Agostino d’Ippona affermò che il piacere del peccato- delitto proverrebbe da una tendenza umana concernente la perenne ricerca di quel rischio nei confronti di ciò che è vietato, di ciò che non è possibile compiere per norma o per etica. Il desiderio di compiere un atto al di là della norma intriga molti individui, soprattutto il delinquente, il quale si nutre vivendo di un’esasperata ricerca di ciò che non potrebbe avere ma che successivamente otterrà attraverso il reato. Douglas e Olshaker partendo dall’affermazione Agostiniana soddisfano la domanda che vi propongo nel titolo: quando parliamo di assassino seriale o generalmente di criminale, è bene affermare che una delle sue principali caratteristiche sia la ricerca dell’onnipotenza sul prossimo e il suo sentirsi al limite della divinità in una continua lotta con il Divino su chi sia effettivamente tale, il criminale conosce bene tutto ciò, e dal momento che secondo la nostra cultura solo Dio può dare e toglierci la vita, al criminale non resta altro che un’opzione per soddisfare il suo bisogno efferato, quello di uccidere. Penso che da questa breve premessa sia chiaro il perché secondo i due studiosi la figura femminile sia meno incline al comportamento criminale, infatti la donna riesce a soddisfare il suo desiderio di onnipotenza generando e dando la vita, non necessariamente sentendo il bisogno di toglierla.

Cesare Lombroso e la prostituzione

Se volessimo fare un passo indietro, è sicuramente non di poco conto quello che Cesare Lombroso considerato il padre della criminologia, avesse a che dire sulla figura femminile. Egli infatti nella sua opera risalente al 1893 “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” analizzò quelle che sarebbero potute essere le principali cause sul perché la predisposizione criminale fosse maggiormente maschile. Lombroso affermò infatti che se la criminalità femminile risultasse inferiore, fosse dovuto principalmente dal fatto che tutta la criminalità mancante fosse compensata dalla prostituzione, estremamente praticata all’epoca. La prostituta per Lombroso assunse caratteri specifici che la determinarono come una potenziale criminale ma non completamente: dotata di un’inferiorità bio- psichica rispetto alla norma, rispetto all’uomo e in quella che lui definiva donna normale, era principalmente delineata da un tratto caratteristico, la perversione, tendenza attraverso la quale andava ad infierire sulla sua incline predisposizione natia, determinando una mancanza di appartenenza al mondo materno, quindi un rifiuto nel generare. Proprio a causa di questo rifiuto la donna viene considerata come predisposta alla criminalità ma come affermano i fatti storici, sono rari i casi di prostitute assassine e non certamente pochi quelli di prostitute assassinate.

Studi bio- antropologici a livello ormonale

Furono molti gli studi che si occuparono della correlazione tra valori ormonali e comportamento aggressivo- criminale. Alcuni ricercatori hanno collegato i livelli androgeni (ormoni sessuali maschili) e testosterone con l’antisocialità e devianza. Quanto sono più alti i livelli di androgeni, tanto ha più è frequente la possibilità che vi siano atteggiamenti criminali o devianti. E’ statisticamente provato che gli uomini commettono più reati rispetto alle donne e lo studio può tranquillamente soffermarsi su quelli che sono i differenti livelli di testosterone. La quantità di tale ormone è fondamentale per comprendere le diversità nei quozienti criminali in termini non solo di differenze di genere ma anche di invecchiamento. Infatti negli uomini l’aggressività dovrebbe ridursi nel corso della vita, tanto quanto il diminuire dell’ormone. Per quanto concerne i fattori ormonali associati al comportamento deviante è verificabile nelle variazioni ormonali che si verificano prima e dopo il ciclo mestruale. Di fatto ricordiamo come qualsiasi variazione emozionale non è solo indotta a livello ormonale ma sono da tenere in considerazione numerose cause esterne ed ambientali.

Cenni sociali e la figura della donna

La donna nella società e soprattutto nel microcosmo familiare ha sempre svolto sin dall’antichità un ruolo fondamentale, ma se vogliamo dirla tutta, non è mai stata predisposta al crimine dal punto di vista sociale. Le donne vivevano in casa, si occupavano dei figli e dei mariti, venivano assoggettate dal patriarcato, perennemente tenute sotto controllo da coloro i quali le ritenevano di loro proprietà. I delitti al femminile sono meno comuni rispetto quelli maschili proprio poiché nella storia a differenza della contemporaneità e mi riferisco specificatamente alla cultura occidentale, non usciva neppure di casa, non predisponeva dei mezzi e della mentalità per compiere violenza e viveva in un ambiente che fosse incline a fabbricare donne omologate, donne di casa, che poi successivamente si risveglieranno alla ricerca dei loro diritti. Quando la donna assunse maggiore libertà iniziarono le prime manifestazioni di vandalismo, ad esempio con le suffragette che in quanto movimento femminista diede la possibilità di rivalsa alle donne ma con mezzi al limite del civile. La nascita dei primi istinti devianti e violenti femminili è scaturita nella storia proprio dalla voglia di non essere solo donna in quanto tale ma creatura umanizzata. La devianza è relativa e non per forza deve essere considerata un crimine: le insurrezioni popolari violente sono parte di essa.

Naturalmente come ben sappiamo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio poiché nel corso degli anni abbiamo avuto modo di leggere e conoscere reati perversi e maligni di donne al punto tale da avere la consapevolezza che la figura femminile si stia facendo strada per raggiungere i delitti compiuti dall’altro sesso.

Simona Canino

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