Credere a qualcosa senza prove è immorale poiché pericoloso per chi ci circonda: ecco perché

Essere membri di una comunità implica un dovere fondamentale: saper mantenere costantemente un atteggiamento critico nei confronti di ciò che assumiamo come vero, nella tutela degli altri e di noi stessi. 

William Kingdon Clifford
(fonte: wikimedia commons)

The Ethics of Belief è un saggio filosofico del pensatore inglese William K. Clifford, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento e morto a soli 33 anni. L’opera analizza una problematica sociale spesso sottovalutata, che scaturisce quando l’individuo accetta una verità dall’esterno senza verificarne l’evidenza epistemica. Un interesse altrettanto sostenuto per questa tematica si manifestò in tutta Europa cento anni prima grazie all’Illuminismo, che in Francia trova in Voltaire uno dei suoi massimi interpreti. Nel Dizionario Filosofico egli riflette su alcuni concetti determinanti al fine di preservare la convivenza pacifica e proficua tra i membri di una stessa comunità, con particolare avversione nei confronti dei pregiudizi e di tutte le forme di fanatismo.

Il criterio dell’evidenza

è sbagliato sempre, comunque e per chiunque, credere a qualsiasi cosa basandosi su prove insufficienti

La tesi di Clifford, incredibilmente attuale anche a distanza di secoli, si articola in tre argomentazioni principali. In primo luogo è facilmente osservabile che ad ogni credenza sul mondo, anche la più insignificante, corrispondano delle reazioni soggettive, che si concretizzano in singole azioni o in abitudini consolidate. Saper certificare l’evidenza alla base delle verità in cui crediamo significa dunque, a livello morale, essere responsabili dei propri comportamenti sociali e dei loro possibili esiti. Se fuori fa molto freddo e la mia salute non è ottimale, non mi verrà certo in mente di uscire in costume da bagno; allo stesso modo, se ho bisogno di monete per pagare il parcheggio non rubo quelle elemosinate da un senzatetto che vive in strada, perché la sua necessità non è di certo paragonabile alla mia. Il secondo aspetto messo in luce da Clifford riguarda la possibilità di disabituarsi alla riflessione critica, che matura nei contesti in cui l’individuo delega questo dovere a qualcun’altro, solitamente a un politico o a un tutore. In questa circostanza il comportamento deviato di un singolo si reitera finché non trova riscontro in altre persone, che a loro volta propagano falsità e disinformazione nel mondo che le circonda (basti pensare al fenomeno recente delle fake news che imperversano sul web). Da ciò consegue, in ultima istanza, che accettare e assimilare acriticamente tutte le informazioni provenienti dall’esterno intacca il patrimonio comune di credenze e saperi che costituiscono la nostra cultura.

Voltaire e il rischiaramento dal pregiudizio

Francois-Marie Arouet alias Voltaire
(fonte: wikipedia)

I concetti esposti da Clifford sono anticipati tempo addietro dalle riflessioni di Voltaire, autore di un nuovo e innovativo Dizionario Filosofico (1764), che diventa subito uno dei bersagli principali della censura politica ed ecclesiastica dell’epoca. Attraverso l’uso di un’ironia tagliente e di grande senso critico, il pensatore francese reinterpreta in chiave moderna e anti-metafisica tutta la terminologia filosofica tradizionale, fornendoci qualche spunto interessante per la nostra riflessione. La prima voce che vorrei citare è “Pregiudizio“:

Il pregiudizio è un’opinione senza giudizio. […] Vi sono pregiudizi universali, necessari, e che rappresentano la virtù stessa. In qualsiasi paese si insegna ai bambini a riconoscere un Dio remuneratore e vendicatore; a rispettare, ad amare il proprio padre e la propria madre; a considerare furto un crimine, la menzogna interessata un vizio, prima che possano intuire che cosa siano un vizio e una virtù. Vi sono pertanto ottimi pregiudizi: sono quelli che il giudizio ratifica non appena si ragiona

Accanto ai pregiudizi ‘buoni’, ratificati una volta che se ne hanno le facoltà, ce ne sono tuttavia di pericolosi e difficili da divellere, che ci vengono inculcati da varie tipologie di autorità. Il racconto della lupa che allatta Romolo e Remo è un pregiudizio storico a cui i romani hanno creduto per nobilitare le proprie origini; in modo non dissimile funzionano i pregiudizi religiosi, che tutt’oggi servono a molti sovrani dispotici per legittimare il proprio strapotere sui loro sudditi. Quando il pregiudizio e la superstizione si elevano a credenza assoluta prende forma il Fanatismo, seconda parola chiave di questa riflessione. Per il fanatico le proprie convinzioni teoriche, legittimate da Dio in persona, sono giustificabili anche con atti violenti:

Il fanatismo sta alla superstizione come la convulsione sta alla febbre, la rabbia alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia il sogno con la realtà, e le sue immaginazioni per profezie è entusiasta; chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico.

Costoro minacciano la libertà di opinione e l’incolumità stessa delle persone con cui convivono, ma è possibile arginare la loro follia attraverso lo spirito filosofico, che “diffondendosi gradualmente, finisce con l’addolcire i costumi degli uomini e prevenire gli accessi del male“. L’attività del filosofo non è dunque confinata a delle elucubrazioni su congetture metafisiche astruse, ma si realizza invece nel rischiarare con la ragione tutte le menti annebbiate da certezze pregiudizievoli e fittizie. L’amarezza che traspare sotto il velo di brillante sagacia che riveste il Dizionario sta nella consapevolezza che la comunità tutelata dal filosofo è purtroppo la stessa che invece lo perseguita e cerca di annientarlo.

Uno sguardo al presente

La tesi di Clifford fu criticata, a suo tempo, di non aver distinto tra i vari casi possibili del binomio credo-azione. Non sempre infatti le abitudini conseguenti a certezze non evidenti sono dannose per la società, specie quando si tratta di circostanze private o familiari. Oggigiorno tuttavia le interazioni sociali tra le persone si sono moltiplicate indefinitamente grazie all’avvento di Internet e della messaggistica digitale. Attraverso pochi semplici passaggi è possibile parlare ‘faccia a faccia’ con una persona lontana, oppure condividere i propri pensieri con un pubblico ‘invisibile’ ma vastissimo. Sul web le nostre parole e le nostre azioni acquisiscono perciò un peso specifico enorme e sono giudicabili da miriadi di individui con una coscienza non sempre indipendente, influenzabile facilmente dalla falsa informazione. Scegliere di avvalersi di strumenti esterni per ovviare al problema della verifica delle informazioni è sempre deplorevole e immorale, in quanto minaccia di inquinare l’insieme di credenze e di verità della nostra società, consolidatosi nei secoli dopo eventi catastrofici.

 

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