Femminismo androgino e paritario: Virginia Woolf e Margaret Keane, il paradigma di due storie convergenti

Nel Simposio, Platone ci lascia in eredità il mito dell’androgino, il mito di due metà che devono ricomporsi per formare un intero e che vagano alla ricerca di quello che hanno perso, per avvinghiarsi alla propria metà e sentirsi finalmente complete dopo averla trovata. Verrebbe da chiedere, siamo delle metà? Abbiamo bisogno di un altro che ci completi? O dobbiamo cercare di conoscere e dare alla luce noi stessi e l’incontro con l’altro non è l’indispensabile, ma un arricchimento ulteriore? Dov’è il confine e quali sono i fraintendimenti in cui possiamo incorrere? La complessità sociale, il bisogno di relazionarsi in merito a qualcosa e a qualcuno, la costituzione di gerarchie naturali ha creato nel tempo sempre più differenziazioni sociali e tra queste anche quelle tra uomo e donna. Così le differenze, o presunte tali (fisiche e non), sono state incanalate verso mansioni diverse, finalizzate a garantire la perfetta funzionalità dell’organizzazione sociale. Ma fino a che punto un’oggettiva differenza può rivelarsi un limite per l’espressione di uno o dell’altro sesso nella società?

Virginia Woolf e Una stanza tutta per sé

Il nome di Virginia Woolf non necessita di ampie presentazioni o preamboli. Una stanza tutta per sé è un testo femminista, per le donne e sulle donne, pubblicato nel 1929 e basato su due conferenze tenute l’anno precedente a Newham e Girton (due college femminili dell’Università di Cambridge). E’, per questo, scritto in modo molto colloquiale e in esso si alterna, soggettiva e suggestiva, la narrazione dei pochi giorni in cui la scrittrice prepara le conferenze con il flusso continuo di riflessioni sul rapporto fra le donne e l’arte dello scrivere. La stanza tutta per sé è il luogo speciale dove uno scrittore può isolarsi dalla quotidianità, dalle voci esterne, dove può dimenticare la realtà più prosaica per entrare in una dimensione favorevole alla creazione. Il libro si incentra sulle condizioni restrittive che la donna ha dovuto subire nei secoli prima di potersi permettere, appunto, una stanza tutta per sé, che in quest’opera simboleggia sia il grembo in cui avviene il concepimento dell’opera d’arte, sia l’emancipazione in termini di opportunità. La domanda che Virginia si pone e ci sottopone è: quante donne, nel corso dei secoli, hanno potuto avere una stanza tutta per sé? Quante donne hanno avuto le stesse possibilità offerte agli uomini per coltivare il proprio talento? La donna nella società occidentale, prima del XX secolo, è sempre stata materialmente povera e umanamente sminuita. Relegata esclusivamente al ruolo di prolificatrice, più che di madre, e di serva nelle famiglie più povere, di soprammobile nelle classi più abbienti, di proprietà dei mariti, in generale, e se mai prima di sposarsi possedeva una qualche ricchezza, questa le veniva automaticamente sottratta con il matrimonio, per passare nelle proprietà del consorte. La Woolf fa riferimento alla condizione femminile a partire dal XVII secolo, periodo in cui l’Inghilterra partorisce la genialità di William Shakespeare, e fa notare come il ruolo secondario (per la concezione del tempo) e la povertà pecuniaria della donna fossero estremamente legati fra di loro. Se la donna, cui gli unici meriti riconosciuti riguardano l’ambito della conduzione familiare, non ha mai contribuito al sostentamento economico della famiglia o all’evoluzione politica e storica della società, come può, secondo il pensiero corrente alla Woolf, esprimere in un’opera qualcosa che abbia una rilevanza? Che motivo c’è d’incoraggiarla a scrivere? A chi può interessare di leggere il prodotto scaturito dal pensiero di un individuo relegato? A chi può importare di preoccuparsi dell’istruzione della propria figlia? Se anche qualche donna, in passato, avesse trovato il coraggio di affrontare i pregiudizi del proprio tempo, di esprimere pensieri e sentimenti tramite una qualche forma d’arte, sarebbe stata sminuita e osteggiata dalla società e, fatto ancor più grave, dalle stesse donne.

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Virginia Woolf (1882 – 1941)

L’autrice ci porta a immaginare la storia di un’ipotetica sorella di Shakespeare, con un talento pari a quello del fratello, avrebbe forse potuto dissetare il suo spirito artistico? La vita le avrebbe offerto le stesse opportunità di cui ha potuto avvalersi William Shakespeare? Probabilmente no. Al più, immagina la Woolf, avrebbe potuto (e dovuto) relegarsi nell’anonimato, nascondersi dietro ad uno pseudonimo. Nell’Ottocento, in tempi sorprendentemente recenti, si riscontra ancora un residuo della ricerca di anonimità, un retaggio del senso di pudore che è sempre stato imposto alla donna dalla società, da parte di molte grandi scrittrici che nascondevano la loro identità dietro pseudonimi maschili: si pensi, ad esempio, a Currer Bell (Charlotte Bronte), George Eliot (Mary Anne Evans) e George Sand (Amantine Aurore Lucile Dupin). Ognuna di queste donne doveva inevitabilmente fare i conti con il sentimento ostile che avrebbe accolto le loro opere, se pubblicate sotto un nome femminile, influenzando, a dire della Woolf, in modo decisamente negativo i loro scritti, limitando il loro punto di vista di artiste e impedendo al loro genio di esprimersi in slanci di pura creazione, svincolata e astratta da qualsiasi preconcetto. In ogni caso, i due sessi non possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro. Nonostante tutto questo opporre un sesso all’altro, una qualità all’altra, tutto questo rivendicare superiorità e attribuire inferiorità, l’esperienza umana ha sempre dimostrato che l’uomo ha bisogno della donna e che la donna ha bisogno dell’uomo, entrambi completandosi a vicenda. Analogamente, un’opera d’arte profonda e duratura ha bisogno delle prospettive di entrambi i sessi per essere concepita: solo una mente androgina può creare un’opera d’arte incontaminata, spoglia di ragionamenti tipicamente femminili o maschili che la possano inquinare. Per la Woolf, la mente androgina è risonante e porosa, trasmette l’emozione senza ostacoli, è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. Chi scrive ha solo da essere sé stesso, deve isolare la materia su cui scrive da tutte le possibili corruzioni di carattere sessista che implicherebbero una visione limitata e colma del risentimento che la società inculca e impone. Indubbiamente, l’avere una stanza tutta per sé, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l’esortazione di tipo più prosaico all’essere indipendenti, è la premessa ideale perché una donna possa scrivere con una mentalità androgina, paritaria, davvero universale.

Big Eyes

Film del 2014 di Tim Burton, con Amy Adams e Christoph Waltz, Big Eyes ha come protagonista la vera storia della pittrice Margaret Keane, che per anni dipinse quadri di successo firmati, però, dal marito. Relegata sempre nell’ombra, la pellicola racconta la storia dell’emancipazione di una donna che, dopo aver subito per anni le prepotenze e gli egoismi del marito, pittore anch’egli ma meno talentuoso, decide di combattere per ciò che è suo. Attualmente Margaret Keane, dopo battaglie legali con il marito per il riconoscimento della paternità dei suoi dipinti, ha ottenuto la vittoria venendo globalmente riconosciuta come l’autrice dei suoi quadri, famosi in tutto il mondo.

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Big Eyes (2014)

Specchio delle molte scrittrici di cui la sessa Woolf si fa portavoce, nata nel 1927, la piccola Margaret coltiva sin da piccolissima la passione per la pittura, unico mezzo che possiede per cercare una risposta alle sue domande. Le insicurezze della bambina, e poi donna, sono espresse, nei suoi quadri, tramite i caratteristici occhi grandi dei soggetti con visi dolci e delicati, che esprimono spavento e tristezza. Agli inizi degli anni ‘50, Margaret sposa l’uomo dal quale fugge poco dopo: rifiuta il marito padrone e le regole di un matrimonio infelice, liberandosi dal canone della donna del suo tempo. L’affermazione di Walter, marito e prestanome dei suoi dipinti, purtroppo la gente non compra opere d’arte realizzate da donne, usata per giustificare le proprie azioni, nasconde un arrogante maschilismo di cui Margaret è vittima. Margaret è inizialmente un personaggio debole, convinta di non poter avere successo, vittima di pregiudizi che la dominano e la schiacciano, assieme alle sue paure. Per anni rimane bloccata in questa situazione, senza coraggio di ribellarsi. Lentamente riesce però a scavare dentro se stessa, alla ricerca della forza necessaria per far sentire la propria voce, derivante proprio dalle stesse debolezze che l’hanno attanagliata per tutta la vita. È stata una femminista silenziosa, con la sola volontà essere riconosciuta come l’autrice dei suoi stessi dipinti. E alla fine ha vinto.

Valeria Parisi

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