Heidegger e Bion interpretano paura e dolore in 50/50

Quando si ha la concreta percezione, a causa di un fatto o di un’esperienza, di poter morire, qualcosa scatta in noi. Volontà di vivere e istinto di sopravvivenza, paura, riflessione sul significato del dolore e della vita.

50/50 è un film del 2011 diretto da Jonathan Levine.

Adam Lerner è un giornalista radiofonico ventisettenne che convive con la fidanzata Rachael, artista di poco talento, che il suo migliore amico Kyle non approva. Dopo una visita medica a causa di dolori alla schiena Adam scopre di avere il neurofibrosarcoma (maligno) e schwannoma (benigno), una rara forma di cancro che colpisce la colonna vertebrale, e viene dunque obbligato a seguire una cura chemioterapica.

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Adam e l’amico Kyle

Adam si trova ad affrontare il dolore, il trauma della malattia e delle conseguenze che ne scaturiscono. Avrà problemi con la fidanzata e lo sguardo di chi gli sta attorno, come ad esempio dei suoi colleghi di lavoro, o semplicemente delle persone che incontra quotidianamente, cambia, a causa della sua malattia.

Adam e la paura

Il protagonista si trova catapultato quasi in un altro mondo. Deve affrontare situazioni nuove, una quotidianità nuova, diversa, da affrontare con uno spirito diverso. Questo cambiamento drastico lo destabilizza, impaurendolo e facendolo sentire spaesato, nonostante lui si mostri calmo e padrone di sé agli occhi degli altri.

La paura è una emozione di difesa, ed è provocata da un pericolo reale o che viene immaginato. In questo caso il protagonista avverte un pericolo reale, quello della morte, dal momento che è consapevole di avere il 50% delle possibilità di sopravvivere.

La paura della morte di solito si identifica o con la paura di non riuscire a dare un senso alla propria vita e al tempo che resta da vivere, o con la paura di aver sprecato la propria vita, di non aver fatto nulla di valido o di aver fatto troppo poco.

L’unica soluzione per vivere queste paure, che rappresentano un disagio esistenziale, è quello di conoscere se stessi. Adam nel film si trova a dover rivalutare tutta la sua vita: amicizie, fidanzata, rapporto con i genitori, fino alla propria quotidianità e quindi se stesso.

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Martin Heidegger

L’ aver-paura, secondo Heidegger, è una condizione propria dell’esserci in quanto essere nel-mondo. Ciò che scatta nella mente del protagonista quando scopre di essere malato, è proprio la possibilità di perdere tutto ciò che ha e che è. Scopre così ancora di più di esserci, se ne rende conto, non è più passivo, risponde a questa realtà. Dunque più che della morte in sé, che certo spaventa in quanto ignota, egli ha paura in quanto si rende conto di essere nel mondo, e che egli vive (se vogliamo dare una lettura di stampo heideggeriano al protagonista).

Questa paura di essere nel mondo spinge il protagonista a conoscere se stesso più a fondo anche attraverso la sua quotidianità.

 

 

 

 

Adam ed il dolore

Adam si trova ad affrontare il dolore, sia fisico che psicologico. Il dolore fisico proviene ovviamente dalla sua malattia e dalle cure che necessita. Il dolore psicologico deriva invece dal crollo delle sue certezze, dalla quotidianità e dalla paura che questa nuova situazione genera, quindi il dolore psicologico è un effetto del dolore fisico, nel caso di Adam. Egli è dunque un personaggio sofferente, ed è proprio la sofferenza che accompagnerà il protagonista nella sua battaglia quotidiana, dal momento che questa è la condizione che nasce dal dolore.

Adam vive il proprio dolore in uno stato di passiva accettazione della malattia da cui nessuno sembra scuoterlo: non la sua ragazza che lo tradisce, non il suo migliore amico mattacchione, non la sua inesperta e volenterosa terapista, che tenta con lui un approccio umano. Egli è rassegnato, non sembra voler affrontare la sua sofferenza comprendendo il dolore e continua a nascondere prima di tutto a se stesso paura, rabbia, frustrazione e tutti i sentimenti che la malattia porta con sé.

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Wilfred Bion

Wilfred Bion (1897-1979), psicoanalista britannico, sostiene che chi non è in grado di soffrire il dolore non è in grado neppure di vivere il piacere, dal momento che rifiutare il dolore significa l’anestesia emozionale. Nel caso di Adam non sappiamo effettivamente come lui vivesse prima della malattia, anche se alcuni indizi, come il rapporto con l’amico Kyle, il fatto di non decidersi ancora a prendere la patente a 27 anni facendosi prestare passaggi da Kyle per andare a lavoro, e il rapporto con la fidanzata che non sembra essere del tutto chiaro, possono far pensare ad una passività anche prima della malattia, e in questo caso l’analisi di Bion sembrerebbe adatta a descrivere Adam.

 

 

 

Il film affronta in modo leggero e ironico la malattia, ma non scade nella banalità, ponendo interrogativi che spingono lo spettatore a riflettere: quando ci troviamo di fronte a un bivio, cosa conta realmente? Come dobbiamo cercare di vivere una vita che non è eterna né tanto meno garantita?

Elena Gallo

 

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