Da “Amsterdam” di Brel al “Voyage” di Céline, lo sfascio morale dell’Uomo novecentesco

Dalle strofe stridenti di Jacques Brel alla prosa putrescente di Louis-Ferdinand Céline, la stessa lirica e ardor francesi per delineare i contorni dello scatafascio dell’umano nel Secolo Breve

Il brano del cantautore belga e il romanzo dello scrittore francese sembrano condividere non poche caratteristiche. Dalla descrizione brutale delle classi sociali più al limite, a una lirica in grado di veicolare lo scatafascio dell’Uomo del ‘900, affamato di sopravvivenza e di un riscatto che appare impossibile. Nell’ascoltare “Amsterdam” e nel leggere il “Viaggio al termine della notte” si avrà l’impressione di vivere un déjà vu. E questo perché i loro autori sono figli dello stesso secolo. Ma non solo. Sono figli dello stesso malessere.

Amsterdam

Jacques Brel nasce l’8 aprile 1929 a Schaerbeek, nei pressi di Bruxelles. La sua famiglia è in parte di discendenza fiamminga, pur parlando quasi solo in francese. Viene educato in rigide scuole cattoliche, dove otterrà risultati di rilievo esclusivamente nelle materie letterarie. Nel 1950 si sposa, mentre il suo ingresso nel mondo della musica avviene due anni più tardi, quando inizia a esibirsi nei cabaret di Bruxelles, senza il consenso dei parenti e senza particolare successo. Nel 1953 si trasferisce a Parigi, dopo aver attirato l’attenzione di Jacques Canetti, responsabile della Philips e proprietario del celebre cabaret Les Trois Baudets. Dopo un periodo passato fra hotel di bassa categoria e lavori di fortuna, la sua carriera musicale sembra prendere il via grazie alle insistenti spinte di Canetti, fermamente convinto del suo talento. All’inizio del 1954 Brel entra in studio per registrare il suo primo album. Trascorrono dieci anni di successi e consacrazioni, che lo porteranno a incidere, nel 1964, un album dal vivo che avrebbe fatto storia, dal titolo Olympia 1964. Registrato il 16 e 17 ottobre ’64 all’Olympia e pubblicato verso la fine dell’anno, è meno corposo del precedente live, ma forse più importante, dal momento che contiene tre brani mai incisi in studio e rintracciabili solo qui. Uno di questi, “Amsterdam”, è fra gli inni di Brel e da solo potrebbe bastare a spiegare tutta la sua arte: crescendo drammatico con sfogo finale, testo con cuori infranti, uomini falliti e alcolizzati, sarcasmo sulle donne e condanna dell’infedeltà. “Nel porto di Amsterdam, ci sono marinai che bevono, e che bevono e ribevono, brindano alla salute, delle puttane di Amsterdam, di Amburgo o di dovunque”.

Il testo

Nel porto di Amsterdam
C’è un marinaio che canta
Dei sogni che porta
Dall’immenso mare aperto

Nel porto di Amsterdam
C’è un marinaio che dorme
Mentre la riva del fiume piange
Verso il vecchio salice

Nel porto di Amsterdam
C’è un marinaio che muore
Pieno di birra, pieno di lacrime
In un’ubriaca lotta di paese

Nel porto di Amsterdam
C’è un marinaio che è nato
In una calda mattina afosa
Alle prime luci dell’alba

Nel porto di Amsterdam
Dove si incontrano tutti i marinai
C’è un marinaio che mangia
Solo teste e code di pesce

E vi mostrerà i suoi denti
Che sono marciti troppo presto
Che possono issare le vele
Che possono ingoiare la luna

E lui grida al cuoco
Con le braccia spalancate
“Hey, portami dell’altro pesce
Buttalo dalla mia parte”

E vorrebbe tanto ruttare
Ma è troppo pieno per provarci
Così sta in piedi e ride
E si alza la patta dei pantaloni

Nel porto di Amsterdam
Potete vedere i marinai ballare
Con le pance che strabuzzano dai pantaloni
Palpano donne negli androni

Hanno dimenticato il motivo
Che le loro voci roche dal whisky
hanno gracchiato
Squarciando la notte
Con il fragore dei loro scherzi

E girano e ballano
E ridono e bramano
Fino a che il suono stantio
della fisarmonica irrompe

E poi fuori dalla notte
Con il loro orgoglio nei pantaloni
E le sgualdrine che rimorchiano
Sotto i lampioni

Nel porto di Amsterdam
C’è un marinaio che beve
E beve e beve
E beve ancora una volta
Brinderà alla salute
Delle puttane di Amsterdam
Che hanno dato i loro corpi
A migliaia di altri uomini

Si, hanno contrattato la loro virtù
Il meglio di loro è andato
Per pochi sporchi spiccioli
Beh, lui non può proprio andare avanti

Alza il naso al cielo
E lo punta in alto
E piscia come io piango
Sull’amore infedele
Nel porto di Amsterdam
Nel porto di Amsterdam

Viaggio al termine della notte

“Viaggio al termine della notte” è un romanzo del 1932 dello scrittore francese Louis-Fredinand Céline. Marcatamente autobiografico, rappresenta uno dei più lucidi spaccati di quel delirio collettivo che sarà il primo ‘900: dalle trincee della Grande Guerra, al barbarico colonialismo africano; dalle ottenebranti catene di montaggio Ford, alla devastazione sociale delle periferie parigine – una descrizione questa che non ha nulla da invidiare a quello scenario post-apocalittico dell’Umano che Emile Zola aveva tanto ben rappresentato ne ‘L’Ammazzatoio’. E di fronte a questo onnipresente delirio, è Céline a farsi egli stesso scandalo del ‘900, come lo avrebbe definito qualcuno. A non risparmiare e non risparmiarsi nulla della dilagante putredine morale, affidando il suo disgusto a una serie di massime tanto indigeste quanto veritiere, di una bassezza etica incomparabile che però emana un sapore antico. Spesso derubricato a nichilista senza scampo, Céline ha però, come scrive Ernesto Ferrero, quell’atteggiamento “dell’innamorato deluso, di quanti hanno una così alta concezione dell’uomo da non sopportare lo spettacolo della sua reale miseria morale”. E anzi Céline dimostra di trattare alcune sue pagine del Vojage con una pietà e una semplicità quasi infantili, tali che “non s’è mai visto un presunto sboccato e blasfemo, fornire tanti lapsus di delicatezza, pudore e ipersensibilità”. Céline, padre dello humor nero fra i più raccapriccianti, vuol creare un riso beffardo più potente della morte, che ci allievi quel ‘Viaggio al termine della notte’ che è la vita stessa, dove infine ci aspetta solo un calcio in culo più sonoro degli altri. Nel farlo, deride indistintamente per mezzo di un linguaggio del tutto originale, che richiama tanto del parlato degli stessi infami personaggi del Vojage. Per poi spingersi fino all’odiata approvazione all’ideologia nazista, sulla quale non resta da dire che etnia, religione o colore contano ben poco in quel generale paniere di merda cui si riduce l’Umanità céliniana. Che in fondo essere antisemita gli sarà sembrato, in quel preciso momento storico, il modo più rapido per fottere il maggior numero possibile di persone.

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