I Coldplay sono tornati: “Orphans” e il dramma della guerra

A ben quattro anni del loro ultimo album, i Coldplay sbarcano nuovamente il lunario con l’album “Everydaylife”, preceduto dal singolo “Orphans”.

Quello della guerra e del dramma che essa si porta dietro è sempre stato un tema centrale nelle riflessioni di letterati, musicisti, filosofi, da chi ne ha voluto descrivere i connotati a chi si è invece spinto nel profondo dell’animo umano per ricercare le pulsioni sottese al compimento di certe azioni nocive nel confronti dell’altro.

Umanità e disumanità da Terenzio alla Grande Guerra

Pur nella scelta di circoscrivere questa settimana un campo d’azione sia temporale che locale maggiormente vicino a noi, non mi esimo dal citare in apertura una frase di Publio Terenzio Afro, che può far molto riflettere per l’importante messaggio che esprime e che inoltre mi permette di creare un filo conduttore con un’argomento che ho già trattato in un precedente articolo relativo all’importanza di restare umani. La celebre frase in questione recita:

Humanus sum, humani nihil a me alienum puto

Sono un uomo e penso che nulla di ciò che riguarda gli uomini mi sia estraneo

È con queste poche parole che Terenzio parla di un concetto all’apparenza banale e scontato, ma di cui i fatti storici, anche recentissimi e che continuano a squarciare gli schermi dei nostri televisori giorno dopo giorno, hanno dimostrato l’importanza e la necessità di tenerlo sempre bene a mente. Sto parlando del concetto di humanitas, ideale che attraverso Roma sarebbe poi transitato nel mondo cristiano e infine in tutte le civiltà europee e extraeuropee fino a diventare il caposaldo della Carta dei diritti dell’uomo. Pur partendo da una frase così generale come quella di Terenzio, credo che per affrontare un concetto come quello di humanitas e del suo corrispettivo negativo sia fondamentale vederne gli aspetti più concreti e brutali possibili, scendendo nel profondo delle passioni umani senza intermediazioni di alcun tipo. La disumanità trova senza dubbio il suo campo d’azione congeniale nella guerra, territorio spinoso e che, seppur spesso esplorato e criticato, non è mai stato abbandonato dall’uomo di nessuna epoca storica. Il XX secolo ha visto il mondo intero teatro di alcune delle più sanguinose guerre di tutte le epoche e sono stati spesso i letterati a farsi portavoce della brutalità dei vari conflitti che si susseguivano ed espandevano a macchia d’olio in una grande scacchiera le cui pedine, gli Stati appunto, giocavano a compiere la prima mossa senza curarsi della sofferenza dei singoli individui. Credo che uno dei poeti che maggiormente sia riuscito ad esprime tramite i suoi versi un notevole numero d temi legati alla guerra sia stato Giuseppe Ungaretti, che visse in prima persona la drammatica esperienza di soldato al fronte.

L’esperienza della guerra nella vita di Giuseppe Ungaretti

La poesia è una di quelle arti maggiormente capaci di interpretare in modo profondo la realtà e, tramite le sue immagini, di farci prendere coscienza della disumanità di ciò che è accaduto nella storia. È proprio questo ciò che è riuscito a fare Giuseppe Ungaretti tramite la sua raccolta poetica “Allegria di naufragi”, il cui primo nucleo fu stampato ad Udine nel 1916, nel pieno della Grande Guerra, e fu intitolato “Il porto sepolto”. I componimenti che formano la raccolta sono frammenti di vita vissuta al fronte, una specie di diario di guerra che ricrea in maniera altamente suggestiva immagini, momenti drammatici di morte, di attesa attonita del momento in cui tutto sarebbe giunto al termine. Al contempo, però, dalle parole del poeta emerge un qualcosa di molto più profondo e cioè che queste poesie, lungi dal rappresentare una semplice rivolta contro tutti gli orrori che la guerra si porta dietro, cercano di vedere nei conflitti un potere molto più grande, addirittura positivo nell’animo umano: è infatti solo attraverso l’esperienza della cosa più disumana che possa esistere sulla faccia della Terra, che l’uomo riacquisisce i suoi più profondi valori, la propria umanità, riscopre la propria dignità interiore e il senso di partecipazione al destino comune dell’umanità.  È ciò che traspare ad esempio da una delle poesie più celebri della raccolta, dal titolo “Fratelli”, scritta il 15 luglio del 1916, durante i combattimenti al fronte.

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

Nel mezzo dell’orrore della guerra due reggimenti diversi si incontrano ed un soldato  si rivolge a quelli dell’altro reggimento con il termine “fratelli”. Questa parola costituisce il fulcro contenutistico non solo della poesia, ma di una buona fetta del pensiero di Ungaretti perché, pronunciata in modo spontaneo da un soldato consapevole della propria fragilità e che cerca salvezza nella solidarietà degli altri, fa sì che il poeta si tuffi in una riflessione sull’uguaglianza tra tutti gli uomini. È così che una semplice parola, nella sua apparente banalità, diventa, tramite il senso di amore e di fratellanza che lega gli esseri umani, una vera e propria risposta intellettuale contro il senso di fragilità che la guerra e in genere la condizione umana comportano.

 

I Coldplay tornano con “Orphans” tra guerra e vita quotidiana

A distanza di quattro anni dall’uscita di “A Head Full of Dreams”, il gruppo inglese capitanato da Chris Martin ha da pochi giorni annunciato l’uscita dell’ottavo album in studio dal titolo “Everyday Life”. L’album è stato anticipato dal rilascio del primo singolo, “Orphans”, già riprodotto dalle radio di ogni parte del mondo e salito in poche ore ai primi posti di tutte le classifiche.

Boom boom ka, buda de ka

È con questi suoni all’apparenza insignificanti che si apre la canzone, suoni che, paradossalmente, sintetizzano un po’ il tema portante dell’intera canzone. Essi, pur provocando ad un primo ascolto un senso di gioia e divertimento, sono in realtà i rumori delle bombe, degli esplosivi, dei missili: sono suoni di guerra. Ed infatti, nelle prime parole con un senso compiuto della canzone, l’atmosfera si fa subito più cupa e protagonista diventa una persona in carne ed ossa, Rosaleen, uccisa a Damasco nel 2018 durante gli attacchi da parte di Francia, USA e Inghilterra alla capitale siriana. Come Ungaretti nelle sue poesie, così anche i Coldplay con la loro musica decidono di affrontare una tematica così importante senza filtri, tramite la concretezza di fatti reali e dei drammi vissuti da persone in carne ed ossa, le quali avevano come unica colpa quella di essere nate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così come il poeta decadente trovava come risposta al male vissuto in prima persona la solidarietà tra gli uomini, così Chris Martin canta la forza dell’immaginazione, creando un’antitesi potentissima tra la negatività del tema e la bellezza delle immagini e dei suoni, come quella di Roselenn che sarebbe divenuta una bravissima attrice se la guerra non l’avesse portata via, o quella di Damasco, vista come un vero e proprio locus amoenus. Sono questi versi che descrivono la vita quotidiana delle persone prima della guerra, così come anche il ritornello, in cui la volontà di tornare a ubriacarsi con i propri amici non deve essere vista come un qualcosa di fuori luogo vista l’importanza del tema. La volontà, infatti, è proprio quella di mettere in luce la bellezza della ‘everyday life’, tanto semplice quanto autentica, cosa di cui purtroppo spesso l’essere umano si accorge solo nel momento in cui quella semplicità gli è stata tolta per sempre.

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