Il Superuovo

Emergenza razzismo istituzionale in Europa: le minoranze sono ancora le categorie più fermate dalla polizia

Emergenza razzismo istituzionale in Europa: le minoranze sono ancora le categorie più fermate dalla polizia

Le minoranze sono ancora oggi le più fermate dalla polizia in Europa. È un razzismo istituzionale che segnala un problema molto grave e diffuso.

In Europa, sono ancora tanti i casi di persone provenienti da Africa o Asia che vengono trattati dagli ufficiali di polizia in maniera molto diversa rispetto alla popolazione locale. Questo va in netta contrapposizione con la direttiva 43/2000 sulla parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica e con la Carta dei Diritti Fondamentali, la quale dichiarava al suo articolo 21 il divieto di discriminazione in base all’appartenenza a una minoranza nazionale e all’articolo 22 il principio del rispetto della diversità culturale e linguistica.

Cosa prevede la direttiva 43/2000, detta anche “race directive”

La presente direttiva mira a stabilire un quadro per la lotta alle discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica, al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento. Ai fini della presente direttiva, il principio della parità di trattamento comporta che non sia praticata alcuna discriminazione diretta o indiretta a causa della razza o dell’origine etnica. Sussiste discriminazione diretta quando, a causa della sua razza od origine etnica, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga. Non solo: vi è anche una discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari. Gli Stati membri introducono nei rispettivi ordinamenti giuridici le disposizioni necessarie per proteggere le persone da trattamenti o conseguenze sfavorevoli, quale reazione a un reclamo o a un’azione volta a ottenere il rispetto del principio della parità di trattamento. Fanno in modo che le disposizioni adottate in virtù della presente direttiva, insieme alle pertinenti disposizioni già in vigore, siano portate all’attenzione delle persone interessate con qualsiasi mezzo appropriato, in tutto il loro territorio. Sempre gli Stati, conformemente alle tradizioni e prassi nazionali, prendono le misure adeguate per incoraggiare il dialogo tra le parti sociali al fine di promuovere il principio della parità di trattamento, fra l’altro attraverso il monitoraggio delle prassi nei luoghi di lavoro, contratti collettivi, codici di comportamento, ricerche o scambi di esperienze e di buone pratiche. Laddove ciò sia conforme alle tradizioni e prassi nazionali, gli Stati membri incoraggiano le parti sociali, lasciando impregiudicata la loro autonomia, a concludere al livello appropriato accordi che fissino regole antidiscriminatorie negli ambiti di cui all’articolo 3 che rientrano nella sfera della contrattazione collettiva. Tali accordi devono rispettare i requisiti minimi fissati dalla presente direttiva e dalle relative misure nazionali di attuazione.

L’atteggiamento contraddittorio dei singoli Stati nei confronti delle minoranze

Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, oltre al nuovo l’articolo 2 TUE, l’articolo 3 TUE dichiara al suo comma 3 che l’Unione rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica. Nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche ed azioni l’Unione deve tenere conto della lotta contro l’esclusione sociale e mirare a combattere le discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica (articoli 9 e 10 TFUE). Una grave violazione del valore del rispetto dei diritti delle persone appartenenti a minoranze potrebbe innescare la procedura di cui all’articolo 7 TUE che può comportare anche la sospensione di diritti degli Stati membri come per esempio il diritto di voto in seno al Consiglio. Inoltre, in base all’articolo 6 comma 1 TUE, gli articoli 21 e 22 CDF acquisiscono lo stesso valore giuridico dei Trattati, vincolando gli organi dell’Unione e gli Stati membri che devono rispettarli nel caso che attuino il diritto UE (anche l’articolo 51 comma 1 CDF). La diversità linguistica e culturale è rispettata nelle politiche dell’Unione dedicate all’istruzione e alla cultura  (gli articoli 165 comma 1 TFUE e 167 comma 1 TFUE). Nel caso di un’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo CEDU (finora non avvenuta), vi si aggiungerebbe come ulteriore tassello l’articolo 14 CEDU che statuisce il divieto di discriminazione in base all’appartenenza a una minoranza nazionale. Dalla natura di valore e dal mancato inserimento fra gli obiettivi dell’Unione di cui all’articolo 3 TUE consegue però che anche dopo il Trattato di Lisbona l’Unione non gode di una competenza in materia di diritti delle minoranze. Garantisce la parità di trattamento e la non-discriminazione, ma non risultano delle basi giuridiche per introdurre azioni  positive mirate all’uguaglianza sostanziale che rappresentano però un elemento indispensabile per un’effettiva tutela delle minoranze linguistiche, etniche o nazionali. Questa situazione rispecchia anche il fatto che non tutti gli Stati membri riconoscono la presenza di minoranze sul proprio territorio.

Il “Piano d’azione per l’antirazzismo 2020-2025” con le forze di polizia

La Commissione ha voluto specificare, all’interno di questo Piano d’azione, che non saranno più tollerati il profiling razziale, quella pratica con cui le autorità decidono di fermare qualcuno in base alla sua etnia o al colore della pelle, e gli illeciti riconducibili al razzismo commessi dalla polizia. L’obiettivo è quello di migliorare il rapporto fra le minoranze e le autorità, poiché spesso, chi fa parte di una comunità minoritaria non ha il coraggio di denunciare i reati perché ha poca fiducia nella polizia. Sempre collegato al settore delle forze dell’ordine, la Commissione ha incluso nel Piano l’analisi del complicato rapporto fra gli algoritmi di intelligenza artificiale e le minoranze: a seguito di alcuni casi in cui gli algoritmi utilizzati dalla polizia hanno segnalato individui appartenenti alle minoranze come criminali, per poi essere smentiti, si è aperto un acceso dibattito sul modo in cui l’intelligenza artificiale può aiutare le forze di polizia nella risoluzione dei casi. L’esecutivo europeo propone quindi di tenere in considerazione durante l’emanazione delle future norme sul tema gli errori e le distorsioni che questi sistemi informatici possono portarsi dietro, se costruiti secondo una logica che non tiene conto delle minoranze. A questo si affianca la collaborazione fra la Commissione e le piattaforme online, già attiva attraverso un ‘codice di condotta’ annuale, a cui sarà richiesto di potenziare gli sforzi per combattere l’incitamento all’odio razziale sul web: fra le misure previste compare la “redazione di un elenco di simboli e gruppi estremisti vietati”, oltre all’obbligo per i siti di segnalare e bloccare in modo più rapido qualsiasi contenuto considerato razzista o discriminatorio. Tuttavia, alcuni ritengono le proposte della Commissione troppo generiche e poco pragmatiche, in quanto vi è bisogno di misure più forti, come meccanismi di responsabilità per le autorità e una raccolta dati disaggregata per origine etnica sul profiling e l’uso sproporzionato della forza.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: