Il Superuovo

I DUE ISTINTI DEL RAZZISMO: una storia americana x

I DUE ISTINTI DEL RAZZISMO: una storia americana x

Ci troviamo immersi in un orizzonte culturale che permette la sopravvivenza del popolo ma non della specie.

Una storia americana raccontata sul grande schermo che non narra visionariamente la storia e il destino di un solo popolo, bensi’ quello dell’umanità intera.

L’origine antropologica del razzismo

Uscito nelle sale americane nel 1998 e diretto da Tony Kaye, American History X si configura come uno dei migliori film che mette a nudo la contraddittorietà di un’ idea preconfezionata culturalmente, in questo caso il razzismo. Possiamo vedere fin dalle scene iniziali i tediosi e perpetui attacchi da parte di una confraternita nazista nei confronti di minoranze etnicamente differenti. La prima cosa che quindi appare superficialmente all’occhio è come possa esser possibile che un ideologia politica (se cosi’ si può riassumere e nominare) umanamente inaccettabile e anacronisticamente presente in quel preciso momento storico (l’America degli anni ’90) possa presentarsi come opposizione valida e veritiera ai ‘negri’ del Nord-America: non sarebbe stata più realistica un opposizione che fosse rimasta ‘domestica’? un’opposizione proveniente dalle mura domestiche che non coinvolgesse un ideologia cosi’ radicale e disumana quanto probante come il Nazismo? Il motivo è che proprio con esempi estremi che l’uomo riesce a comprendere un concetto al meglio. Il regista non ha fatto altro che sbatterci davanti la faccia la lotta tra due minoranze, non facendo sussistere automaticamente la suddivisione tra barbaro e civile. La linea che suddivide il razzismo esplicito del film e il razzismo implicito che sta dilagando nell’ultimo decennio in occidente è sottilissima e molto spesso viene abrogata, ed è a questo punto che si può analizzare il razzismo come lo intendeva un luminario dell’antropologia, Levi Strauss scrive ” Proprio nella misura in cui pretendiamo di stabilire una discriminazione fra le culture e fra i costumi, ci identifichiamo nel modo più completo con quelle che cerchiamo di negare. Contestando l’umanità di coloro che appaiono come i più selvaggi o barbari fra i suoi rappresentanti, non facciamo altro che assumere un loro atteggiamento tipico. Il barbaro è anzitutto l’uomo che crede nella barbarie.”

Se tale concetto lo si espande in un sistema geopolitico (come quelli attuali) e lo si porta ad estrema conseguenza, il risultato è un gruppo di persone che si lega a dettami culturali autoponentesi andando a causare aporie culturali ed evoluzionistiche come vedremo. Il concetto primordiale di razzismo si lega quindi a quella che inconsapevolmente si configura come l’abnegazione di una radice antropologica comune, siffatta clausura permette nel migliore dei casi la formazione di una coscienza comune legata al popolo di riferimento, alla propria etnia, alla propria terra e quindi ai propri usi e costumi e che imprescindibilmente è legata a fattori di carattere evoluzionistico.

La variabile umana: l’evoluzione

15 miliardi di anni fa: l’universo prende vita auto generandosi, passano ben otto ere fino ad arrivare a 13,7 miliardi di anni fa in cui i fotoni si disperdono nell’intero universo formando la radiazione cosmica di fondo e permettendo il proliferare di particelle poco più pesanti come atomi e leptoni che si condensano e favoriscono la formazione della prima stella.

4,7 miliardi di anni fa: nasce la nostra dimora, un pianeta che catalizzerà vita ,  un miliardo di anni dopo le prime forme di vita, nei successivi 55 milioni di anni la Terra sarà occupata da una varietà di specie animali e vegetali lontanamente concepibile dall’uomo e, appunto, 35 milioni di anni fa l’evoluzione delle prime scimmie. Nel corso di tutto questo tempo l’ordine naturale e l’entropia perfetta dell’intero universo permetterà lo svilupparsi della specie animale più intelligente mai esistita: l’Homo sapiens, comparso circa 27 mila anni fa. Questo brevissimo e alquanto superficiale preambolo sta ad indicare semplicemente il fatto che i tempi biologici indipendenti da qualsivoglia volontà razionale seguono una loro connotazione ed è estremamente flemmatica e longilinea. L’avvento della cultura, che posto in scala corrisponde a ‘un paio di millesimi di secondo dalla nascita dell’universo’, coinvolse l’uomo tanto da permettergli di imporre una propria ‘giurisdizione’ sull’ordine naturale delle cose. Tuttavia, proprio per questo motivo, parliamo di una proto-cultura, l’uomo non si è adattato fin da subito per stabilire un legame coesivo con l’altro bensi’ per garantire la sopravvivenza del proprio gruppo (ed è ciò che tutt’ora sta succedendo e ciò che fondamentalmente American History X ci mostra; non c’è tuttavia da stupirsi osservando a ritroso le effettive tempistiche evoluzionistiche). Ci troviamo allora nel punto di partenza? Ci troviamo veramente nell’era della cultura? o forse è tutto un enorme e ironico malinteso? Darwin ci viene incontro e ci permette di approfondire il carattere genetico ed evoluzionistico della nostra specie per percepire meglio quello che dovrebbe utopisticamente essere invece il carattere culturale.Ciò che ha permesso all’uomo ancestrale di sopravvivere all’interno di un mondo pericoloso è stata la sua duttilità, la capacità di adattamento a intere porzioni di terreno su almeno il 10% della superficie terrestre; in una cosi’ eterogenea varietà ambientale è riuscito a stanziarsi e a modellare a proprio piacimento l’ambiente e a conservare in tutto il globo una propria identità collettiva, è chiaro che l’uomo diverge dall’altro per evidenti caratteristiche contingenti e del tutto casuali (sull’ “origine della specie” scrive :”la variabilità indefinita si osserva negli innumerevoli piccoli particolari che distinguono gli individui della stessa specie, e che non possono attribuirsi  all’eredità dei genitori o di qualche lontano antenato”) la diversità garantisce la sopravvivenza della specie, scrive Darwin:” sulla variazione e sulla selezione naturale, ho cercato di dimostrare che nell’ambito di ogni regione le specie più diffuse e comuni, cioè dominanti, che appartengono ai più numerosi generi di ogni classe, sono quelle che variano di più.” e ancora “dato che i discendenti variabili di ogni specie cercano di occupare il maggior numero possibile di luoghi differenti nell’economia della natura, i loro caratteri tendono costantemente a divergere.” e riprendendo Linneo, scrive, illuminando ciò che si dovrebbe configurare come il ‘il destino ultimo dell’uomo’ in quanto genere:”i caratteri non fanno il genere, ma che il genere dà i caratteri sembra implicare che la nostra classificazione racchiude un legame più profondo della semplice somiglianza.”

(Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?)

 

Legame più profondo?potrebbe forse essere la condivisione di usi, costumi, idee? Piccolo ma incidente particolare all’interno del film che rimanda ancora una volta alle condizioni antropologiche ed evoluzionistiche dell’uomo è appunto il fattore che una delle due minoranze, ovvero i neonazisti, viene, oltre che ostracizzata, isolata nel loro ghetto, e il punto focale non sta nell’isolamento di questa precisa fetta di marciume bensi’ nell’uomo che sembra parte di uno stesso destino, vedremo il protagonista dopo la ‘redenzione’ avvenuta in carcere, paradossalmente, ancora una volta isolato, viene lasciato solo dalle stesse persone che una volta erano vicine a lui, il ‘collante’ che li teneva uniti non era il legame emotivo-affettivo bensi’ un ideologia, un idea più o meno radicale, un reticolo perverso di illusioni, e ciò può avvenire all’interno di una comunità di nazisti, di comunisti, di ‘bianchi’, di ‘neri’ (un ideologia implica una condivisione di idee tra uomini e tale condivisione porta strutturalmente alla formazione di una coscienza collettiva che a volte prende il sopravvento su quella individuale o ancora peggio su quella di genere).

Feuerbach: individuo e specie

Feuerbach può chiarire la dicotomia tra istinto individuale e di specie , la sua antropologia capovolta pone in risalto gli attributi umani che hanno permesso l’evoluzione dell’individuo, facendo sussistere il fatto che tuttavia l’uomo ha commesso un innocente ma alquanto presuntuoso errore: l’autocoscienza ha posto in essere un essenza divina al di fuori di sè prima di scoprirla in se stessa.

«Siamo situati all’interno della natura; e dovrebbe essere posto fuori di essa il nostro inizio, la nostra origine? Viviamo nella natura, con la natura, della natura e dovremmo tuttavia non essere derivati da essa? Quanta contraddizione!»

(Ludwig Feuerbach, Essenza della religione)

L’uomo individuale è debole,fragile e oltretutto isolato, tutto ciò che c’è di negativo nella natura umana viene ostracizzato e circoscritto nell’ineluttabilità della sua inettitudine mentre tutto ciò che c’è di positivo viene posto al di fuori di lui ed assegnato a qualcos’altro, dio,  l’uomo viene lasciato solo paradossalmente dai suoi stessi costrutti, dal suo stesso dio e dalle sue stesse idee. L’uomo si è denudato ed ha vestito un fuoco che ha finito per bruciare i suoi stessi vestiti. L’attenzione non è rivolta verso l’uomo, che è reso alla stregua di una pecora timorosa, tant’è che per Feuerbach l’origine della religione è una forma di alienazione e quindi uno stato patologico per cui l’uomo scindendosi proietta fuori di sè una potenza superiore (potenza superiore, che si ribadirà in seguito, è individuata in tutto ciò che c’è di artificioso in una determinata etnia, la propria cultura in toto quindi produce e tali prodotti vengono elaborati ‘ontologicamente’ e non ‘sostanzialmente’: divinità, idee, ideologie, posizioni politiche) alla quale si sottomette anche in modi umilianti e brutali. Tuttavia, virtualmente l’uomo in quanto specie o genere riacquista la sua forza, la sua vera identità e il reale concetto di unione e di Uno. Il materialismo professato non è meccanicistico, ma antropologico, naturalistico, che valorizza l’uomo nei suoi aspetti morali, estetici, intellettuali, e non solo l’uomo singolo ma anche l’uomo sociale e universale,non in quanto gruppo ma come genere, l’IO deve essere completato da un TU, non limitato da confini, mediante il sentimento dell’amore l’uomo deve vedere sè come umanità: l’unico universale che l’uomo possa ammettere è esso stesso. La cultura a questo punto è il “tragico passo falso?” ha ostacolato tale sentimento?

Tale mistificazione avviene in campo pseudo spirituale e in campo ideologico e politico, un idea radicata si prende possesso dell’individuo e quindi del gruppo nel quale, appunto, si è individuato, guardando noncurante, con scetticismo e, a volte, con disprezzo altri gruppi di orientamento religioso e politico differenti. L’avvento della cultura ha permesso ciò, un orizzonte nel quale l’uomo si annulla per dare spazio in maniera irrispettosa e innaturale alle proprie illusorie costruzioni, ed è a questo punto che si ha una scissione dell’autocoscienza di cui si accennava prima, tale scissione provocata da norme sociali e culturali, pur essendo fondamentali per l’uomo, per la sua crescita ed evoluzione interpersonale ed intrapersonale, ha paradossalmente diviso in maniera irrimediabile la psiche umana entro due orizzonti: da un lato ciò che rimane di più animale e pulsionale, l’es e Tanato e dall’altro ciò invece che si è costruito culturalmente, il super io, Eros.

(Francis Bacon, autoritratto)

Freud: I due istinti del razzismo

Il razzismo che ci mostra American History X non è nient’altro quello che esplicitamente si manifesta in modi sempre più subdoli in almeno tre quarti del globo: delle minoranze che lottano tra loro, senza un’autocoscienza che permetta la regolazione di un attività(propriamente culturale) non limitante e limitata ma ‘terribilmente libera’ (‘terribilmente libera’ poichè il discorso di libertà confligge strutturalmente con quello di identità, non si può essere liberi ed avere un identità e viceversa ma ci si può identificare ed accogliere l’altro come lo si fa con se stesso, per approfondire tale discorso si dovrà prendere in considerazione il concetto di Umberto Galimberti ) . Freud teorizza due differenti istinti che regolano l’attività psichica umana e che avvolgono il razzismo all’interno di un bozzolo, tali ‘spinte’ sono: il principio di autodistruzione o Tanatos e un principio di autoconservazione o Eros.” Il carattere di Tanato è arrogante e impulsivo, amante del sangue e della violenza, quale potenza inevitabile e inflessibile. Nemico implacabile del genere umano, odioso anche agli immortali, ha fissato il suo soggiorno nel Tartaro o dinanzi alla porta dell'”Elisio” e degli “Inferi” ” (fonte: wikipedia), lo si illustra perfettamente, una forza insita nell’attività auto disgregatrice dell’uomo, nel principio di morte, nel ‘ritorno alla terra’ , l’uomo è condannato nevroticamente alla ripetizione e alla dimenticanza, un errore si ripete se non lo si ricorda e legandosi alla terra, appunto,prima o poi li’ si ritornerà, metaforicamente parlando. Il razzismo è autodistruttivo perchè privo della consapevolezza di genere ma tronfio di un egoista affinità con una sola limitata e circoscritta fetta di uomini, è autodistruttivo perchè autodistruttiva è la volontà umana nei confronti di se stessa e nei confronti dell’altro. L’istinto di autoconservazione che apparentemente è dislegato dal principio di autodistruzione ne è invece parte integrante e progenitrice, Eros ovvero la tendenza all’aggregazione che agisce al livello biologico e psichico, è parte integrante nell’autoconservazione individuale e categoriale, certo è, quindi, che si pone nella limitata visione dell’individuazione all’interno del gruppo e nel proprio auto sostentamento, ma dislocato e abdicato nei confronti dell’uomo ‘tutto’ che viene visto nella sua diversità, tanatos è il nemico della civiltà o quella che DOVREBBE essere civiltà ma che ancora oggi non abbiamo ben chiara in mente. L’uomo è naturalmente aggressivo, quella pulsione distruttrice che negli anni precedenti era illustrata con comportamenti individuali, ora viene esemplificata da Freud con le grandi stragi della storia (a partire dalla Prima guerra mondiale, per non parlare dei vari genocidi: del Ruanda, nelle guerre Jugoslave, quello Cambogiano, l’olocausto e il genocidio degli Armeni). Anche a questa pulsione la civiltà deve porre un freno. L’uomo delle origini poteva sfogare i suoi istinti distruttori senza soffrire di nevrosi e rischiando di cadere vittima dell’aggressività altrui. La civiltà moderna e del “progresso” (se cosi’ positivamente la si vuole interpretare), tralasciando la comparsa di sintomi nevrotici e psicotici e disturbi di identità, è davvero cosi’ evoluta e lontana dallo stato brado umano? non appare più come una ‘formalizzazione’ di esso?

(Gustav Klimt, morte e vita)

Tale malsana idea, che sia presente una sorta di gerarchia che regola l’attività umana, oltre che fuorviante è terribilmente misconosciuta nella cruda realtà, non si dovrebbe parlare di gerarchie ma è del tutto consono trattare la biodiversità con occhio critico, ma soprattutto, come solo noi sappiamo fare: con amore ed umanità. Si deve accettare ciò che Darwin appena sopra ci esplicava, la fuga da ciò che è diverso, cercare di rendere simili cose diametralmente opposte, oltre che essere presuntuoso, è tragicamente dettato da una paura incontenibile dell’uomo insita nella sua incapacità di comprendere l’unità, unità che non si trova da nessuna parte se non in tutto ciò che è differente e NON simile, non la si trova al di fuori di noi stessi ma IN noi stessi CON l’altro. A tale proposito è davvero spaventoso che l’UNESCO riconosca formalmente la diversità biologica e non quella psicologica, comportamentale e attitudinale.

La «Dichiarazione sulla razza» è un documento dell’UNESCO approvato a Parigi nel 1950. È considerato il primo ad aver negato ufficialmente la correlazione tra la differenza fenotipica nelle razze umane e la differenza nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali:

«Una razza, dal punto di vista biologico, può essere definita come uno dei gruppi di popolazioni che costituiscono la specie Homo sapiens. Questi gruppi sono in grado di ibridarsi l’uno con l’altro, ma, in virtù delle barriere isolanti che in passato li tenevano più o meno separati, manifestano alcune differenze fisiche a causa delle loro diverse storie biologiche. In breve, il termine “razza” indica un gruppo umano caratterizzato da alcune concentrazioni, relative a frequenza e distribuzione, di particelle ereditarie (geni) o caratteri fisici, che appaiono, oscillano, e spesso scompaiono nel corso del tempo a causa dell’isolamento geografico.

In materia di razze, le uniche caratteristiche che gli antropologi possono efficacemente utilizzare come base per le classificazioni sono quelle fisiche e fisiologiche.

In base alle conoscenze attuali non vi è alcuna prova che i gruppi dell’umanità differiscano nelle loro caratteristiche mentali innate, riguardo all’intelligenza o al comportamento.

Dichiarazione sulla razza, Parigi, UNESCO, 1950» (fonte: Wikipedia)

Ciò che viene riconosciuto è quindi il valore biologico, parlando di adattamento e di evoluzione si dimentica che l’intelligenza è la chiave fondamentale, è ciò che permette appunto la distribuzione di quelle particolari caratteristiche genetiche a seconda dell’isolamento geografico, l’unesco ci sta quindi dicendo che sussiste un solo tipo di intelligenza, un solo tipo di approccio evoluzionistico e il medesimo stile comportamentale che ha permesso l’evoluzione dell’uomo caucasico e dell’uomo australoide,dell’uomo mongoloide e dell’uomo congoide: questa è paura, paura del diverso, e la paura del diverso porta a rendere uguale ciò che uguale non è,questo provoca contraddizioni e le contraddizioni portano alla conoscenza errata, la conoscenza errata sfocia facilmente nell’ignoranza e tutto ciò comporta disumani malintesi, e quindi, il malinteso per eccellenza: il razzismo. Plasmare la realtà a proprio piacimento è peculiarità ed esigenza umana, è ciò che abbiamo sempre attuato e probabilmente ciò che attueremo fino al tramonto della nostra ‘grande giornata’, la domanda è: riusciremo mai a riconciliarci con la nostra natura?

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