La commemorazione a Dongo è permessa senza richiedere sobrietà dal governo

Sulle sponde del Lago di Como, viene ricordato l’arresto di alcuni gerarchi fascisti poco dopo il 25 aprile

una recinzione di filo spinato con due fiori rossi

Passa indisturbato il saluto romano fatto dal gruppo riunitosi il 27 aprile a Dongo, nonostante sia vietato dalla Costituzione

La vicenda

L’ottantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, che è stato celebrato il venticinque aprile di quest’anno, è avvenuto molto a ridosso di un’altra ricorrenza, non allo stesso modo degna di essere ricordata con particolari commemorazioni ma comunque, purtroppo, così sentita da riuscire a radunare circa un centinaio di militanti che spesso si definiscono “nostalgici” o “neofascisti”. Avviene a Dongo, sulle sponde del Lago di Como, il 27 aprile scorso, per omaggiare il luogo in cui 80 anni fa Mussolini e alcuni gerarchi fascisti sono stati fermati dai partigiani mentre cercavano di superare il confine con la Svizzera. Il raduno, svoltosi apertamente in pieno giorno e registrato più volte dai dispositivi elettronici dei passanti, era controllato da diversi presidi della polizia, la cui azione però non era rivolta a disperdere il gruppo di militanti inneggianti al ventennio con tanto di saluto romano, piuttosto sembrano ritenere più allarmante la manifestazione dell’Anpi, composta da persone che intonavano la canzone dei partigiani italiani in segno di protesta.

 

Cosa dice la Costituzione

In materia di apologia di fascismo, poiché nata dalle ceneri del periodo della dittatura mussoliniana, la nostra Costituzione del 1948 nella XII disposizione transitoria e finale vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Ma si potrebbe fare riferimento anche alla Legge Scelba del 20 giugno del 1952, che prende provvedimenti per “chiunque esalta esponenti, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche” e “fa propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista”. Nonostante queste disposizioni presenti in Costituzione e nella giurisprudenza italiana, sono tanti i casi di manifestazioni, spesso di estrema destra, in cui viene fatto il saluto romano da persone che, accompagnate da un edulcorato e poco consono orgoglio patriottico, si definiscono fasciste o neo fasciste.

Basti ricordare il raduno ad Acca Larenzia, dove il 7 gennaio di quest’anno è stato celebrato il quarantasettesimo anniversario dell’omonima strage con il famoso saluto fascista, oppure  il centenario della marcia su Roma, con persone vestite come militanti fascisti e molte braccia al cielo durante il corteo. Lo stesso gesto, o comunque in una versione molto simile, è stato ripetuto persino fuori dai confini italiani, alla fine del discorso di Elon Musk  in occasione della seconda inaugurazione di Donald Trump, pur sottolineando che non è stato contemplato nessun richiamo al regime. 

Oggi come ieri

A ottant’anni dalla liberazione, sembra inconcepibile pensare che ancora qualche frammento del ventennio sia riuscito a sopravvivere nella mentalità degli italiani del ventunesimo secolo, che della canonica frase “il fascismo alla fine ha fatto anche qualcosa di buono” alcune persone ne hanno fatto un mantra, e che sia degna di commemorazione la morte di gerarchi del regime. Forse sarebbe più facile credere che queste scene siano frutto di una costruzione dell’IA oppure di un qualche montaggio molto realistico. Eppure in un Italia che raccomanda celebrazioni “in sobrietà” per l’anniversario della liberazione, insieme a comuni che vietano di cantare Bella Ciao per rispettare i cinque giorni di lutto nazionale dopo la morte di un pontefice in uno stato laico, con persone al governo e rappresentanti delle istituzioni che faticano a definirsi antifascisti e con le forze dell’ordine che fanno passare indisturbati i saluti romani ma sorvegliano chi inneggia alla Resistenza, qualcosa sta deviando in un verso sbagliato, una regressione che ci obbliga a scegliere ogni giorno da che parte stare. 

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