Il Superuovo

Fenomenologia del 1996: ecco 3 opere che rispecchiano il qualunquismo targato fine secolo

Fenomenologia del 1996: ecco 3 opere che rispecchiano il qualunquismo targato fine secolo

La paura fa 90, ma il trash fa ’96.

Prendo la pillola rossa: apro gli occhi e mi ritrovo nel 1996, ad Arcore, mentre faccio colazione in giardino, tutta vestita di satin azzurro, fagocitando l’english breakfast che Silvio, le maniche del suo dolcevita nero in cachemire tirate su, mi ha preparato con le sue mani. Non è affatto rilassato, mastica il toast prosciutto e formaggio con l’astio tipico di chi ha perso le elezioni contro Prodi o di chi ha solo perso la schedina del totocalcio la sera prima, chi lo sa. È il 1996 ed è un anno speciale e non solo perché va in onda la prima puntata di Un posto al sole e il rapper Tupac decide di fare una morte da leoni a Las Vegas. No, accadranno altre cose. Prendo la pillola blu: riapro gli occhi e ritorno nel 2021, dove l’unico trash che si fa è negli studi Elios Mediaset. Ma nella mia biblioteca, nascosta in mezzo a tutta la bibliografia di Paulo Coelho comprata e stipata lì da mia madre, vedo qualcosa. Sì, vedo come una luce bianca che può assolvere tutti i crimini del mondo del ’96 (tipo la pecora clonata Dolly), come fece Papa Wojtyla (solo che quello era il ’99). Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno. Perdonali, perché, se non hanno letto almeno queste 3 opere, non hanno la più pallida idea di che cosa sia il trash targato 1996.

Nella vecchia fattoria, ia ia oh…

…Quante bestie ha zio Orwell, ia ia oh? La fattoria degli animali, un cult della fenomenologia dell’ex URSS, in cui la satira la fa proprio la politica. La storia è tanto semplice quanto beckettianamente ambigua: degli animali, in una fattoria in Inghilterra, stanchi dell’oppressione e delle fatiche imposte loro dal fattore Jones, un fervente stacanovista convinto, si ribellano. Da questo canto della rivolta, un po’ alla Katniss Everdeen, gli animali scalzano quel povero schiavo delle lobby animalesche Jones e aprono una loro startup, la Fattoria degli animali, interamente autogestita sulla base che “tutti gli animali sono uguali”. E se, proprio da lì, da quella cooperativa human-free, fosse uscita, nel ’96, la prima “mucca pazza”? È la prima paranoia di contagio mondiale (che, in confronto al covid-19, è polvere di stelle quasi), perché l’encelofapatia spongiforme è veramente trasmissibile all’uomo, che così ci lascia veramente la pelle. Ma perché questa mucca era pazza? Forse, le mancava lo scrub alle mammelle che Jones le faceva prima della mungitura? O forse, il senso di colpa per avere mangiato le farine degli altri animali (la vera causa della malattia che aveva) era troppo per il suo senno da sostenere? Magari, aveva paura di quello che le sarebbe successo. Magari aveva paura che venisse spedita in uno di quei gulag in Siberia, come facevano proprio i russi. Magari da sola, senza altre mucche, ma solo con quelli che stavano antipatici a Stalin. E, poi, chi dice che Jones non sia stato proprio il primo uomo contagiato, spedito a zoccoli nel sedere fuori dalla fattoria per evitare che appestasse tutti? Qualunque fosse la ragione scatenante di questa povera nevrotica ed isterica mucca, rimane un solo fatto davanti all’evidenza, che La fattoria degli animali di George Orwell del 1945 è l’antesignana del motto che ogni madre che si rispetti ha ripetuto almeno una volta nella vita: “non andare a mangiare da Mc Donald”, dal 1996 ad oggi.

 Scoppia il caso “vallettopoli” tra le matrone romane

Ad oggi, l’inchiesta più soddisfacente, dopo quella che fu in atto presso la Procura di Potenza e, poi, archiviata nel 2007, rimane quella della Satira contro le donne di Giovenale. La retorica aziendale imponeva alle vallette che ambivano a fare il loro ingresso nel mondo dello spettacolo il pagamento di un’imposta fissa ai big guys della TV, riscosso in “scambi di affettuosità” ovvero sesso per noi comuni mortali. Seguendo una dieta a cocaina e festini privati, al limite dell’orgiastico delle tragedie di Euripide, è impossibile non poter vedere la spaventosa somiglianza tra un’Elisabetta Gregoraci di fine XX secolo e una Messalina del II secolo d.C. Nella Roma dell’imperatore Claudio non esistono vallette, non hanno ancora (che sfortuna!) la “gioia” di vedere le soubrette infestare i loro teatri e non potranno vederle, ancora per un po’, contorcersi su dei tacchi 12 e strillare qualche stupida sigla, mentre cercano di eseguire le coreografie e i numeri preparati per loro dagli educatori cinofili cui sono state assegnate. No, perché al posto loro, a Roma, ci sono le matrone, donne tanto nobili e famose quanto annoiate e insoddisfatte, che barattano senza colpo ferire l’amore e la fedeltà dei loro mariti con il piacere dionisiaco di provare la spada di un gladiatore diverso ogni notte. Da sempre ambassador ufficiale della sessualità repressa e, poi, sfogata in maniera abbastanza sconveniente, il prototipo della donna-valletta, per quanto moralmente discutibile, ha avuto una tale risonanza mediatica, fin dai tempi delle satire in esametri e non di quelle condotte da Striscia La Notizia, da meritarsi addirittura un neologismo aggiunto dalla Treccani. Messalina sarebbe sicuramente stata fiera di fare la Letterina su canale5.

Il britpop che conta

Per spostarci in un ambiente un po’ più international, mi domando che cos’hanno in comune Noel Gallagher e il commediografo inglese John Osborne? Intendo oltre al fatto che entrambi evidentemente condividono degli anger issues non indifferenti. Solo che il primo è sicuramente andato in analisi, dopo aver scalzato il fratellino Liam, più capriccioso e pazzerello, mentre il secondo ha un solo obiettivo in testa: fucking the fuckable. Entrambi hanno creato qualcosa nei loro anni bui del pensiero, hanno prestato le loro voci ad un inno alla sfida e, senza saperlo, sono stati gli spiriti-guida delle New Ages che si sono susseguite dopo di loro. Nel 1956, se non protesti contro l’establishment culturale e sociopolitico, non sei nessuno e, se non scrivi una commedia dal titolo Look Back in Anger, non puoi dire di essere stato davvero arrabbiato per qualcosa. I giovani adulti, più di dieci anni dopo la guerra, si lamentano della pace e della calma. “Non è sperimentale, è noiosamente minimal“, si lamentano. Non hanno più un motivo per morire e, ormai, nemmeno più uno per vivere. E se vuoi morire o, peggio, se vuoi vivere, ma non puoi, allora ti arrabbi. Eppure, nel 1996, c’è qualcuno che, dopo aver comprato un paio di occhiali orrendi ed essersi fatto un taglio di capelli simile ad una scodella (anche quello orrendo), si è guardato indietro, alle spalle, e ha cominciato a dire, sempre più ad alta voce, don’t look back in anger. Ogni risentimento e ogni rimpianto ha lasciato la metaforica chat della vita, anche se, forse, il risentimento contro il parrucchiere e il rimpianto di aver tagliato i capelli come li ha oggi Gazzelle erano giusti (ma comunque de gustibus). E poi? Nel 2021, ci ritroviamo che siamo un po’ tutti e due: siamo quei giovani che hanno visto la vita fermarsi, sospendersi a mezz’aria e non andare più avanti e siamo anche quelli che la mattina si alzano e decidono di fare una rivoluzione dal proprio letto, perché oltre non ci è concesso andare. Magari siamo proprio noi quegli Angry Young Men guidati da Osborne, così epitetati perché viviamo come se ogni giorno fosse quel periodo dell’anno. Siamo quelli che, un giorno non troppo lontano, scriveranno un’altra canzone icona, come Noel, e la regaleranno ai posteri, più fortunati, da poter cantare ai falò d’agosto o nei bar d’inverno.

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