Non sono né i miei pensieri, né le mie emozioni, né le mie percezioni sensoriali,

né le mie esperienze. Io non sono il contenuto della mia vita.

 Sono lo spazio nel quale tutto si produce.

 Sono la coscienza. Sono il presente. Sono.”  (ECKHART TOLLE)

Cos’è la coscienza? Cos’è la soggettività che si esprime in ogni uomo e in ogni animale? Esiste un centro di coscienza dentro di me? Secondo Platone la coscienza umana ha una funzione essenzialmente conoscitiva, collegata alla dottrina delle Idee. Corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima nella comprensione del concetto di tempo. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo. Il filosofo Plotino sviluppa il concetto di coscienza non come consapevolezza di qualsivoglia proprio stato interno, ma come campo privilegiato in cui si manifestano, nella loro evidenza, le verità più alte cui l’uomo può giungere, e la fonte, o il principio stesso, di tali verità: Dio.

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La coscienza è quella vocina che a fatica gli uomini ascoltano, per questo il mondo va così male!” rispose il Grillo-parlante a Pinocchio, quando quest’ ultimo gli chiese cosa fosse questa cosa di cui tutti, almeno una volta, abbiamo sentito i rimproveri. Pinocchio aveva già disubbidito al povero Geppetto, decidendo di allontanarsi da casa come un piccolo vagabondo. Un comportamento che facilmente si potrebbe definire da “incosciente”. Ma come si può pensare che Pinocchio, semplice burattino di legno, sia dotato di coscienza?

Crì – crì – crì! Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cento anni.

Oggi però questa stanza è mia, – disse Pinocchio, – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.

Non c’è convivenza più difficile di quella con la propria coscienza, spesso ospite sgradita, da cacciare fuori casa senza permetterle di guardarci in faccia. Uno specchio che potrebbe riflettere i nostri comportamenti da indisciplinati burattini. In “Essere e Tempo” Heidegger non nega l’aspetto critico della coscienza: infatti la concezione più classica che di questa abbiamo è quella di coscienza ammonitrice. Eppure, per Heidegger questa concezione della coscienza misconosce una dimensione molto più profonda di essa. Infatti, sottolinea, genericamente adoperiamo il termine coscienza per indicare la consapevolezza di ciò che avviene in noi, ossia quell’ interiore conoscimento che ciascuno ha del bene e del male e del giudizio che ha dei suoi sentimenti ed azioni in relazione ai principi della propria morale. Normalmente ci sembra di poter sentire la “voce” della coscienza solo una volta che abbiamo compiuto una certa azione e che questa “voce” ci richiami solo all’errore commesso. In realtà la coscienza, secondo Heidegger, richiama a molto più addietro e la sua “chiamata” precede l’esser colpevole. Heidegger ci suggerisce che il fenomeno della colpa non vada pensato semplicemente in senso morale: infatti noi siamo colpevoli perché siamo mancanti. Ma mancanti di cosa, di chi?

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Io non me ne andrò di qui, – rispose il Grillo, – se prima non ti avrò detto una gran verità.

Dimmela e spìcciati.

Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.

Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi.

Noi per Heidegger siamo le nostre stesse possibilità, un progetto che non è semplicemente un piano sul futuro, ma cantiere in continua evoluzione. E in questo continuo progettarsi la dimensione della vita autentica si apre una volta che si sceglie se stessi. Questo evento, dice Heidegger, è sempre in risposta ad una “chiamata” della coscienza. E perché ciò avvenga bisogna che il chiasso della folla, del vivere quotidiano, si interrompa: che ci sia un attimo di silenzio nel quale questa “voce” possa farsi sentire.

Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!

Perché ti faccio compassione?

Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.

A queste ultime parole Pinocchio, saltando su tutt’infuriato prese sul banco un martello di legno e lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l’appunto sul capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare “crì – crì – crì”, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete. Di fronte alla “gran verità” del Grillo, Pinocchio ha fretta, nessuna voglia di ascoltarla. Più il Grillo predica e predice il suo nefasto futuro, più la rabbia del burattino sale. Meglio non sentire, meglio ucciderlo.

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Nel corso del suo lungo vagabondare Pinocchio nominerà due volte il Grillo Parlante e lo farà entrambe le volte in preda alle lacrime, ormai perso nel paese dei balocchi e angosciato dal rimorso: del resto le filosofie esistenzialiste non parlano di scelte quotidiane sull’abito da indossare, cosa fare la sera, se comprare un nuovo capotto o meno. Le scelte a cui si riferisce l’esistenzialismo sono scelte radicali e scelte che stanno alla base dell’esistenza: scegliere o non scegliere sé stessi? È proprio il sé di cui si sente la mancanza, per Heidegger, nel momento in cui sentiamo la “chiamata” della coscienza.

– Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa…

Cri-cri-cri“… Crisi.

È il Grillo-parlante che, benché morto, comincia a riaffiorare nell’animo di Pinocchio: per Heidegger è questa dimensione, questa “chiamata”, che apre le porte al cambiamento.

Tommaso Ropelato

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