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Dante e Beatrice: un amore tanto celebre da ispirare il pittore Henry Holiday

Gli amori travagliati, ma profondi e sinceri dei poeti stilnovisti trovano compimento nella pittura.

Dante Aligheri, padre della letteratura italiana, narrò il suo amore per Beatrice, “domina” che rasenta la divinità , un amore sfortunato, che ebbe successo in tutti gli ambiti artistici, persino la pittura preraffaelita dell’Ottocento.

“Dante e Beatrice” di Holiday secondo Warburg

“Dante e Beatrice” è un dipinto realizzato nel 1883 da Henry Holiday, considerato l’ultimo preraffaelita. Il quadro è stato realizzato con la tecnica “olio su tela” ed è stato acquistato dalla “Walker Art Gallery” di Liverpool nel 1884. Eseguendo l’esegesi dell’opera con il metodo warburghiano, si nota, da un punto di vista dell’analisi preiconografica, la presenza di due donne che passeggiano lungo un ponte su di un fiume, una indietro, ed un uomo che le osserva. L’ambientazione è cittadina, e accanto all’uomo è presente un elemento in ferro decorato con tre dragoni. Nel contempo è evidente che gli astanti svolgono lavori di vita quotidiana. I colori appaiono accesi e ben definiti, conferiscono corposità e volume alle figure, fornendo loro un carattere realistico. Particolare attenzione si deve alla veste bianca della donna al centro. Dall’analisi iconografica si realizza che la fonte letteraria è la “Vita Nova” di Dante, e le figure sono, partendo da sinistra: Dante, Beatrice (vestita di bianco), Monna Vanna (amata da Giudo Cavalcanti, primo amico di Dante), e in fondo la serva di Monna Vanna. L’analisi iconologica suggerisce che Dante attende Beatrice e la osserva, quasi elemosinando il suo saluto. La donna, essendo adirata per la dedizione di Dante verso le “donne schermo” e non verso di lei, chiacchera con Monna Vanna ed ignora Dante con orgoglio. E’ d’uopo precisare che il metodo di Aby Warburg espresso nella sua tesi di laurea sulla “Primavera” di Botticelli, poi perfezionato dall’allievo Panofsky, si applica ai quadri del Rinascimento, cui lo stesso Warburg diede una definizione differente da quella attuale. Dunque questo è un tentativo di adattamento nuovo rispetto l’esegesi scolastica.

Dante Alighieri

L’inesattezza filologica di Holiday

Henry Holiday eseguì però la rappresentazione di un incontro quasi del tutto fantasioso. Fece molto probabilmente riferimento all’episodio del capitolo X della “Vita Nova” ( la suddivisione in capitoli in uso non è quella adottata dalla Rizzoli, ma quella ottocentesca). In tale capitolo, Dante esprime semplicemente il suo dispiacere dato dal fatto che Beatrice, “la qual fu distruggitrice di tutt’i vizi e reina de le vertudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare nel quale stava tutta la mia beatitudine”. Dunque Dante non fornisce alcun dettaglio riguardo l’incontro. Il poeta, fra l’altro, al contrario di Manzoni, ad esempio, non fornisce mai descrizioni minuziose dell’ambiente o dell’aspetto estetico dei personaggi. Egli pone l’accento sull’aspetto metafisico: Beatrice è bella non perché gradevole da un punto di vista estetico, ma perché “angelo” (dal greco “άγγελος”, ‘messaggero’) di Dio, portatrice di virtù e di beatitudine. L’unico dettaglio fisico che viene fornito su di lei riguarda la carnagione chiara, che fa riferimento al topos della nobiltà. Quest’ultima fa riferimento dunque non al ceto sociale, bensì alla purezza d’animo. Il nome della fanciulla, Beatrix, termina in latino con “IX”, il numero romano “nove”, la cui radice quadrata positiva è tre, il numero della Trinità.

La “Vita Nova” di Dante

La “Vita Nova”, che è la prima opera organica di Dante, fu composta fra il 1283 ed il 1293. Essa è un prosimetro, il primo significativo della letteratura italiana, costituito da trentuno testi poetici : venticinque sonetti, cinque canzoni, di cui due incompiute ed una ballata, con le relative spiegazioni ed ambientazioni in prosa.  Mentre i testi poetici sono stati composti durante la giovinezza di Dante, i testi in prosa appartengono al periodo circoscritto in cui l’autore si dedica alla redazione completa dell’opera. I capitoli sono quarantadue. L’intento è quello di ricostruire la vicenda artistica ed autobiografica dantesca, facendo altresì trapelare una forma didascalica. La commistione di questi generi rende difficile la collocazione all’interno di un genere letterario: potrebbe essere letta come un romanzo, un’autobiografia, un’opera mistico-simbolica, o un saggio di “teoria della lirica” (Sanguineti).  La trama dell’opera consiste nell’amore di Dante per Beatrice a tratti timido ed adolescenziale, a tratti salvifico, a tratti struggente e latore di lacrime.  I momenti salienti di questa vicenda sono: il primo incontro a nove anni; il secondo incontro nove anni dopo nel quale Beatrice lo saluta, ma si colgono degli oscuri presagi della morte della donna; la negazione del saluto da parte di lei e la nascita di una poetica di stampo guinizzelliano e stilnovistico tutta rivolta alla donna ; la morte di Beatrice accompagnata da una poetica volta a narrare la sofferenza per la perdita; la visione di una donna gentile che lo consola, facendo nascere nell’autore una nuova passione. L’epilogo è costituito dalla visione di Beatrice che spinge Dante a concludere la sua ricerca, nell’attesa di poter parlare all’amata in modo più degno ( una sorta di analessi della “Commedia”). La convergenza di differenti fonti e modelli fanno capo alla poliedricità e al sincretismo dantesco di grande elevazione. Opere come il “De consolatione philosophiae” di Boezio, il “Laelius de amicitia” di Cicerone e generi provenzali come la “vida” e la “razo” hanno sicuramente fornito ispirazione al poeta.

Dante e Beatrice: un amore sofferto

Nell’incipit della “Vita Nova” è descritto il primo incontro di Dante con Beatrice. Egli fa riferimento alla sua memoria con la metafora di un “libello” nel quale sono contenuti pochi argomenti, narrando l’incontro con la donzella. Lui aveva nove anni, quasi dieci, lei nove. La definisce “donna”, dal latino “domina”, ‘signora’, “la qual fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare”. Dunque il senso salvifico del nome della donna, così legato alla Trinità, non poteva essere argomento comune. Apparve vestita di un abitino rosso con una cinta, come si conveniva. Lo “spirito della vita”, inteso nella filosofia scolastica, di cui Dante era seguace, come il battito cardiaco, iniziò a tremare, proferendo queste parole :<<Ecce deus fortior me, qui venines dominabatur michi”, ‘Ecco un dio più forte di me, che giungendo mi dominerà’. Questa divinità è proprio l’amore per Beatrice, che provoca in lui un sussulto del corpo e dei vasi sanguigni fino ai polsi. Dunque una forza incontrollabile, la quale si scatena anche prima della vista di Beatrice nel secondo incontro, una forza cinetica che scuote le membra e l’animo, lo trasforma, lo rinnova. Da qui il titolo “Vita Nova”, cioè ‘vita rinnovata’. “Ella non parea figiuol d’uomo mortale, ma di deo”, queste sono le parole di  Omero che Dante le dedica. A tal proposito è bene precisare che Dante non conosceva il greco, inoltre non erano ancora state realizzate delle traduzioni dei poemi omerici in latino, la prima, di Leonzio Pilato, risale al 1360. Dante volle così, ripetendo le parole di Omero volgarizzate, offrire un tributo ai suoi maestri (Aristotele, Ovidio, Alberto Magno, Virgilio, Orazio, Lucano) che conoscevano Omero. L’amore di Dante espresso nella “Vita Nova” non ha però un epilogo felice: il poeta non potrà mai assaggiare concretamente l’amore della sua donna in vita, ma è presente la speranza di farlo dopo la morte. Mettendo da parte la concezione stilnovistica dell’amore, dunque, si evince che risulta impossibile essere completamente appagati e corrisposti in vita, con il mito della possibilità di poterlo essere dopo la morte. Il subbuglio fisico e spirituale di Dante, dunque, ha avuto sì la funzione di migliorare e beatificare il suo animo, e di dare spazio alla melodia poetica, ma tutto questo risulta sofferto.

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