Il “Mare nostro”: da secoli la patria dei grandi viaggiatori, oggi deserto della speranza

Cercare disperatamente per non trovare

E’ risaputo che ogni anno nelle acque che circondano questa nostra penisola chiamata Italia, muoiano migliaia di profughi, per utilizzare il termine più corretto. Ma chi è esattamente un profugo? Lo si potrebbe spiegare utilizzando la definizione del Dizionario Treccani, eppure sono sicura che in ognuno di noi, più che una definizione, esista un’immagine. Una barca dalle condizioni precarie, un centinaio di uomini in balìa delle onde del mare e tante madri in cerca di misericordia, con un figlio in grembo o tra le braccia. Noi, figli del nostro tempo, c’è da ammetterlo tristemente, non abbiamo bisogno di consultare un dizionario, a noi basta volgere lo sguardo verso le coste nel nostro mare. Le nostre gloriose coste. Sì, perché in secoli di letteratura, il mare nostrum, così lo chiamavano i romani, è stato menzionato dai più grandi poeti della storia: da Omero a Virgilio, da Petronio a Foscolo,  fino ai moderni, i poeti dei nostri giorni. Odisseo ed Enea, grandi viaggiatori dell’immaginario epico, sono stati profughi anche loro, hanno cercato per non trovare nient’altro, a volte, che un presagio di morte o una vana speranza di tornare in patria. E in termini squisitamente umani, tra eroi, semidei e semplici e vulnerabili comuni mortali, ciò che non cambia, ciò che non percepisco di diverso è la paura di non arrivare dove la speranza stessa pensava.

“molti dolori patì sul mare nell’animo suo”

Così recita il proemio dell’Odissea. E dal passato più lontano ci arriva dritta nello stomaco la realtà di un presente che ci appartiene e a cui il mare fa da tragico sfondo. Da Ilio a Itaca, Ulisse verso la sua Penelope, da Troia a Roma, Enea col figlioletto Ascanio e il padre Anchise, da Zante alla nostra penisola italica, Ugo Foscolo, dalla guerra e dalla povertà fino alle nostre coste dimenticate da Dio, gente come noi, verso un destino se non peggiore, forse ugualmente desolante: l’indifferenza di chi crede che un pezzo di terra appartenga di diritto a chi la abita e guarda con risentimento coloro ai quali la propria terra ha voltato le spalle, consegnando il destino al mare, misericordioso quanto feroce nell’imprevedibilità dei suoi flutti. Ed ecco che ci appassioniamo ai grandi viaggiatori come Marco Polo o Cristoforo Colombo, leggiamo di Ulisse ed Enea come impavidi guerrieri contro il destino avverso che si insinua tra le onde del mare. Questo nostro mare che ha più compassione di noi, che continua a dare dignitose sepolture, più della terra, dove regna sovrana un’indifferenza e un’incomprensione, soprattutto oggi, in un’Italia che continua ad essere “nave senza nocchier” (CFR. Dante – Divina Commedia, VI canto, Purgatorio), deviata da una politica che fa del disinteresse la principale ideologia.

mare nostro che non sei nei cieli

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola
e del mondo, sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale,
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli,
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva e di vendemmia.
ti abbiamo seminato di annegati più di
qualunque età delle tempeste.
Mare Nostro che non sei nei cieli,
tu sei più giusto della terraferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, abbraccio, bacio in fronte,
madre, padre prima di partire

Oggi, nel 2019, questa preghiera laica di Erri De Luca, sembra più toccante di qualsiasi altro esametro omerico o terzina dantesca. Perché è così, abbiamo consegnato alle acque il destino di migliaia di vite, forse non per egoismo o a causa del nostro personale interesse, quanto più per una generale ignoranza e presunzione, quella di chi non ha capito che il mondo non è di qualcuno, ma di tutti, che il diritto alla vita è l’unico arbitro che garantisce cosa è giusto e cosa non lo è, il solo moderatore  di ogni azione, banale e quotidiana o di portata più ampia. Ma oggi anche questa certezza, guadagnata passo dopo passo grazie a secoli di lotte, mi sembra annegare in questo “mare nostro”.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.