Gli animali di Chernobyl: la condizione dell’uomo moderno tra alienazione e impotenza

Pensando al disastro nucleare di Chernobyl, ci sovvengono immagini di un’invivibile città fantasma, di un’oscura apocalisse a cui seguono unicamente dolore e morte. In un certo senso, abbiamo ragione; ma in un senso ancor più preciso, l’abbiamo soltanto se ci riferiamo alla nostra specie. Siamo i soli, di fatto, a non poter sopravvivere a Pripyat

La quarta puntata della serie Chernobyl, un capolavoro targato Sky sulla stupidità della burocrazia totalitaria, si compone di lunghe sequenze dedicate allo spaventoso compito di una squadra di decontaminazione: quello di uccidere – e successivamente seppellire sotto ingenti colate di cemento – tutti gli animali risiedenti nell’area di Pripyat. Il metodo d’azione è spesso ribadito da Bacho, il caposquadra: gli animali devono essere uccisi all’istante, al di fuori di qualunque inutile sofferenza. Nondimeno, tutto ciò avveniva nel maggio del 1986; ma che cosa è successo agli animali di Chernobyl, a 33 anni dall’esplosione della centrale nucleare?

Gli animali di Chernobyl

Per quanto sembri impossibile, ad oggi Chernobyl rappresenta una della oasi naturali più ricche di biodiversità dell’intero pianeta. Paradossalmente, essa consiste in un vero e proprio paradiso terrestre. Come ricordato da Fabrizio Rondolino, giornalista del Corriere della sera, il documentarista neozelandese Peter Hayden, entrando nella zona contaminata, ha raccontato la storia di una gatta e dei suoi piccoli, di un lupo e di due cuccioli d’orso. Era il 2007 e Hayden riportava testimonianze di una impressionante varietà di specie che viveva nei pressi di Prypiat, tra cui cavalli, aquile, cinghiali, alci, civette, castori, cervi, linci, insetti multicolore e una vegetazione lussureggiante (Chernobyl Reclaimed: An Animal Takeover).

Brevità e velocità: il trionfo della natura

Com’è possibile tutto ciò? La scomparsa dell’essere umano da Chernobyl ha provocato una letterale liberazione dell’area: dai pesticidi ai gas di scarico, dalle automobili ai cacciatori; ogni tipologia di inquinamento è stata drasticamente ridotta, sino a sparire completamente. L’abbandono della zona a se stessa, insomma, ha consentito alla natura di esplodere, di manifestarsi in ogni sua forma, migliorando drasticamente tanto la qualità dell’ambiente quanto quella della vita.

Tuttavia, questa spiegazione non è sufficiente a chiarire il motivo di un simile ripopolamento della fauna. Essa, infatti, non tieni in considerazione il problema della radioattività. Benché non esista una teoria solida e chiara, l’ipotesi attualmente più probabile si focalizza sulla brevità della vita animale e sulla velocità di concepimento e procreazione: di fatto, gli studiosi ritengono che la vita animale sia troppo breve per consentire lo sviluppo di cellule tumorali, e non di meno che gli animali, riproducendosi molto più rapidamente rispetto all’essere umano, in assenza di ogni pressione possano ristabilire senza eccessiva difficoltà l’equilibrio minacciato da morti premature. Ad eccezione di qualche volatile, contraddistinto da un piumaggio particolare, non sono state rilevate mutazioni genetiche significative tra la fauna di Chernobyl.

Il peggior freno della natura

A distanza di 33 anni dal drammatico incidente, cosa possiamo affermare di aver imparato da Chernobyl? Anzitutto, tale storia sembra cancellare le immagini che sin troppo a lungo si sono radicate nella mente degli uomini: l’ambiente di Chernobyl non consiste in un deserto, in uno spazio raso al suolo e malato, ma piuttosto in un “giardino dell’Eden”, in cui la natura germoglia come non mai. In secondo luogo, considerando le stime attribuite alla potenza dell’esplosione della centrale, è indubbio che l’essere umano, colto nel mezzo della propria vita quotidiana, risulta potenzialmente più pericoloso per la natura rispetto a un incidente nucleare. Difatti, siamo gli unici a non poter vivere a Prypiat: mentre gli animali riescono a sopravvivere e a perpetuare la propria specie, noi umani moriremmo ancor prima di riprodurci; e nel caso in cui riuscissimo a procreare, i nostri figli si ammalerebbero troppo in fretta, prima di aver raggiunto l’età adatta a procreare a loro volta. In questi termini, dunque, l’uomo sembra configurarsi come il peggior freno della natura, la sua nemesi.

L’alienazione: dall’estraniazione hegeliana al “sistema dell’avere”

Parlando dell’uomo moderno, spesso emerge l’idea che il progresso della civiltà abbia causato un regresso nella condizione umana. L’individuo, nella società odierna, tanto diviene protagonista di se stesso quanto si espone ad una maggiore solitudine, a una pressione psicologica che lo rende propenso al malessere e all’alienazione. L’alienazione rappresenta uno tra i più importanti centri focali dell’analisi sociologica, psicologica, politica e filosofica degli ultimi due secoli. Essa, nel corso degli anni, ha raggiunto il significato di “uscita da sé” anticipato dall’estraniazione hegeliana e successivamente ripreso da un giovane Marx.

A sinistra, Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831). A destra, Karl Marx (1818-1883)

Hegel, riferendosi alla storia, utilizzò il concetto di alienazione in quanto momento della dialettica dello spirito, ampliando il significato attribuitogli dagli illuministi di fine XVIII secolo. Tuttavia, l’estraniazione hegeliana non rivedeva un soggetto nell’uomo, quanto piuttosto nello spirito: i vari aspetti del processo alienante si mantenevano su un piano meramente speculativo. Il filosofo, mediante l’alienazione, delineò il quadro di una società estraniata e alienata, al contempo condannando la subordinazione dell’individuo al prodotto della sua attività. Diversamente si comportarono Marx ed Engels, che spostarono l’analisi verso la società borghese e il sistema capitalistico. Marx, in particolare, grazie ad una serrata critica nei confronti della proprietà privata, sviluppò il concetto base del lavoro alienato – o estraniato – inteso come conseguenza inevitabile di un sistema basato sull’avere, anziché sull’essere. Sotto l’ottica di questi, l’uomo non poteva che divenire oggetto di appropriazione e sfruttamento da parte di altri.

La condizione dell’uomo moderno: alienazione e impotenza

Immagino vi starete chiedendo cosa abbia a che fare l’alienazione con gli animali di Chernobyl. Il punto di accordo tra le due parti si deve al contributo di Karl Mannheim, che sottopose ad analisi la “razionalizzazione funzionale” della società moderna e giunse alla conclusione che l’uomo, costretto ad agire secondo le esigenze dell’organizzazione, risultasse non solo privo di ogni reale libertà, ma altresì incapace di comprendere i meccanismi che lo dominavano. Nell’ottica di Mannheim, dunque, l’essere umano è oggettivamente e soggettivamente alienato e vive in una condizione di impotenza dinnanzi agli eventi, da cui viene inevitabilmente sovrastato.

Gli animali di Chernobyl fungono da perfetto esempio di tale considerazione: man mano che la specie umana si allontana dallo stato di natura, migliorano indubbiamente le condizioni individuali di ogni suo componente – basti pensare alla durata media della nostra vita –, ma al contempo peggiorano le probabilità di sopravvivenza al di fuori del perimetro di progresso in cui si è rinchiusa. In breve, ciò significa che un’apocalisse nucleare, l’esatto opposto della nostra propensione al dominio universale, non rappresenta una vera e propria apocalisse, bensì la sola estinzione di una specie: la nostra.

Simone Massenz

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