ricusato a causa del suo eccessivo rigorismo ideologico.  L’amore non fu mai salvifico per lui: tutte le donne di cui si innamorò lo rifiutarono. Fu proprio il fratello Theo, l’unico che in famiglia ebbe cura di lui, a suggerirgli di dedicare la propria vita alla pittura. Il primo quadro che dipinse lo regalò alla madre, per poi ritrovarlo in una bancarella di un mercato. Nessuno, durante la sua vita, fu capace d’intendere la bellezza da lui raffigurata. Basta pensare che dipinse “Sorrow”, la cui protagonista era una prostituta incinta del quinto figlio che lui amava solo perché lei contemplava i suoi quadri. Creduto pazzo, fu internato più volte in manicomio. La sua pittura conobbe tre periodi: il primo fu quello olandese caratterizzato da una tavolozza molto scura, il secondo fu quello parigino, caratterizzato da una tavolozza chiara, il terzo fu quello provenzano. A Parigi conobbe gli impressionisti, e ne trasse importati insegnamenti. Visse in seguito in Provenza, meno costosa di Parigi, dove avvenne la sua morte, forse per suicidio, forse per omicidio involontario. Come si può facilmente notare, il padre dell’Espressionismo visse la propria vita nell’indigenza ed il suo merito venne solo riconosciuto post mortem: i pochi soldi che riuscì a guadagnare dalla vendita di un quadro, vennero da lui stesso devoluti in beneficenza.

Giacomo Leopardi

“Il Parini, ovvero della gloria”

Gli ostacoli che un artista deve valicare per godere della fama sono molti, e spesso questa giunge postuma, come accadde per Van Gogh ed i suoi quadri, o non giunge mai. Questo concetto viene espresso in “Il Parini, ovvero della gloria”, operetta morale di Giacomo Leopardi. “I quali ostacoli, sempre malgevolissimi a superare, spesso insuperabili, fanno che più di uno scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è frodato del tutto dell’onore che gli si dee”, e ancora “Ma io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta o vicina alla perfezione, e capace veramente dell’immortalità, non basta essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi perfettamente […]”, scrive Leopardi. La necessità di tirare in ballo Parini, deriva dall’esigenza di richiamare una figura che potesse predicare riguardo il bisogno di adottare una lingua filosofica, questione concreta ed attuale nella cultura dell’epoca. Il trattato è suddiviso in dodici capitoli, di cui i primi sei sono dedicati all’illustrazione delle difficoltà che possono ostacolare lo scrittore che intenda conseguire la gloria incompatibile con la natura dei tempi presenti, dominati dalla “ragione geometrica” e da uno “stato di freddezza e mortificazione”, come afferma Leopardi nel “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”. La gloria dunque, nel “secol superbo e sciocco”, è una virtù obsoleta, tanto debole ed inefficace da non poter più costituire un vincolo sociale.  Gli ultimi capitoli infatti mostrano che un grande scrittore o un grande filosofo sono destinati a non trovare riconoscimenti nel proprio tempo, e di conseguenza devono riporre le speranze nella posteriorità. Tutto ciò è dovuto alla mancanza di sensibilità dei lettori moderni, che hanno perso la capacità di entusiasmarsi propria degli antichi. Dunque, sembra proprio che la gloria dei grandi artisti titanici dell’antica “classis” non sia più replicabile per i moderni: ne è testimonianza il racconto di Van Gogh, concretizzato dalla perizia di Leopardi.

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