Elezioni dal 1948 al 2020: l’Italia che perde il pelo ma non il vizio

Analizziamo il voto degli italiani dalla rinata democrazia a oggi: conferme e ribaltoni che lasciano spazio all’imprevedibilità. 

La battaglia dei manifesti fra DC e Fronte Dem. Pop.

Il ritorno della Democrazia

Aprile 1948. Gli italiani, uomini e donne, si recano in massa nei seggi per votare, facendo registrare una affluenza del 92%. C’era grande esaltazione per quelle che erano le prime elezioni politiche dell’era repubblicana, dopo che il regime fascista aveva abolito la democrazia.

I due grandi partiti che si contendevano il titolo erano la Democrazia Cristiana e il Fronte Democratico Popolare, composto da Partito Comunista e Partito Socialista. Il centro democratico-cristiano contro la sinistra comunista, al tempo legata strettamente all’URSS. Ai blocchi di partenza si presentavano tante liste: Unità Socialista, Blocco Nazionale (Partito Liberale e Fronte dell’Uomo Qualunque), Partito Nazionale Monarchico, Partito Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, e molti altri che non riuscirono a entrare in Parlamento.

Il significato delle elezioni era enorme: bisogna decidere se stare dalla parte dell’America o dell’URSS, con l’Occidente o con l’Oriente, al di qua o al di là della cortina di ferro.

Dopo una grandiosa campagna elettorale dei grandi partiti di massa, gli elettori premiarono lo scudo crociato spingendolo al 48,5%, mentre il Fronte arrivò solo al 30%. Gli aiuti economici americani, i Comitati Civici, e la paura del comunismo furono le armi vincenti della DC, che espresse così il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi.

Queste elezioni furono importanti anche perché determinarono lo scacchiere politico italiano, influendo ancora oggi sulle scelte dei cittadini. L’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria diventano le roccaforti della sinistra, mentre il Nord e il Sud si mostrano totalmente a favore dei democristiani, e, per quanto riguarda il Meridione, il partito monarchico. Il Centro vide invece l’affermarsi del Blocco Nazionale e del Partito Repubblicano, che si fermarono comunque al 3,82% e al 2,48%.

Bonaccini (presidente Emilia-Romagna) e Santelli (presidente Calabria)

Emilia-Romagna e Calabria, crocevia della storia politica

Il trionfo di Jole Santelli in Calabria ( 55,3% contro il 30% di Callipo) e la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna ( 51,4% contro il 43,6% della Borgonzoni) causano sorrisi, più o meno forzati, e volti cupi.

E’ contento il Partito Democratico perché vince nella storica regione rossa e si conferma primo partito in entrambe le regione, ma perde malamente al Sud. La Lega gioisce, Salvini un po’ meno. Il partito ottiene risultati molto soddisfacenti come lista (31% in E-R, 13% in Calabria), dove otteneva sempre poco o nulla, mentre Salvini storce un po’ il naso per aver perso una regione con la sua candidata e perché ora si farà dura per lui proporre candidati al Sud. Forza Italia è una medaglia a due facce, molto bene al Sud, molto male al Nord. Crolla il Movimento 5 stelle, invece Fratelli d’Italia conferma la sua crescita e il suo periodo di forma.

Se in Calabria la vittoria del centrodestra era scontata, in Emilia-Romagna si prospettava una lotta all’ultimo voto. I cittadini hanno premiato il candidato uscente, forte della sua esperienza e competenza amministrativa. Seppure la regione è ricca e sana, capace anche di auto-amministrarsi, va riconosciuto il merito a Bonaccini di aver resistito all’ondata leghista. Al Carroccio si accusa invece di non aver scelto la miglior candidata possibile e di aver giocato la carta Salvini in versione estremista-populista che non attrae a livello regionale come a livello nazionale ( ricordo che la Lega era primo partito alle europee). La gente ha scelto per il buongoverno del candidato modenese.

In Calabria Jole Santelli non doveva far altro che presentarsi per vincere, anche se la lista civica che la appoggiava è andata molto bene, segno che era una candidata apprezzata dai calabresi.

L’Italia cambia colore

La discussione centrale post-elettorale è stata sul fatto che i colori politici non esistono più, ovvero non esistano più terre saldamente di destra o di sinistra. In parte vero e in parte no.

L’Emilia-Romagna non sarà più una regione rossa come un tempo, ma se ne percepisce ancora la sfumatura e la mentalità. Alcune città, come Modena, Reggio e Bologna, confermano il loro sbilanciamento verso la sinistra, che ha ottenuto circa il 60% dei consensi nella città vera e propria, ma con un capovolgimento di fronte nelle periferie e nelle montagne, passate a destra. Piacenza e Ferrara, storicamente più vicine alla Democrazia Cristiana, erano già passate alla Lega alle elezioni comunali ed europee.

Se un emiliano-romagnolo su due ha scelto Bonaccini (PD), non è solo per i cinque anni ben amministrati in regione o per la campagna elettorale, ma anche perché quell’aria che sa ancora di sinistra impedisce a gli elettori di passare a destra.

In Calabria invece la situazione è molto diversa. Dal 1970 al 1994 le elezioni regionali sono state dominate dalla Democrazia Cristiana, per poi vedere una costante alternanza fra centrodestra e centrosinistra.

In una regione più difficile come la Calabria è difficile istituire un buongoverno che permetta di essere riconfermati, anzi si è sempre presa una batosta, come dimostrano le regionali del 26 gennaio.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: