Decreto Dignità: i contrasti nella legislatura anti-establishment

Decreto Dignità: i contrasti nella legislatura anti-establishment

17 Luglio 2018 Off Di Francesco Rossi

Al centro dell’ultima diatriba politica degli ultimi questi giorni c’è il primo atto normativo di notevole rilevanza promosso dal governo giallo-verde. Si tratta del “famigerato” Decreto Dignità, provvedimento che interviene in tema lavorativo e fortemente voluto dal ministro del Lavoro, Luigi di Maio, per revisionare la precedente riforma Fornero, aspramente criticata dal governo vigente.

Il 14 luglio, pertanto, entra ufficialmente in vigore il decreto-legge che apporta modifiche sostanziali sia al Jobs-Act, sia alla riforma Fornero; vediamo nel dettaglio il Decreto Dignità.

La riforma del lavoro secondo il Decreto Dignità

I principali interventi colpiscono aziende, fisco, pubblica amministrazione e lavoratori; riguardano: delocalizzazione, pubblicità delle scommesse online, redditometro, split-payment e contratti a termine.

Delocalizzazione

Considerando il notevole numero di aziende italiane che, una volta avuto accesso ad aiuti statali per finanziare le spese, delocalizzano l’attività in paesi esteri, il nuovo decreto impedisce alle aziende che hanno ricevuto aiuti economici dallo Stato di spostare la propria attività in altri paesi per almeno 5 anni. È un provvedimento che tutela i soldi “prestati” dallo Stato e incentiva le aziende a rimanere in attività nel territorio italiano.

Giochi d’azzardo

Viene affrontato il tema relativo a scommesse e gioco d’azzardo: per ridurre il fenomeno della dipendenza da gioco e scommesse il provvedimento elimina tutte le pubblicità relative a casinò online, lotto, scommesse sportive e gratta e vinci. Per pareggiare il deficit che questa azione comporta per le casse dello Stato, saranno incrementati i prelievi su slot machine e video lotterie.

Redditometro e split-payment

Per quanto riguarda il fisco, gli interventi contenuti nel decreto congelano l’utilizzo del redditometro (strumento utilizzato per i controlli fiscali, basato sul calcolo delle entrate e delle uscite) che non sarà utilizzato per i controlli dal 2016: se il tenore di vita calcolato supera del 20% il reddito dichiarato scattano i controlli da parte del fisco.
Addio anche allo split payment, il meccanismo di scissione dei pagamenti che, fino al 14 luglio, regolava i rapporti tra pubblica amministrazione ed imprese private: secondo tale meccanismo le PPAA versano l’IVA direttamente nelle casse dello Stato invece che far provvedere i fornitori. Tale regolazione aveva l’obiettivo di aumentare la trasparenza fiscale e ridurre l’evasione. D’ora in avanti, per tutte le fatture con data successiva al 14 luglio, non verrà più applicato lo split payment.

Contratti di lavoro

Ma il punto fondamentale (e più discusso) del Decreto Dignità è quello relativo ai contratti a tempo determinato. Il provvedimento voluto dal ministro dell’Interno si pone l’obiettivo di disincentivare il lavoro a termine favorendo l’assunzione con contratti a tempo indeterminato. Secondo la riforma la durata dei contratti a termine scende dai 36 ai 24 mesi; dopo il primo anno di impiego, al rinnovo del contratto, i datori di lavoro dovranno dimostrare le ragioni per cui intendono proseguire con il contratto a tempo determinato. In virtù di questo, aumentano le soglie di indennità da corrispondere in caso di licenziamento illegittimo: dai 4-24 mensilità da corrispondere al lavoratore volute dal Jobs-Act si passa alle 6-36 mensilità. I rinnovi dei contratti a tempo determinato, anche sotto i 12 mesi, riceveranno un contributo che si aggiungerà a quello della NASPI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego; riforma Fornero) che corrisponde un’indennità di disoccupazione ai lavoratori licenziati.

Tra “complotto” e teoria economica

Tirando le somme, il provvedimento si traduce in un complessivo aumento del costo del lavoro (in virtù delle indennità aggiuntive da corrispondere e della durata stessa del contratto a termine: si è visto che aumentano i costi anche per l’interruzione del rapporto lavorativo) che comporta una riduzione della domanda di lavoro (secondo le leggi dell’economia che regolano la domanda e l’offerta di lavoro la relazione tra salario e domanda di lavoro è decrescente in quanto più aumenta il salario meno i datori di lavoro saranno disposti ad assumere). In questo modo ci saranno molti dipendenti poco qualificati (poiché lavoratori con contratto a termine non specializzati) che usufruiranno delle agevolazioni contrattuali per percepire le indennità di disoccupazione; ed avendo un numero ristretto di personale assunto (in virtù delle indennità da corrispondere ai lavoratori) i datori di lavoro saranno meno propensi ad assumere poiché più si assume meno si guadagna. Il Decreto Dignità, secondo l’analisi dell’INPS, provocherebbe pertanto una riduzione dei contratti a tempo determinato pari a 8.000 lavoratori ogni anno per 10 anni.

decreto dignità

il presidente INPS Tito Boeri

I dati relativi a questa diminuzione dei contratti a tempo determinato sono stati inseriti nella relazione tecnica, allegata al provvedimento legislativo definito “Decreto Dignità”, redatta dalla Ragioneria dello Stato.
La pubblicazione di questi dati ha fatto infuriare il ministro del Lavoro Luigi di Maio, il quale lancia accuse di complotto contro INPS ed istituzioni economiche, affermando che “questo numero sia stato un modo per indebolire questo decreto e per fare un po’ di caciara” in quanto, continua il vice-premier “il decreto è stato fatto per incentivare i contratti stabili e ridurre quelli a termine”.
Anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria si scaglia contro le stime dell’Istituto di Previdenza italiano, sostenendo che queste siano “prive di basi scientifiche e, in quanto tali, discutibili”. In pratica i due Ministri, di Maio e Tria, hanno scagliato pesanti accuse di lobbying e complotto contro due istituzioni che gestiscono i conti pubblici dello Stato: l’INPS e la Ragioneria Generale dello Stato che ha inserito nella relazione tecnica allegata al Decreto Dignità i dati presi dall’istituto di previdenza. Le accuse si basano sul fatto che tali dati numerici relativi alla diminuzione dei contratti a tempo determinato sono stati inseriti la notte prima che il decreto venisse inviato e ad insaputa dei due Ministri che, pertanto, sostengono che chi ha agito lo ha fatto per “contrastare” il provvedimento.
Anche Salvini si scaglia contro il presidente dell’INPS Tito Boeri, affermando che, in quanto incaricato di coprire tale ruolo, anche lui “fa politica”, e sostenendo arditamente le dimissioni di quest’ultimo poiché “non è d’accordo con niente delle linee politiche, economiche e culturali del governo”. La risposta di Boeri non si fa attendere e, piuttosto che dimettersi come vorrebbe il ministro Salvini, afferma che le accuse rivoltegli sono al limite del “negazionismo economico”: sono i dati che parlano chiaro rispetto al Decreto Dignità; l’INPS e la Ragioneria dello Stato hanno solamente riportato le conseguenze (positive o negative chesiano) relative all’aumento o diminuzione dell’occupazione. Ciò che afferma con decisione il presidente INPS è che “i dati non si fanno intimidire”: una critica di tale portata sarebbe quindi fuori da ogni forma di discussione.

 

Il governo “dignità”?

A distanza di quasi un mese e mezzo dall’insediamento del nuovo Governo “anti-establishment”, si sta verificando una costante controversia istituzionale che, nel caso del ministro Salvini mira a screditare gli altri ministeri (come quello della Difesa) o le istituzioni più alte (come il Presidente della Repubblica), nel caso del ministro del Lavoro fa riferimento a complotti di varia natura, attacchi mirati contro gli esponenti del M5S.
La “diatriba” istituzionale comporta un disallineamento politico che mette in discussione i ruoli dei vertici istituzionali. Legittimo o no, l’operato del nuovo governo tende a sminuire e annichilire qualsiasi forma di opposizione, che questa venga dai partiti politici o, come in questo caso, da presidenti di istituzioni statali che operano per fornire all’opinione pubblica un’informazione meno frammentata possibile.
Nel caso del Decreto Dignità sembra che più che puntare sull’effettiva efficacia del provvedimento e sulle sue conseguenze nel breve e lungo periodo, il governo lega-M5S faccia più attenzione all’influenza mediatica che la riforma comporta. Non a caso l’approvazione della riforma è stata accompagnata da vere e proprie celebrazioni “anti casta” (come nel caso dell’abolizione dei vitalizi) e, come si è visto, da un’attenta e mirata campagna di lotta a qualsiasi opposizione (non esclusivamente politica).
Ad ogni modo la “teoria del complotto”, più volte sostenuta da Luigi di Maio, è stata adottata con argomentazioni piuttosto deboli; la “casta” così aspramente combattuta dai grillini sembra ormai aver inglobato al suo interno anche il movimento 5 stelle: e se piuttosto che “complotto” fosse l’incompetenza insita nei capigruppo del movimento a renderlo così suscettibile ad “errori”? Va ricordato che pochi giorni prima dell’insediamento del nuovo governo il leader M5S aveva intenzione di accusare il Capo dello Stato di alto tradimento in quanto avrebbe ragionevolmente rifiutato il nome del ministro dell’Economia designato nel contratto giallo-verde.
Pertanto, dopo un mese e mezzo di governo in cui il Presidente del Consiglio sembrerebbe ricoprire una carica quasi “convenzionale” e di facciata (raramente il Primo Ministro viene “subordinato” – in senso gerarchico – al volere dei Ministri); in cui le logiche populiste sembrano aver ormai raggiunto un consenso che ha annichilito gli ideali dei grandi partiti; in cui ancora non si è fatta chiarezza sui quasi 50 milioni che lo Stato avrebbe finanziato per la Lega (al tempo Lega Nord) e che non sono mai stati restituiti; in cui gli unici risultati raggiunti (che per qualcuno sono risultati straordinari) riguardano la chiusura dei porti, l’abolizione dei vitalizi e la riforma del lavoro; viene da chiedersi se questa “dignità” di cui si parla non dovrebbe riguardare solo le condizioni dei lavoratori ma soprattutto le modalità di regolazione della cosa pubblica, della politica “malata” del XXI secolo che produce odio e acquista consensi.