Il Superuovo

La sovversione del linguaggio artistico: la tragedia di Euripide e la street art di Bansky

La sovversione del linguaggio artistico: la tragedia di Euripide e la street art di Bansky

Ogni desiderio di distruzione è anche un desiderio di creazione.

Sovversione artistica
Bambino che gioca con neve-cenere, murales, Bansky

È dovere dell’artista quello di provare a stimolare le coscienze per ristabilire equilibri perduti: l’abilità nel manipolare i codici comunicativi a cui normalmente si è abituati per impressionare i destinatari, far porre loro domande e quindi sensibilizzarli su questioni rilevanti. Quando tematiche spiacevoli si trasformano in opere brillanti, il messaggio diventa memorabile e induce lo spettatore alla riflessione.

L’eversione nell’antica Grecia

Immaginiamo l’antica Grecia come racchiusa in un periodo storico quasi paradisiaco, di templi e statue, simposi e dei, in cui i filosofi discutono sull’uomo e la natura, i poeti cantano l’amore e gli eroi e i politici sono impegnati strenuamente a difendere gli ideali dell’appena nata democrazia. È l’immagine dell’essere umano all’apice delle sue potenzialità, un idillio felice che racchiude sicuramente una certa verità storica, ma che è pure idealizzato delle fantasticherie tipiche dell’uomo moderno affascinato da epoche che non ha mai vissuto. L’occidente, di certo, deve gran parte del proprio assetto culturale ad Atene, culla della filosofia, dell’arte e del pensiero politico. Tuttavia, pur sembrando indiscutibilmente perfetta, anche la polis greca ha le sue crepe. Non ci si aspetterebbe mai, ad esempio, che un popolo così evoluto condanni per empietà i filosofi Anassagora e Protagora, bruciandone pubblicamente le opere, o, per le stesse ragioni, mandi a morte Socrate, uno dei più importanti pilastri del pensiero occidentale. Pur essendo, sotto certi aspetti, una città progressista e innovatrice, Atene rimane comunque attaccata con forza al suo spirito conservatore. Pertanto, bisogna muoversi con estrema cautela quando si vuole esprimere un pensiero non condiviso dalla comunità. Per sopravvivere è necessario imparare a stonare dal coro, a praticare un tipo dissidenza celata e intelligente ed Euripide, in questo, è stato eccezionale.

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Euripide riceve in dono una maschera teatrale, simbolo di conoscenza (Smirne, Turchia)

Euripide, una voce fuori dal coro

Tragediografo di mestiere e intellettuale per natura, Euripide ha saputo utilizzare il teatro (luogo profondamente politico, oltre che artistico) per dare voce alle problematiche legate alla società e alla cultura della polis. Egli affida il suo pensiero alle parole dei personaggi che popolano le sue tragedie, nascondendolo sotto l’artificio della finzione scenica. Non sbraita il suo scontento, non sbandiera il disappunto. È un intellettuale schivo, si tiene lontano dai circoli culturali e politici per poterli osservare da lontano, con lucidità e freddezza. La sua attitudine riflessiva nei confronti dell’essere umano fa crollare i miti di cui si nutre la società, ritraendo eroi deboli e vigliacchi, donne forti e controverse e divinità fin troppo umane. La sua è la tragedia del contrasto e del dibattito. Quando rappresenta Elettra, Euripide colpisce due volte il cuore pulsante della cultura ateniese attraverso la celebre storia di Elettra che, insieme al fratello Oreste e per volere del dio Apollo, uccide la madre Clitennestra vendicando così la morte del padre Agamennone. Egli non fa altro che riprendere un mito noto a tutti, nonché una delle più importanti tragedie di Eschilo, le Coefore, distruggendone, però, il suo impianto tradizionalista. Se nell’opera di Eschilo le azioni dei personaggi rispondono ciecamente ai voleri di un dio, Euripide, invece, seguendo lo stresso intreccio mitico, tratteggia una vendetta compiuta non tanto per obbedire agli ordini divini, ma piuttosto per un desiderio personale. Cinquant’anni dividono l’Elettra di Euripide dal suo modello, il tempo necessario per l’evoluzione di un pensiero laico e razionale. Facendo ciò, egli non solo colpisce in centro Eschilo, padre della tragedia e portavoce di valori conservatori, ma crea un nuovo interrogativo: come si può ancora credere in un dio che ordini di uccidere la propria madre? È la stessa domanda che ritorna nelle Baccanti, una delle tragedie più enigmatiche e oscure di Euripide. Dioniso, generalmente associato ai piaceri del vino e della libido, è rappresentato come un dio subdolo e capriccioso: per vendicare un torto subito dalla madre, fa impazzire le donne di Tebe che, in preda alla trance più sfrenata, fanno a pezzi il loro re. Rappresentati di fronte a una società che regola i propri ritmi sulla religione, gli dei di Euripide si pongono volutamente in contrasto, intrisi di tutte le bassezze umane: si tratta di un’operazione intellettuale sapiente poiché, sottolineando l’illogicità di fondo del pensiero religioso, dà voce alla visione del mondo del poeta, più razionalistica e lontana da ogni dogmatismo.

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William-Adolphe Bouguereau – La giovinezza di Bacco (1884)

Il contesto storico e il significato dell’opera euripidea

Mentre Euripide scrive e mette in scena le sue tragedie, Atene è logorata dal conflitto contro Sparta e il tetro spettacolo della guerra è uno spunto di riflessione costante. Di fronte a una politica del terrore, a città distrutte e a massacri, Euripide riesce a sfruttare il mito della guerra di Troia per condannare l’ideologia militare, mettendone in luce le atrocità. Quando le sue Troiane vanno in scena, Atene è appena partita per una spedizione in Sicilia (che si rivelerà ben presto disastrosa) e ai suoi cittadini Euripide decide di raccontare il triste destino delle donne di Troia al termine dello scontro. Sono mogli, madri e figlie costrette a sopportare gli orrori della guerra, destinate alla schiavitù e obbligate a rinunciare ai loro affetti, tutte ritratte nell’atto doloroso di fare i conti con ciò che resta della loro famiglia. La critica di Euripide nei confronti della politica militare si spinge a tal punto da toccare note quasi comiche, costruendo un intero dramma proprio attorno alla figura di Elena, che secondo il mito dà avvio alla guerra di Troia. Nell’omonima tragedia, infatti, la donna non ha mai lasciato il marito per scappare con Paride e tutta la guerra sarebbe stata combattuta per nient’altro se non per una sua sosia. E in sostanza, se si arriva a combattere una guerra per un fantasma, significa che ogni guerra è illogica, è un errore. La finezza di Euripide sta nel far muovere sulla scena personaggi controversi e analizzare le profondità delle loro coscienze. Non è un caso che Medea sia uno dei nomi più conosciuti non solo del teatro greco, ma di tutto il mondo classico. Affidare a una donna l’intera struttura tragica del dramma a lei dedicato, è già di per sé un’operazione azzardata per quell’Atene misogina e maschilista. Abbandonata dal marito Giasone e lasciata completamente sola in terre straniere, l’infelice si vendica uccidendo i propri figli, diventando l’archetipo letterario dell’anti-madre, che non genera ma sopprime la vita. Euripide porta in teatro una donna sapiente e forte, a tal punto da suscitare timore in chi le sta attorno: l’obiettivo è turbare gli ateniesi, non abituati di certo a vedere questo genere di donne. Nello scontro tra Giasone e Medea, tra grecità e barbarie, l’astuzia di Euripide è anche quella di far vacillare la salda fiducia che il popolo nutre nei confronti della supremazia ellenica, ritraendo il greco Giasone come debole e vigliacco. Le simpatie di Euripide sono tutte rivolte verso la solitudine della barbara Medea: una madre senza più diritti, lontana dalla patria e dagli amici, abbandonata in terre a lei sconosciute. Da sola contro il mondo, il suo gesto disperato sembra l’unico atto in risposta ad un destino così arido.

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Medea (1866-1868), opera di Anthony Frederick Augustus Sandys.

L’arte di Bansky

Banksy (Bristol, 1974) è un artista e writer inglese, considerato uno dei maggiori esponenti della street art, la cui vera identità rimane avvolta in un alone di mistero. Le sue opere sono spesso a sfondo satirico e riguardano argomenti come la politica, la cultura e l’etica. La street art è una arte che si sviluppa in una moltitudine di forme in luoghi pubblici o per strada. Il termine include la pratica di graffiti, stencil, proiezione video, creazione di poster su strade e marciapiedi. La street art spesso è intesa come una corrente di artisti che rifiutano di amalgamarsi alle masse, che vogliono detonare esponendo le proprie opinioni politiche, che feriscono, che spingono a reagire, senza essere associati a una forma d’arte, un movimento, un gruppo particolare. Gli artisti di strada sono fondamentalmente quelli refrattari che desiderano esibirsi senza permesso, senza previo consenso, senza tabù e senza limiti. L’arte di strada appartiene al mondo intero, non ha confini, né sesso, né delimitazione prestabilita. Tutto ciò ha contribuito a rendere questa forma d’arte sempre più originale e popolare. Bansky rappresenta senz’altro uno degli artisti mitici in materia di graffiti, identificato come un trovatore dei tempi moderni. È un rinomato e impegnato artista. Risulta essere incisivo e strabiliante. Al giorno d’oggi, Banksy ha un posto tra i grandi di questo mondo con le sue azioni censurate e molto sovversive. Filantropo, anti-guerra e rivoluzionario, prende la sua arte come mezzo di comunicazione per proclamare ad alta voce la sua insoddisfazione riguardo alcuni della società, certe situazioni politiche o addirittura certe decisioni adottate dai leader mondiali. Banksy non è un’artista, ma un provocatore. La sua è una satira che usa i canali dell’arte per arrivare al pubblico. Guerre, banche, sorveglianza, immigrazione, falso benessere, consumo irresponsabile, sono i suoi soggetti.

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Ballon Girl, Bansky, 2002

Balloon Girl (2002)

Balloon Girl è sicuramente l’opera più conosciuta dell’artista di Bristol, realizzato a Londra nel 2002. Il soggetto raffigura una bambina a cui sfugge un palloncino a forma di cuore, poco distante una scritta recita C’è sempre speranza. La bimba è triste per il palloncino perso, o forse l’ha lasciato andare volontariamente, seguendolo con lo sguardo. Si tratta senza dubbio di uno dei simboli più intensi di Banksy in circolazione. Durante un’asta di Sotheby’s a Londra, la famosa opera La ragazza con il palloncino si è autodistrutta dopo esser stata venduta per oltre 1 milione di sterline. Un meccanismo simile ad un trita-carte, situato nella cornice, ha distrutto l’opera tagliandola in molteplici strisce. Poco dopo l’artista ha rivendicato la performance, spiegando i retroscena tramite un video e citando una frase di Picasso, ogni desiderio di distruzione è anche un desiderio di creazione. Un gesto che ha lasciato di stucco tutti e che, forse, si è rivelato un autogol per Banksy. Il murales da opera d’arte si è trasformata in performance artistica facendo sì che il suo valore triplicasse, andando contro l’intenzione dello stesso artista, che inserì il meccanismo nella cornice proprio per evitare la mercificazione della sua arte.

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L’autodistruzione di Ballon Girl durante l’asta di Sotheby’s, a Londra

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