Da Mahmood alla famiglia Bélier: quando la lingua dei segni diventa musica

“Soldi” è il singolo con cui Mahmood, cantautore milanese, ha vinto il Festival di Sanremo 2019. Ora una nuova versione del brano sta spopolando sul web.

9 febbraio 2019, il Festival di Sanremo si chiude con la vittoria di Mahmood, cantautore appena ventiseienne. “Soldi”, il brano che l’ha portato alla finale, spopola rapidamente in radio e sul web, diventando in pochi giorni il tormentone della stagione. Un successo che, dopo qualche mese, si è concretizzato con una seconda vittoria: quella sul palco dell’Eurovision Song Contest 2019. Al concorso musicale di fama internazionale Mahmood è riuscito infatti, ancora una volta, a conquistare pubblico e giuria, classificandosi tra i vincitori. E rendendo così “Soldi” un successo internazionale. Tanto che l’interprete olandese Hanneke de Raaf, colpita dalla canzone, ha deciso di “tradurla” in una nuova versione, inedita: quella per non udenti.

Mahmood all’Eurovision Song Contest (da La Stampa)

“Soldi” nella lingua dei segni: un successo travolgente

Il video di “Soldi” nella lingua dei segni

Hanneke de Raaf è un’interprete olandese che, dal 2010, si è specializzata nella lingua dei segni, lavorando anche per spettacoli teatrali e festival musicali. E, il suo ultimo successo, è stato proprio la traduzione della canzone di Mahmood, diventata virale in pochi giorni. Hanneke infatti, nel video, non si è limitata alla mera traduzione delle parole, ma ha cercato di ricreare il mood e il significato stesso della canzone. Un intento che, grazie alla sua abilità mimica e all’incredibile capacità espressiva, è perfettamente riuscito, rendendo il video di “Soldi” per non udenti un successo travolgente.

Hanneke de Raaf (da www.tolk-it.nl, il sito su cui è possibile trovare i suoi contatti)

Mahmood come “Je vole” di Paula Bélier

“Je vole”, dal film La famiglia Bélier

Hanneke con la sua versione di “Soldi” sta conquistando l’Europa, permettendo davvero a tutti di cogliere il significato più intimo della canzone di Mahmood. Un’impresa che, tuttavia, sembra non essere unica. Chiunque abbia visto il film La famiglia Bélier non può non ricordarsi, infatti, della scena dell’audizione, in cui Paula canta la canzone “Je vole”. Un momento toccante e incredibilmente commovente, in cui la ragazza cerca di mettere la sua famiglia, in cui tutti sono privi dell’udito, a parte del suo amore per la musica. La Famiglia Bélier è infatti un film che tratta con delicatezza e sensibilità il tema della sordità, mostrando la realtà quotidiana di questa condizione. Gigi e Rodolphe, i genitori di Paula, assistono ad una prima esibizione della figlia ma, nonostante si accorgano che tutti gli spettatori sono estasiati dalla sua voce, loro sono impossibilitati a coglierne la potenza espressiva. E questo, inizialmente, sembra separarli inevitabilmente. Ma poi Paula trova il modo per coinvolgere la sua famiglia, traducendo le parole che canta con la lingua dei segni. Ed ecco che Gigi e Rodolphe riescono finalmente a sentire la sua canzone, a capirla profondamente. Così come, grazie all’espressività e al talento di Hanneke, tutto il mondo sta riuscendo a sentire la voce di Mahmood.

La famiglia Bélier

La lingua dei segni, definizione e storia

La lingua dei segni è una lingua in cui i significati sono codificati in una serie di segni manuali, espressioni visive e movimenti del corpo. Questo tipo di comunicazione, utilizzata prevalentemente da persone non udenti, varia da nazione a nazione, costituendo così una complessa ramificazione delle possibili lingue dei segni. Esiste, tuttavia, anche una lingua dei segni internazionale, il Signuno, sviluppata sulle basi linguistiche dell’esperanto e adottata dalla World Federation of the Deaf. Il linguaggio dei segni ha origini ancestrali. Già nell’antichità, a Roma e in Grecia, abbiamo testimonianze di un linguaggio mimico usato dalle persone non udenti, oltre che del ricorso alla comunicazione visiva. Platone stesso racconta l’esistenza di una comunicazione alternativa a quella vocale nel Cratilo, in cui Socrate afferma: “[…] se non avessimo né voce né lingua e volessimo a vicenda manifestarci le cose, non cercheremmo, come ora i muti, di significarle con le mani, con la testa e con le altre membra del corpo?”. Tuttavia i primi veri studi sulla lingua dei segni risalgono al Settecento e, in particolare, alla figura di Charles-Michel de l’Épée, educatore francese di due gemelle non udenti. L’abate de l’Épée elaborò per primo la lingua dei segni francese, basandosi sui gesti spontanei delle sue allieve e collegandoli ad elementi sintattici e grammaticali.

L’Abate de L’Epée

Il metodo di l’Épée fu ripreso poi da altri studiosi, quali Thomas Hopkins Gallaudet, che diffuse le sue teorie in America, e Tommaso Silvestri, che fondò a Roma il primo Istituto Statale per Sordi. Tuttavia, proprio in Italia, in seguito al Congresso di Milano del 1880, la lingua dei segni subì un duro arresto: bandita completamente dalla vita quotidiana e pubblica, in favore della mera espressione orale, venne relegata a forma di comunicazione privata, tra persone esclusivamente non udenti. Solo un secolo dopo la lingua dei segni tornò ad affermarsi come identità sociale indispensabile. Proprio nel 1981 infatti la LIS (lingua dei segni italiana) viene definita “lingua a iconicità produttiva”, ovvero capace di esprimere con grande efficacia immagini e concetti visivi difficili da tradurre in parole. Un primo vero passo verso il riconoscimento della lingua dei segni come specifica identità culturale e linguistica delle persone non udenti. Un passo a cui sono seguiti tanti altri, portando oggi a riconoscere, quasi in tutto il mondo, l’importanza di questa forma di comunicazione. Una forma di comunicazione che, grazie al lavoro di Hanneke e Paula Bélier, sta arrivando a toccare anche la musica.

Camilla Cavalli

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