Il Superuovo

Dalle Olimpiadi al Festival di Trento: l’evoluzione del valore dello sport

Dalle Olimpiadi al Festival di Trento: l’evoluzione del valore dello sport

Si è svolto a Trento dall’11 al 14 ottobre 2018 la prima edizione de “Il Festival dello Sport”, organizzato dalla Gazzetta dello Sport con il patrocinio del Coni e del Comitato Italiano Paralimpico. Atleti e atlete, campioni e campionesse di oggi e di ieri, storie raccontate dai protagonisti di grandi eventi sportivi all’insegna di imprese straordinarie. Talento ed impegno: una strategia che i grandi campioni devono mettere in pratica per affermarsi e restare competitivi ma che tutti dovrebbero, nel loro piccolo, cercare di far propria. Spirito di sacrificio e qualità morali: chi è campione e leader nel rettangolo di gioco lo è anche quando le porte dello stadio si chiudono. Il loro esempio è universale. Interminabili file di giovani e anziani per vedere i propri “idoli”, modelli senza età il cui fascino, intessuto di eroismo, non smette di meravigliare lo spettatore.

Odisseo è appena arrivato sulla terra dei Feaci, dal re Alcinoo, il quale dopo averlo ristorato dice: “Cerchiamo di uscire e sfidare noi stessi con vari concorsi atletici così che quando il nostro ospite va a casa dirà ai suoi amici come superare gli altri nel pugilato, nel salto e nel podismo.” Così parlava e uscì, e una folla di migliaia di persone lo seguiva […] Quando tutti avevano goduto i concorsi, disse ai giovani: “Andiamo a chiedere allo straniero se conosce tutti gli sport e se è in grado di dimostrarci qualcosa. Non c’è più grande fama per un uomo di quella che vince con il suo gioco di gambe o l’abilità delle sue mani. Odisseo balzò in piedi ancora vestito e prese un diskos che era più grande e più pesante di quello che i Feaci avevano scagliato tra di loro. […] Vorticoso, si scagliò dalla sua mano potente, e la pietra fischiò attraverso l’aria”

Questo brano tratto dall’Odissea ci mostra come, già nell’ epoca di Omero, il competere, il gareggiare, oltre allo stupire il pubblico, avevano un valore intrinseco, ossia quello di mettere in discussione se stessi, un po’ come fa la filosofia al fine di superare la condizione di finitezza che la nostra natura umana deve quotidianamente affrontare. Il premio non prevedeva nessun vantaggio economico, ma consisteva in una semplice corona di olivo. Però la vittoria era il simbolo della gloria suprema e della massima riconoscenza pubblica e consacrava il vincitore primo cittadino di tutta la Grecia. L’attività sportiva e la filosofia rappresentavano due modi complementari di esprimere la vitalità del corpo e della mente. Senza la presenza di un ginnasio, “la scuola-palestra”, un agglomerato urbano non era riconosciuto da un greco come città. In palestra non doveva essere insegnato l’addestramento ginnico inteso solamente in senso fisico, ma inteso anche come una virtù morale, che apparterrà un giorno ai futuri custodi dello Stato o ai “re-filosofi” come scrive Platone (il cui vero nome era Aristocle, fu il suo maestro di ginnastica a chiamarlo Platone, che in greco significa “dalle larghe spalle» caratteristica che fu utile al filosofo nella sua carriera nel Pancrazio, antenato del pugilato moderno). Lo sport, di conseguenza, per il mondo greco, è portatore di valori, è un punto di partenza per una ricostruzione etica della società.

Anche nella filosofia romana abbiamo alcuni famosi esempi di come lo sport e il vigore fossero centrali nella vita romana. Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, riflettendo sulle pratiche del suo tempo scrive: “I più eminenti filosofi e medici dell’antichità hanno discusso in modo adeguato i benefici per la salute di esercizi di ginnastica e di dieta, ma nessuno ha mai stabilito la superiorità degli esercizi con la palla. In primo luogo, la loro convenienza. Se si pensa a quanto tempo è necessario per le attrezzature per la caccia, si sa che nessun politico o artigiano possa partecipare a tali sport, quindi c’è bisogno di un uomo ricco con un sacco di attrezzature e tempo libero. Ma anche l’uomo più povero può giocare a palla, perché non richiede reti, né armi, né cavalli, né cani da caccia, ma solo una palla.

Preziosissimo e anche molto attuale è quanto detto da Galeno. Possiamo infatti notare come il “gioco con la palla” sia lo sport più famoso e praticato al mondo ancora oggi anche per la sua comodità e la sua convenienza. Inoltre, egli apre l’esercizio ginnico a tutti, ricchi e poveri introducendo una dimensione politica nello sport. L’educazione del corpo, le gare, le sfide, erano incoraggiate non solo per rendere i giovani forti e pronti alla guerra, ma anche per dare loro la forza di sostenere le fatiche e le contrarietà della vita: forza del corpo e forza dello spirito (o per tradurla con un’espressione di Giovenale divenuta famosissima: «Mens sana in corpore sano»).

Dopo la caduta dell’Impero Romano e con lo sviluppo preponderante del Cristianesimo, l’uomo passa dall’essere un animale politico e quindi occupato anche nello sport, a cercare di essere un uomo pio. La scuola divenne un luogo di trasmissione di un sapere molto controllato dall’Autorità, che disincentivava la creatività della sfida intellettuale. Ovviamente, questo influisce anche sulla concezione che l’uomo medievale ha del corpo, il quale viene visto come un peso che lo allontana da Dio, in una visione tipicamente ascetica, portandolo a peccare. A questa concezione deve essere aggiunta la separazione filosofica che Cartesio mette in atto, scindendo mente e corpo e affermando l’assoluta predominanza della prima. Così ad oggi l’elemento sportivo, l’atto tragicamente virtuoso dello scontro, è andato perdendosi. Quello Spirito Dionisiaco che già Nietzsche denunciava naufragato, spinto alla deriva dal razionalismo di Socrate e dalla nonpiù-tragedia di Euripide. Ciò porta ad una visione tipica (e fin troppo semplificata nella maggior parte dei casi) della società di massa dei giorni nostri: gli sportivi decerebrati da una parte e i nerd-sapientoni dall’altra e, in mezzo una massa di spettatori sempre pronti a ridere della goffaggine dello sportivo che parla o dell’incapacità dello scienziato nello sport perché è rassicurante per l’uomo mediocre vedere che chi ha talento, in fondo, è una persona comune, anzi meno atletica o più ignorante di lui.

Potremmo, o forse dovremmo invece (?) prospettarci una “Critica della ragion sportiva”: un ideale etico del perfezionare noi stessi attraverso il miglioramento delle nostre capacità e delle nostre prestazioni. Uno sport che proponga il paradigma di uno stile di vita gioiosamente alcionico, che possa spingere l’uomo a migliorare sé stesso, facendo attività fisica per esprimere le proprie energie vitali, e interpretando il mondo attraverso arte, letteratura e filosofia per dare forma alle energie intellettuali. Da Pasolini a Nietzsche, da Camus a Borges. Perché l’incanto della poesia e della filosofia vive della rappresentazione magica della realtà, dell’uomo che la interpreta e di conseguenza delle sue passioni, anche le più profane e ancestrali. E cosa, meglio dello sport, rappresenta il sentimento più terreno, la “religione che non ha atei” alla quale aderiscono in massa le folle? Secondo Pasolini “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”, perché come insegna Nelson Mandela “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione.

Tommaso Ropelato

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