Dio esiste? De Andrè sfida S. Anselmo sulla natura del Cristo

Non credo perchè credo e credo proprio perchè non credo: la posizione agnostica di De Andrè nella canzone “Si chiamava Gesù” e l’impianto dialettico della prova ontologica di Sant’Anselmo dialogano a distanza di mille anni.

Al centro dei pensieri di tutta l’umanità, il rimando alla trascendenza rimane sempre insopprimibile

Nel 1987, nascosta in altre pubblicazioni di carattere scientifico, appare al mondo accademico americano la famosa Ontologisches Beweis (prova ontologica, rimandando ad Anselmo) per l’esistenza di Dio del mirabile matematico Kurt Gödel. Concepita in tutto e per tutto come un teorema del tutto logico-matematico, mira a dare risposta alla domanda di fondo che tormentava il suo animo fin da giovane. Una domanda di tutta l’umanità, peraltro: «È possibile ricondurre il mondo ad unità razionale?» Sottovoce, come di consueto, arriva la risposta personalissima e umanissima di De Andrè che pur vedendo e sapendo fatica a riconoscere nel Cristo la Divinità.

Dio Esiste necessariamente, come volevasi dimostrare 

 La sua è una formalizzazione stringente e scarna dell’argomento a priori medioevale che risale al 1076 con il Proslogion di Anselmo d’Aosta. Costituita da 28 passaggi e strutturato con formule ben formate di logica simbolica, giunge alla consapevolezza che l’essenza del divino (le sue caratteristiche che ne fanno un ente God-Like, come dice Gödel, di natura cioè divina) contempla necessariamente la sua esistenza. Dio appare un ente unico, l’unico a cui appunto l’esistenza è costituiva e sostanziale (non accidentale come la nostra). Se le sue perfezioni essenziali (esistenza, potere, amore, sapienca) esistono al massimo livello, egli esiste necessariamente. La filosofia del Medioevo cristiano è ovviamente imperniata sul pensiero teoretico della religione e ha nella riflessione attorno a Dio (il centro e il significato di ogni realtà, il termine di rimando di ogni successiva concettualizzazione) la sua pietra angolare. Mai come in questo periodo diventa opinione diffusa che la ragione umana possa e debba ragionare attorno all’esistenza di un Divino, supremo, infinito creatore. Non solo: è anche possibile pensare di dimostrarne l’esistenza e vederne le fattezze coerenti con il messaggio rivelato nelle Scritture e durante la Storia Sacra, culminata con il Cristo.

Con la sua prova a priori, Anselmo ha segnato il dibattito ontologico su Dio per un millennio

Se non crederete, non comprenderete

Non tutti i filosofi medioevali però hanno dedicato lo stesso numero di pagine e di energie a questa dimostrazione. Non ne avvertivano il bisogno o, come il caso di Agostino e Bonaventura, lasciavano che fosse una scoperta interiore, un cammino di fede possibile per gli umili di cuore. Più che l’intelletto e il suo acume, per questi pensatori, infatti, contava la giusta disposizione d’animo e l’apertura interiore. Anselmo, Tommaso, Duns Scoto, invece, affrontano con il consueto piglio espositivo la faccenda: pur essendo evidente, l’esistenza di Dio può essere affrontata organicamente e in maniera approfondita. Produrranno una serie di dimostrazioni in cui nulla (o il meno possibile) rimanga oscuro, implicito o dato per scontato. Per fondare i lineamenti della propria condotta etica, ogni uomo può raggiungere all’evidenza razionale dell’esistenza di un Creatore, senza per questo andare a inficiare la cristallina verità Rivelata del Divino. Dio si presenta in maniera gratuita e imperscrutabile come l’essente: “io sono colui che è”. Le loro stringenti argomentazioni andranno a integrarsi con la fede cristiana, perché non è certamente tramite un’evidenza puramente razionale che si prenda per mano l’essere umano per instradarlo alla religione. La ragione deve puntellare la fede ma l’adesione iniziale è decisiva. Se non crederete, non comprenderete, si legge in Isaia.  

Non si può dire non sia servito a niente

De Andrè è, probabilmente senza saperlo, un monofisita, ovvero un uomo che non crede nella doppia natura del Cristo e come gli agnoeti nega all’uomo, nato a Nazareth e condannato a morte nella provincia romana di Galilea, la natura divina. Gesù fu solo e sempre un uomo e conobbe il dolore e i bisogni e le debolezze connesse con questo involucro mortale. Come tale, il piano per la sua Passione non gli è del tutto chiaro, da cui la terribile paura di essere abbandonata dal Padre Celeste, pochi istanti prima di esalare l’ultimo respiro di vita. “Non intendo cantare la gloria \ né invocare la grazia e il perdono \ di chi penso non fu altri che un uomo\ come Dio passato alla storia”. Eppure, la dedizione e la passione con cui lascia l’uomo vero fare strame di lui ha qualcosa che anche un incallito anticlericale come De Andrè rispetta, concedendo al Cristo l’onore delle armi. Va oltre all’umana capacità di comprensione e sopportazione il perdono che egli riserva ai suoi carnefici, l’assenza di rancore e odio di chi gli voltò le spalle, lo schernì, lo incoronò di tradimento e spine. Se c’è qualcosa di divino nella storia sacra, ebbene, sembra dire De Andrè, eccolo. Poi l’uomo morirà come tutti (spirando, appunto: “cambiando colore”), senza assolvere alla missione annunciata da secoli, sollevare i peccati dal mondo, mondando questa piccola umanità dal male. Per essere un uomo, aveva troppe virtù, ecco un altro squarcio di divinità. A posteriori, in maniera poco più che empirica, possiamo risalire a un concetto divino. Nel dolore, nella sofferenza: il perdono, indice di infinita divinità d’animo.

De Andrè è sempre stato alla ricerca di un senso umanissimo e molto personale del divino

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