Dialogo della Natura e di un Danese: come Lars von Trier oltrepassa il pessimismo cosmico leopardiano

Nel suo film Antichrist, von Trier riporta in auge il problema di una Natura maligna, attualizzando ed estremizzando il pessimismo leopardiano in un’opera dai toni cupi ed esistenzialisti che riscopriamo affine al dialogo della Natura e di un Islandese.

Antichrist è un film del 2009 scritto e diretto dal regista danese Lars von Trier, interpretato da Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, la quale verrà premiata a Cannes per la migliore interpretazione. Il film è parte di una trilogia non antologica detta “della depressione” e racconta, in chiave metafisica, proprio dei difficili momenti di disforia vissuti dal regista. Non bisogna per questo pensare che si tratta di qualcosa di esclusivamente personale, inaccessibile, propedeutico al regista stesso e valido per il pubblico ‘solo’ in quanto fenomeno estetico, anzi. In questa meravigliosa trilogia, von Trier si fa latore di messaggi pregnanti di filosofia con superba originalità artistica.

La prima difficoltà che si manifesta al fine di una lettura interpretativa della pellicola, sta nel districarsi all’interno del barocco apparato simbolico ricamato dal regista e che offre numerosi spunti interpretativi. Lo stesso titolo dell’opera richiama direttamente l’Anticristo di Nietzsche. Il claustrofobico scenario che percorre quasi per intero il film è il bosco di Eden; qui i nostri Adamo ed Eva, o Apollo e Dioniso che dir si voglia (ai personaggi non viene dato alcun nome), s’imbatteranno in decadenti e mortuarie personificazioni della natura nel tentativo di superare il trauma della morte del figlio. Ciò che c’è da capire fin da subito è che, quello che il regista rappresenta, altro non vuole essere che uno spazio mentale allegorico. La cosmogonia trieriana è agonia cosmica, dove ogni elemento altrimenti positivo diventa simbolo di un’esistenza insensata e di dolore che si compie nel dolore stesso. È il caso delle tre fiere, di richiamo dantesco, che i Nostri incontreranno una volta giunti a Eden. Vedremo come il cervo diverrà allora personificazione del lutto e apparirà celando sul dorso il feto di un cerbiatto mai nato. E ancora la volpe, personificazione del dolore fisico, presentata in una scena intenta ad autodivorarsi, fino al corvo, personificazione della disperazione, già simbolo di morte e sventura.

Ma procediamo con più ordine ad una lettura più accurata.

Antichrist

L’opera si compone di un prologo, quattro capitoli e un epilogo.

Prologo

Veniamo introdotti dalle immagini di un amplesso consumato dai due protagonisti sulle note del “Lascia ch’io pianga” di Händel, ove il piacere espresso dai volti sembra confondersi e infine trasfigurare in grottesche smorfie di dolore. Sarà infatti durante questo rapporto che il figlio Nick morirà precipitando da una finestra su di una coltre di neve. La lussuria è dolore. La morte del bimbo, di cui il piacere si fa simbolicamente fautore, è la Caduta dallo stato di Grazia: il peccato originale. Il manifesto dell’Anticristo è stato dettato.

Capitolo 1: Grief

Letteralmente, la parola “grief” indica il dolore della morte, il lutto. Ed è infatti il fin troppo acuto dolore di Lei, alimentato dalla Colpa, ad essere al centro della narrazione in questo capitolo. Da contraltare invece il ruolo di Lui, un terapeuta che deciderà di guidare la moglie in un percorso di recupero pur conscio della non convenzionalità della cosa. Ci viene qui presentata la disarmonia delle parti, l’incomunicabilità degli spiriti razionali con quelli irrazionali, e insieme vengono restituite le prime immagini di una Natura inquietante e mortifera agli occhi della donna, la quale identificherà nel bosco di Eden l’oggetto delle sue angosce. I due decideranno allora di spostarsi proprio ad Eden, ove posseggono una baita, per scongiurare tali paure. In conclusione del capitolo fa la sua fuggevole apparizione la prima delle tre fiere: il cervo.

“Quello che la mente può concepire e credere, lo può raggiungere”. Frase del film pronunciata da Dafoe, allegoria della ragione.

Capitolo 2: Pain (Chaos Reign)

Il termine “pain”, nella sua traduzione più corretta, sta ad indicare una sofferenza prettamente fisica: è il momento in cui il dolore della mente si fa carne. Eppure in questo secondo capitolo, di dolore fisico ce n’è ben poco. Ad aumentare è il distacco tra i due personaggi, -assisteremo al lento collassare su sé stessa della ragione- insieme alle nostre inquietudini nei confronti della Natura, la quale si mostrerà a noi, personificata, sempre più maligna ed insieme sofferente, inconsapevolmente spietata: “il caos regna”, reciterà la volpe dilaniando le sue stesse carni in chiusura di un capitolo dai toni annichilenti.

La Natura è il pianto di tutte le cose che sono destinate a morire: la Natura, è la Chiesa di Satana.

Capitolo 3: Despair (Gynocide)

È qui che il delirio preparato da Lars trova libero sfogo: la verità rivelata.

Scopriamo che la Natura tanto temuta dalla donna è una Natura immanente alla donna stessa; è la Natura dell’essere umano quella di cui lei è personificazione, ed è una Natura malvagia, fatta d’impulsi irrazionali e incontrollabili volti alla distruzione e all’autodistruzione che è, invero, nuova creazione. Un polemòs del sangue.

Incomincia il martirio della donna ai danni del marito, e sarà di una cruenza spropositata. Le immagini cui assisteremo saranno tanto disturbanti da risultare insopportabili alla vista. La ragione verrà fagocitata dal caos. Alla fine di questo interminabile capitolo, apparirà la terza e ultima fiera: il corvo.

Capitolo 4: The Three Beggars

“Quando i tre mendicanti arrivano, qualcuno deve morire”, annuncia la donna.

I primi riferimenti ai tre mendicanti ci rimandano al prologo. Questi infatti sono presenti sotto forma di statuette sul tavolo su cui il bimbo si arrampica per raggiungere la finestra da cui si getterà e compaiono anche nelle scene dell’amplesso su quello che sembra essere un libricino giocattolo.

Il Nostro, ferito ed agonizzante, riconosce nel cielo la costellazione dei tre mendicanti composta dalle figure delle tre fiere incontrate finora. ‘Ma non esiste una costellazione così’, reciterà: è il trionfo dell’irrazionale.

Al termine di quest’ultimo capitolo, seppur l’uomo sarà riuscito ad aver salva la vita (sarà infatti la donna a perire), la sua esistenza sarà esaurita, la ragione si scoprirà annichilita, estinta.

Epilogo

L’epilogo dell’opera richiama stilisticamente il prologo. L’uomo, ormai distrutto, annullato alla vita, si allontana dalla baita. È nel bosco circostante quando decine di centinaia di donne compaiono indirizzate verso il luogo di dolore da cui egli scappa: Eden.

Affinità e divergenze tra Leopardi e Lars von Trier

A posteriori, possiamo definire il primo capolavoro della trilogia in oggetto come un dialogo onirico tra l’uomo pensante e razionale, e la personificazione della Natura espressa attraverso la natura femminea (con Antichrist, von Trier venne tacciato di misoginia dai suoi detrattori e censori; ahimè a volte i critici mostrano molto poco senso critico). In modo strettamente analogo è strutturato il dialogo della Natura e di un Islandese di Leopardi: un dialogo tra uomo e Natura, che terminerà con l’inesorabile disfatta dell’uomo.

Trier e Leopardi partono anche da due presupposti comuni: in primis, la Natura è caos. Un caos regolato da leggi prive di scopo, immutabili, e che soprattutto prescindono dall’uomo. Essa non agevola in alcun modo l’uomo, potrebbe anzi estinguerlo senza avvedersene, parafrasando il dialogo. In secundis, l’uomo è Natura. Dal dialogo leopardiano, Antichrist si discosta solo per valicare i confini del pessimismo cosmico e spingerli al massimo incomprensibile. Da questa seconda considerazione, infatti, Leopardi delinea una “via della ragione”, per così definirla, principalmente espressa nella “Ginestra”. Se infatti la Natura è caos e l’uomo è Natura, agli uomini non resta che avvalersi di quella stessa ragione che in precedenza era stata da egli ritenuta fautrice dell’infelicità umana. Per Trier invece, l’uomo è naturalmente malvagio (idea che funge da fil rouge per quasi tutta la sua filmografia), e la ragione, qualora dovesse contrapporsi agli istinti, alla Natura, non potrebbe che decomporsi nella caotica insensatezza dell’esistenza.

“[…] tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.”

Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese

Valerio Fumarola

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.