Disordini sessantottini: De Andrè ci racconta la storia del Maggio francese del 1968

Proteste, disordini e dissenso: siamo alle porte dell’estate del 1968 in Francia. Quaranta giorni che sconvolsero l’intera nazione, meritandosi il nome di Maggio francese. Fabrizio De Andrè, impressionato dall’evento, decide di raccontarlo.

maggio francese

“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”: le dure parole di accusa del cantautore Fabrizio De Andrè risuonano varie volte, come un leitmotiv, nella Canzone del Maggio, tributo agli avvenimenti sessantottini francesi. Il cantante recepì, all’epoca, l’enorme importanza che quelle proteste, partite dal basso, avrebbero avuto nella coscienza collettiva e nella storia contemporanea. Studenti universitari e classe operaia si unirono nelle loro pretese, facendo fronte comune contro il sistema scolastico ed accademico, il misero salario e le precarie misure di sicurezza ed assicurazione dei lavoratori. Una protesta contro lo status quo francese, immutato dalla fine della Seconda guerra mondiale: il popolo alzò la testa e si ribellò allo Stato e alle sue istituzioni, mettendo a ferro e fuoco l’intera Nazione fra il maggio e il giugno del 1968. Gli eventi ebbero grandissima risonanza, tanto da influenzare l’opinione pubblica mondiale, ma non fu sufficiente per trionfare: vediamo perché.

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Il Maggio francese del 1968: una protesta politica

Sulla scia delle proteste sessantottine presenti ormai in tutto il mondo, anche in Francia scoppiarono i disordini sociali nel maggio-giugno dello stesso anno. Le manifestazioni videro, per la prima volta nella storia, l’unirsi della giovane componente degli studenti a quella, molto più povera e diffusa, della classe operaia. Inizialmente, furono proprio gli studenti universitari che diedero inizio ai fermenti: davanti ad una cultura e a un sistema accademico ancora fortemente elitari e tradizionali (ben il 92% degli studenti iscritti alle università francesi appartenevano alla borghesia), i giovani scesero in piazza per esprimere il proprio dissenso a quelle sorde istituzioni che da decenni rimanevano ferme nel loro immobilismo. Un’ulteriore motivo di lotta fu anche un piano di riforma scolastica varato dal governo, che non eliminava ma, anzi, accentuava, la divisione classista degli alunni nelle scuole dell’obbligo. Vista la noncuranza dello Stato, gli universitari manifestarono nelle strade e occuparono le sedi accademiche: memorabile fu la chiusura della Sorbona voluta dal rettore, che fece spostare la rivolta solo ed esclusivamente nelle vie delle città. Proprio questo elemento permise agli esponenti della classe di operaia di partecipare in prima persona alle proteste, desiderosi di migliorie nel salario, nei rapporti lavorativi e nella sicurezza sul luogo di impiego. Le manifestazioni, ora sia studentesche, sia operaie, si spostarono nelle strade, dove causarono diversi scontri fra riottosi e forze dell’ordine. L’episodio simbolo del Maggio francese fu forse lo sciopero generale del 13 maggio 1968, giornata nella quale l’intera working class non si recò a lavoro, paralizzando il Paese. L’opinione pubblica statale e mondiale sembrò muoversi a favore dei manifestanti, ma presto fu dirottata dall’abile figura di Charles De Gaulle, a capo del governo dell’epoca. Il politico conservatore reagì in modo fermo e deciso: dapprima organizzò incontri con i vari sindacati, così da ammansire gli operai rivoltosi e da spezzare il fronte ribelle, poi indisse elezioni anticipate il 23 e 30 giugno 1968, con un suo personale invito all’ordine e alla moderazione. Tale mossa portò ad una schiacciante vittoria dell’Unione dei Democratici per la Repubblica, ossia il partito gollista, a scapito delle sinistre, ferme intorno al 40%.

1968: istruzioni per l’uso

Intanto, in tutto il mondo i giovani si mobilitavano per differenti cause di tipo sociale, demografico e politico. I riottosi appartenevano alla baby boom generationnati nel periodo di benessere e ripresa economica successivo al Secondo conflitto mondiale, senza conoscere la miseria e la guerra. Divenuti adolescenti a metà degli anni ’60, proprio quando il consumismo di massa stava per divenire il nuovo imperativo, i giovani erano un’enorme fascia demografica. Potevano godere della scolarizzazione e, eventualmente, di un’istruzione superiore e accademica, che avrebbe ritardato il loro ingresso nel mondo del lavoro. Considerato questo e il miglioramento generale delle condizioni di vita, il modello comportamentale dei genitori era ormai visto come lontanissimo dall’attualità in cui vivevano i figli: questo senso di non appartenenza e di incomprensione portò i baby boomers a essere attivi nella politica e nel sociale. I giovani cominciarono a rifiutare la società dei consumi e il modello di sviluppo capitalista, proponendo una controcultura critica verso i padri e lo status quo, a favore di stili di vita comunitari e basati sull’eguaglianza. A ciò, ovviamente, seguì il diniego del puritanesimo e dell’élite borghese. Simboli di questi sommovimenti furono l’abbigliamento e la musica, coniugati, molto spesso, nella subcultura hippie, pacifista, spirituale e volta al consumo di droghe e alla promiscuità. Il malcontento si diresse anche verso la scala gerarchica: genitori, in primis, ma anche scuola e luogo di lavoro, oltre che alla Chiesa. Vennero elevati a miti Mao Tse Tung e Che Guevara, mentre il denaro e il sistema economico-politico occidentale furono duramente avversati; l’obiettivo ultimo era l’instaurazione di una democrazia partecipativa, in cui sarebbe regnato il confronto fra tutti (dove tutte le persone sono pari fa loro) in modo diretto ed assembleistico. Un’utopia del genere portò molti manifestanti a credere in forme di politica alternativa: da qui nacquero la sinistra e la destra extraparlamentare come oggi le conosciamo e ripresero voga le posizioni politiche estreme.MAGGIO FRANCESE

La Canzone del Maggio e la concezione di De Andrè

Tratta liberamente da uno dei canti più diffusi durante il Maggio francese, la Canzone del Maggio vide la luce cinque anni dopo i fatti narrati, nel 1973, seconda traccia del concept album Storia di un impiegato. De Andrè, venuto a conoscenza del brano rivoluzionario originale, ne rimase subito stregato, decidendo di ri-arrangiare e tradurre letteralmente il testo, ma dopo poco cambiò strategia. Decise di modificarne leggermente le parole, ritenute forse troppo dure e aggressive per la società italiana (che probabilmente non avrebbe nemmeno capito l’aspra critica al consumismo e al dio denaro), troppo specifiche dei problemi francesi, e il ritornello. Invece di “Voi non avete fermato il vento, gli fate solo perdere tempo”, pose come leitmotiv “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”: un’immagine più cruda e concreta, molto meno poetica, modificata forse per assicurare una maggiore presa di coscienza da parte degli ascoltatori italiani. Il protagonista della canzone è un umile operaio che decide di prendere parte alle proteste del maggio del 1968 in Francia ma che, dopo il fallimento rivoluzionario, rivedendo le gesta di quei concitati giorni, critica la classe dirigente. Essa si macchiò infatti di avere ostacolato, attivamente o passivamente, il cambiamento: il non agire risparmiò forse le loro macchine costose (“se il fuoco ha risparmiato/ le vostre 1100“) e i loro facoltosi quartieri (“e se nei vostri quartieri/ tutto è rimasto come ieri,/ senza le barricate,/ senza feriti, senza granate”), ma non la loro ignavia condannò l’intero popolo francese all’immobilismo sociale (“per quanto voi vi crediate assolti,/ siete per sempre coinvolti”). Ai borghesi e ai ricchi, che credevano non stesse succedendo niente di particolare, se non un qualche sciopero da parte di operai indisciplinati e una qualche protesta di studenti svogliati (“e se vi siete detti,/’non starà succedendo niente’,/ le fabbriche riapriranno,/ arresteranno qualche studente“), false verità veicolate dai mass media asserviti allo Stato (“se avete preso per buone/ le verità della televisione“), andò tutto il rimprovero della classe operaia, fautrice di un (mancato) cambiamento epocale (“[i benestanti] convinti che fosse un gioco/ a cui avremmo giocato poco“). L’élite francese si oppose, come già detto, alle proteste, attivamente o meno: alcuni deprecarono direttamente le proteste (“anche se avete chiuso/ le vostre porte sul nostro muso“), altri finsero di non vedere il problema, anche davanti ai soprusi delle forze di polizia (“lasciandoci in malafede/ massacrare sui marciapiede“); il protagonista non giustifica nessuno, anzi, esprime una condanna in toto (“anche se ora voi ve ne fregate,/ voi quella notte c’eravate“). Una dura accusa, anche sul piano politico, considerati i versi riguardanti la vittoria elettorale del conservatore De Gaulle che, nell’immaginario comune, avrebbe dovuto riportare il Paese all’ordine (“e se credete ora/ che tutto sia come prima,/ perché avete votato ancora/ la sicurezza, la disciplina,/ convinti di allontanare/ la paura di cambiare“), ma che non scalfisce il fuoco rivoluzionario del popolo (“verremo ancora alle vostre porte/ e grideremo ancora più forte“). Un testo crudo, arido, che non riesce a sbocciare nell’idealismo sebbene di esso si nutra, ma che si mantiene su un piano incredibilmente reale: la magia della penna di Faber colpisce ancora, facendo capire al mondo intero gli sconvolgimenti di quel fatidico maggio 1968.

De Andrè

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