Gli psicofarmaci, tanto osannati e tanto condannati, sono alcune tra le principali soluzioni (o declini) della società contemporanea.

Attualmente, alcuni tra i disturbi della psiche più diffusi, tra cui: ansia, depressione e disturbi della personalità, vengono curati, o quantomeno alleggeriti, grazie anche agli psicofarmaci. Ma una volta come venivano curati i dolori dell’anima? Iniziamo questo viaggio!
La cura ai dolori dell’anima
Nell’antichità i disturbi mentali vennero spesso (mal)interpretati, e considerati come conseguenze religiose, spirituali o filosofiche, pertanto la cura risiedeva proprio nella causa scatenante, ovvero, nella mancanza di una di queste.
I testi ippocratici proposero la nozione di quattro umori (bile gialla, bile nera, sangue e flegma), secondo cui la malattia sarebbe risultata da uno squilibrio di uno di questi. Mania, melanconia e paranoia erano alcune tra le più importanti sofferenze per la medicina greca.
Il papavero da oppio è un’antica pianta medicinale, inclusa tra i 700 rimedi presenti nel papiro di Ebers del 1550 aC in Egitto. Questa scoperta ci suggerisce che anche nell’antichità, per rifuggire ai dolori, si ricorreva ai “farmaci” naturali dell’epoca, che consentivano un’attività neuronale.
La malattia mentale nel Medioevo era ampiamente considerata come afflizione spirituale associata alla stregoneria o al possesso da parte del Diavolo. L’incremento del Cristianesimo certamente contribuì a tale credenza, vedendo come rimedio l’esorcismo o l’estromissione dalla società. Molte erbe e sostanze stupefacenti vennero usate come “curative”, ma la loro speranza di cura fu vana.
L’ansia indotta dai ritmi intensi della Rivoluzione Industriale, condusse al boom del laudano, uno sciroppo dolce a base di vino e tintura di oppio inventato nel 1541 dal medico e alchimista Paracelso, convertito in sedativo da operai e operaie, ma usato persino per calmare i neonati. Il suo nome era: Godfrey’s Cordial.
A partire dal 1600 le persone considerate “pazze” dovettero stare ai margini della società e vennero costruite case del lavoro dentro le quali furono obbligati a lavorare e costretti a “contenere” le loro collere attraverso contenzioni meccaniche, catene di ferro, polsini e barre, anticipando il moderno Manicomio o Asylium.
Inventato nel 1792 dal medico francese Pierre Ordinaire, l’assenzio, era un distillato di artemisia (Artemisia absinthium), con finocchio, anice verde e altre erbe curative. Protagonista di ritratti e salotti dell’800, l’assenzio è stato di gran lunga il simbolo del decadentismo.
Nel 1861, Griesinger anticipò quella che fu la teoria definitiva: “le malattie psicologiche sono malattie del cervello”, prospettiva davvero rivoluzionaria per l’epoca. Le vecchie teorie umorali, di derivazione ippocratica, cominciarono ad essere sostituite da nuove idee sulla connessione tra malattia mentale e funzione cerebrale, suggerendo la possibilità di curarle una volta riconosciuta la lesione del sistema nervoso che le poteva sostenere.
I primi presidi farmacologici, al pari della scoperta di alcune erbe officinali dalle proprietà calmanti (camomilla, Ginko Biloba, valeriana, passiflora, etc..) furono: oppio, paraldeide, tinture, cocaina, shock insulinici,cannabis, bromuro ed altre sostanze di dubbio o non facile utilizzo, alla luce delle moderne acquisizioni della psicofarmacologia.

La nascita degli psicofarmaci
Gli psicofarmaci sono nati in modo casuale, tra gli anni ’50 e ’60, attraverso la scoperta di sostanze utilizzate per altri scopi. La Clorpromazina, inizialmente utilizzata come antistaminico, fu la prima a dimostrare un effetto sulla psiche, in particolare nel trattamento dei sintomi psicotici. Questo segnò l’inizio della psicofarmacologia. Gli psicofarmaci, contrariamente a quanto si possa pensare, non sono stati progettati appositamente per curare i disturbi mentali, ma sono stati scoperti per caso, grazie all’osservazione degli effetti di alcune sostanze sulla mente.
Il Chloral, sintetizzato dal fondatore della chimica organica, fu uno dei primi sedativi promosso dalla casa farmaceutica Bayer. L’utilizzo fu molto soddisfacente, ma presentò criticità, quali: la forte dipendenza e alcuni casi di morti improvvise.
Successivamente, farmaci come la Paraldeide, l’Acido Barbiturico e i Sali di Bromuro, furono tra i primi sedativi ed anticonvulsivanti della storia, sebbene indussero quasi 16 ore di sonno, consentendo la veglia giusto per i bisogni primari.
Nell’America degli Anni ’50, l’ansiolitico Miltown, a base di Meprobamato, le quali pubblicità si rivolgevano principalmente alle casalinghe, le quali avrebbero vissuto una gravidanza più spensierata. A causa della sua tossicità nel latte materno e per i suoi effetti collaterali, agli inizi degli Anni ’60 fu sostituito dalle benzodiazepine. Alcune tra queste, l’ancora attualissimo Valium (diazepam) che divenne il farmaco più comunemente prescritto al mondo in pochi anni dalla sua commercializzazione per la combinazione di un’alta efficacia nei confronti dell’ansia.
L’efficacia profilattica del litio nella malattia maniaco-depressiva fu stabilita nel 1968. A partire dal 1950, gli psichiatri smisero di somministrare ai loro pazienti la sedazione chimica in varie forme e iniziarono a somministrare il litio con risultati entusiasmanti e grande sicurezza clinica.
L’attuale lista di psicofarmaci disponibili è lunghissima, ed è sempre crescente anche la parte di popolazione che accede alle cure sotto prescrizione medica specialistica. Questo concorre al rischio di abuso di farmaci, visti come facilitatori, considerata la semplicità nel procurarli.

L’abuso degli psicofarmaci e i rischi per la salute
L’abuso, ovvero l’uso improprio dei farmaci, assunti in dosi superiori a quelle prescritte per lunghi periodi o senza un’adeguata sorveglianza medica, è un vero e proprio fenomeno sociale contemporaneo. L’abuso può portare a dipendenza fisica e psicologica, con la necessità di assumere il farmaco per evitare sintomi di astinenza e per ottenere gli stessi effetti iniziali. L’uso improprio di farmaci può, inoltre, causare svariati effetti collaterali, alcuni dei quali, gravi e pericolosi. L’abuso di benzodiazepine in Italia è un problema di salute pubblica significativo, con 1,8 milioni della popolazione, ovvero 0.3%. Le benzodiazepine sono il terzo farmaco più abusato in Italia, sia in adolescenza che in età adulta. L’uso a lungo termine di benzodiazepine può essere associato a un aumentato rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, e a svariati altri effetti collaterali che si riscontrano nell’assunzione quotidiana. L’abuso di benzodiazepine è un problema serio che richiede un approccio multidisciplinare, con la collaborazione di medici, psicologi e terapisti, per prevenire l’uso improprio, trattare la dipendenza e garantire la sicurezza dei pazienti. La sensibilizzazione e l’educazione sono fondamentali per ridurre il consumo di benzodiazepine e i rischi associati.
