L’amore visto da epoche differenti: da Platone a Balzac, da Ovidio a De André

L’amore nelle arti è stato interpretato in mille modi. C’è chi ha voluto darne una sfumatura tragica e c’è chi invece gli ha dato i connotati di elisir salvifico per la vita.

Clizia mentre guarda Apollo

In questo articolo si parla dell’amore con l’aiuto di quattro autori: Platone, Ovidio, Balzac e De André. Quattro autori che paiono non avere nulla in comune, e forse è anche così. Ma quella tematica che persiste in ogni epoca, quei sospiri che diventano versi e quelle lacrime che si amalgamano all’inchiostro degli intellettuali, alla fine hanno reso l’amore nient’altro che un filo conduttore che unisce tutte le letterature, da quelle antiche a quelle moderne. E quindi questi intellettuali, così lontani nel tempo tra loro, arrivano con un semplice sentimento a trovarsi così vicini.

Platone, le origini dell’amore, il discorso di Aristofane

Sul finire del pranzo a casa di Agatone, i convitati iniziano a dialogare, a conversare tra loro. Il tema centrale è l’amore. Amore che viene visto in tutte le sue forme e sfaccettature. Infatti ogni convitato ha una sua tesi a proposito di quel sentimento, forse scaturite da semplici convinzioni personali oppure da esperienze vissute. Eppure ve n’è una che è molto famosa, ricordata spesso nel tempo, quella di Aristofane.

Questi infatti vuole trovare un’origine all’amore e allora ne dà un’interpretazione davvero molto bella.

Secondo Aristofane in origine la natura dell’uomo non era la medesima di oggi, era bensì molto differente. Infatti la natura dell’uomo era triplice, vi erano maschi, femmine e androgini, ossia coloro che partecipavano a entrambi i sessi.

Questi ultimi, che erano prole della luna, erano dotati di grande forza, di grande vigore, tanto da tendere delle insidie agli Dei.

Allora Zeus e gli altri Dei, vista la grande minaccia di questi esseri, pensarono bene di ucciderli tutti. Solo che la loro morte non sarebbe stata molto vantaggiosa per gli Dei, perchè non avrebbero più avuto nessuno che gli facesse sacre offerte e onori.

Allora la soluzione per l’insolenza degli androgini era quella di essere divisi. Infatti Zeus dirà:

<<Eh! ho trovato, mi pare il sistema! In tal modo uomini ce ne saranno pur sempre, ma nello stesso tempo, fatti più deboli, quella loro sfrontata insolenza avrà un limite. Ora, mi metterò a tagliare in due ciascun uomo. (…) Eretti cammineranno su due gambe>>

Tagliati, gli uomini, si trovarono privi di una loro parte, della loro metà. Si sentivano incompleti, preda quasi di un vuoto esistenziale. L’unica soluzione era allora quella di vagare per il mondo in cerca di quella dolce metà, per tornare a quella loro situazione di completezza a loro tolta. Ecco dunque da dove nasce il sentimento amoroso.

Ecco dunque, da un’origine così remota è innato nell’uomo il reciproco amore. Amore riconduce all’antica condizione; cerca di fare uno ciò ch’è due; cerca di medicar così l’umana natura. In conseguenza, ciascuno di noi è un pezzo solo, la metà dell’uomo intero: un uomo diviso come le sogliole. Era uno e ora sono due. E ciascuno perciò continua ad andare in cerca dell’altra metà che gli corrisponda.

Ovidio, l’amore di Clizia

La storia dell’amore di Clizia è la storia di un amore insoddisfatto, che diviene disperazione nel momento in cui subentra un altro sentimento spesso così vicino a quello amoroso, e che pare voler sempre corrompere, viziare quest’ultimo, la gelosia.

Infatti Apollo, Dio che trainava il carro del sole, si innamora perdutamente della vergine Leucòtoe.

Allora trasforma le sue sembianze in quelle della madre della giovane e si insinua a casa sua. Una volta rivelata la sua vera identità costringe la fanciulla ad avere rapporti fisici con lui.

E a questo punto subentra nella storia Clizia:

Clizia fu presa dall’invidia (focose erano state con Leucòtoe le effusioni amorose del Sole) e in un accesso di rabbia raccontò a tutti dell’adulterio, diffamando la rivale, e andò a riferirlo al padre di lei.

Il padre furibondo decide dunque di seppellirla in una fossa molto profonda, riversandoci sopra cumuli di terra.

La giovane così muore e Apollo disperato cerca in tutti i modi di ridarle la vita scaldandola coi suoi raggi, senza però riuscirci.

Arrabbiato con Clizia per la sua delazione smette di andare a trovarla e lei cade nella disperazione.

Quanto a Clizia, benché l’amore potesse giustificare la gelosia, e la gelosia la delazione, il Sole apportatore di luce non l’andò più a trovare e non volle più avere con lei rapporti amorosi. Da allora, la ninfa, che follemente si era giocata l’amore, cominciò a deperire, incapace di rassegnarsi, e notte e giorno rimase seduta all’aperto sulla nuda terra (…) Le sue membra finirono con l’aderire al suolo, e per il livido pallore assunto si convertirono in parte in erba esangue; una parte è rossastra, e un fiore viola ricopre il viso. Benché trattenuta dalla radice, essa si volge verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore.

Così Clizia si trasforma in un girasole e passa la sua vita a volgersi continuamente in direzione dell’amato, seguendolo ossequiamente in ogni suo spostamento.

Questo è quel tipo di amore che finisce nell’errore e diventa disperazione per chi lo prova. Un amore che viene viziato e logorato nella sua purezza dalla gelosia. La soluzione allora è dimenticare il bene e fare il male. Un male che però purtroppo alla fine si ritorce sempre contro chi lo compie e allora un’esistenza di dolore diventa inevitabile.

Balzac, l’amore di Eugenia Grandet

Eugenia, figlia di un ricco mercante molto avaro, vive una vita vuota, fatta soltanto di privazioni e di sofferenza.

Però un giorno, quest’esistenza così piatta pare cambiare radicalmente. Infatti a casa sua, in campagna, arriva il cugino, Carlo, giovane parigino mandato in visita della casa dello zio dal padre.

Il motivo di quel viaggio però nascondeva un qualche cosa di molto tragico. Infatti il padre del ragazzo era in dissesto finanziario, stava insomma per fallire. Un fallimento che però non riusciva a sopportare, tanto da arrivare a suicidarsi. Prima di compiere l’estremo gesto, decise di affidare il figlio al fratello, sperando nella sua carità.

Il fratello però non aveva nessuna intenzione di mantenere il ragazzo, il quale consapevole di ciò decide di andare in cerca di fortuna nelle Indie.

Ma prima di cominciare il suo viaggio si innamora di Eugenia, sua cugina.

Da allora cominciò per Eugenia la primavera dell’amore. (…) complici del medesimo segreto, i due giovani si guardavano esprimendo una reciproca comprensione che approfondiva i loro sentimenti e li accomunava, li rendeva più intimi, ponendoli entrambi al di fuori della vita ordinaria. 

Questo innamoramento reciproco si concretizza poi in uno scambio di promesse. I due i sarebbero dovuti ritrovare e sposarsi appena Carlo fosse tornato ricco in patria dalle Indie.

<<Lei mi ama?>> chiese essa. 

<<Oh sì, tanto!>> egli rispose con una profondità d’accento che rivelava uguale profondità di sentimenti. 

<<Allora aspetterò, Carlo.>>

Il tempo però passava, e più le giornate scorrevano e andavano via e più cresceva nel cuore di Eugenia quell’angosciosa idea che lui l’avesse dimenticata.

Ed è proprio così. Infatti Carlo nei suoi viaggi pensava poco a Eugenia, al centro di tutta la sua vita ormai c’erano solo i suoi affari e la sua brama di ottenere abbastanza denaro per poter tornare trionfante a Parigi.

Infatti, riuscito nell’intento di accumulare tanto denaro da essere considerato ricco, se ne torna nella sua città e lì decide di sposare una nobildonna per la quale non prova nessun amore, ma che però può garantirgli un elevato status sociale.

Arrivato a Parigi scrive una lettera ad Eugenia, dopo sei anni di silenzio, per poter rientrare in possesso di quei beni preziosi della sua famiglia dati alla ragazza come pegno d’amore. Inoltre le racconta tutta la sua storia e la decisione di sposare la nobildonna.

Eugenia dopo aver letto la lettera cade nella disperazione. Dopo aver aspettato così a lungo l’amante si ritrova a non avere più nulla, se non il denaro infinito lasciatole dal padre in eredità.

Il disastro era spaventoso e totale, e il vascello affondava senza lasciare né una gomena né una tavola sul vasto oceano delle speranze. (…) Certe donne chinano il capo e soffrono in silenzio: procedono vacillanti e rassegnate, piangendo e perdonando, pregando e ricordando sino al loro ultimo sospiro. Questo è amore, amore vero, l’amore degli angeli, l’amore vero che vive della propria angoscia e ne muore, e questo fu il sentimento che provò Eugenia dopo aver letto quell’orribile lettera. 

Eugenia decide così di continuare la sua esistenza senza più avere a che fare con l’amore. Quell’amore infatti l’aveva punta nel profondo, in modo indissolubile e la sua reazione è stata allora quella di porre un muro tra lei e quel sentimento doloroso, negando a se stessa per sempre le gioie dell’essere amati.

Quest’amore si staglia perfettamente nel mondo del realismo balzachiano della commedia umana. Qui tutto verte su quel sentimento umano terrificante che è l’avarizia. Il padre di Eugenia è avaro e la porta a vivere una vita di stenti nonostante le grandi ricchezze, il giovane Carlo si fa prendere dal commercio e dall’avidità di denaro e diventa anche lui un avaro, pronto a tutto pur di guadagnare qualche ”luigi” in più.

La vittima di questo mondo dedito soltanto a ciò che è materiale allora è l’amore, che non trova espressione se non in finte forme volte solo al guadagno materiale, un po’ come il matrimonio tra Carlo e la nobildonna.

Fabrizio De André, la ballata del Miché

Quando hanno aperto la cella, 

era già tardi perché

con una corda al collo

freddo pendeva Miché

Michele arriva ad uccidere per amore, per la sua Marì. Uccide coloro che volevano rubargliela. La conseguenza di questo omicidio è una pena a vent’anni di prigione. Pena che però lo porta ad essere lontano dalla sua amata comunque, sapendo che non può comunque raccontare alla ragazza il motivo dell’omicidio.

Allora la soluzione al suo dolore amoroso la trova nel suicidio, e così si impicca nella sua cella.

Stanotte Miché

S’è impiccato ad un chiodo perché

non voleva restare vent’anni in prigione

lontano da te

Un amore tragico quello di Miché, che lo porta a compiere in poco tempo due azioni terribili. Prima uccide il suo nemico e poi si uccide a sua volta.

 

In conclusione si può dire che l’amore nel mondo delle arti assume sempre modi e forme diverse, ma ciò che davvero sta dietro a quei fiumi di inchiostro, a quelle belle melodie e a quelle sfavillanti pennellate è un sentimento comune a tutte le epoche, che si mostra sempre nelle stesse sembianze, e con gli stessi effetti.

L’amore allora è forse una forma di bellezza comune a tutte le epoche, perché è bello esso stesso ma talvolta assume anche quel ruolo di ispiratore alla bellezza. Così il mondo, anche nella sua degenerazione, nelle sue turpi brutture può sempre contare sulla bellezza di quel sentimento, perché come diceva Dostoevskij, la bellezza salverà il mondo.

 

 

 

 

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