Il Superuovo

Praticare o ascoltare musica migliora il nostro cervello: lo dimostrano Oliver Sacks e Dick Swaab

Praticare o ascoltare musica migliora il nostro cervello: lo dimostrano Oliver Sacks e Dick Swaab

Dai giullari alle pop band, la musica è una musa che illude e gratifica, e che influenza non poco il nostro sviluppo cerebrale, come anche il suo inevitabile declino.

Se facessimo un veloce riepilogo di ogni civiltà umana di cui l’uomo ha testimonianza, potremmo dire con certezza che non ne esiste una che non abbia dato alla musica una dignità nella propria cultura.
Si pensi ai riti sacrificali, accompagnati da canti funebri o elogi e preghiere agli dei, o anche ai tamburi suonati prima di una battaglia, per caricare l’esercito all’unisono.
Prima era all’interno dei teatri e tra i musicanti di strada, adesso è pane per le case discografiche, o per un lettore accanito, come per un autista; prima era esclusivamente ricreativa o rituale, adesso è terapia per un amnesico, ed è comunicazione per un tourettico, è un ritrovarsi nel Parkinson, ma soprattutto un esperienza soggettiva fruibile in milioni di modi.

Listz era un grande pianista classico, ed era anche un sinestesico, ovvero riusciva a collegare percezioni di diverse vie sensoriali, nel suo caso, musica e colori erano inscindibili, anzi questi ultimi erano importanti molto probabilmente anche per la composizione musicale

 

La musicalità negli uomini e negli animali

Questa esperienza è recepita come musica, solo perché il nostro cervello la interpreta come tale. Prendiamo come esempio i canarini: questi comunicano attraverso dei cinguettii che per la nostra interpretazione potrebbe risultare come un canto, una melodia, eppure non esiste alcuna prova a sostegno del fatto che anche loro lo percepiscano come tale. Per loro è comunicazione, dimostrato anche dal fatto che condividiamo con loro il gene FOXP2, fondamentale per le componenti linguistiche e fono-articolatorie, ma non correlato all’attività musicale, o in questo caso, alla musicalità. Quest’ultima è una caratteristica che solo noi umani possediamo, seppur in maniera diversa, gli uni dagli altri. Ci permette di seguire un ritmo, di prevedere il cadere del seguente colpo di batteria, di apprezzare una melodia variopinta. Ma questo non vuol dire che se non si possiede musicalità, allora la musica non ha effetto. Una ricerca ha constatato che all’interno di un canile, la riproduzione di musica classica per 6 ore al giorno nell’arco di una settimana, produceva miglioramenti nel comportamento e nella tolleranza allo stress da parte dei cani, solo che dopo la prima settimana, il cambiamento si è dissolto. Questo significa che comunque a livello fisiologico, un cambiamento lo ha prodotto, seppur non sia dimostrata alcuna presenza di musicalità nei cani. Alcuni cani, ma anche elefanti, come quello dello zoo di Washington, sono capaci di suonare strumenti, ma queste vengono più considerate come capacità apprese, come quella del sopracitato elefante, che tende a chiudere i propri assoli di armonica a fiato sempre in crescendo, e mantenendo più o meno la stessa melodia durante l’esecuzione.

L’influenza della musica nello sviluppo del cervello

A questo punto ci sarebbe da chiedersi: quando diventiamo musicali? lo siamo stati fin dalla nascita? E prima?
Prima, secondo Darwin, si è preservata secondo il principio di selezione naturale. Ma prima ancora, prima di qualsiasi teoria evoluzionistica, nella nostra amata placenta, dopo aver sviluppato gli organi dell’apparato uditivo, si è già musicali, e soprattutto recettivi! Si distingue la voce materna dalle altre, e anche il suo battito cardiaco, ma non solo. La musica ascoltata durante le ultime settimane di gravidanza, influenza i primi gusti musicali del bambino, e inoltre ancor prima di nascere è sensibile alla melodia, al ritmo e all’altezza delle note. Vi è anche una teoria per la quale la sensibilità dell’udito nei bambini ancora dentro l’utero potrebbe influenzare il pianto, e si spiegherebbe il motivo per cui i bambini tedeschi piangono con un tono calante, e quelli francesi con un tono crescente. Ovviamente non si ferma tutto qui, è solo l’inizio. Infatti specie nella prima infanzia, la musica riveste un ruolo molto influente nella formazione delle capacità, e nella consolidazione delle aree cerebrali e della loro comunicazione. Basti considerare che solo 3 anni di formazione musicale nel periodo delle scuole medie porta ad un miglioramento delle capacità linguistiche in adolescenza, e che se si inizia la pratica musicale anche prima, in particolare prima dei 7 anni, si produrrà un numero superiore di connessioni più durevoli tra la sostanza bianca del corpo calloso nei due emisferi. Questo è importante, poiché consiste in un grosso fascio di assoni che praticamente connette tutti i lobi del cervello, e permette la comunicazione tra gli emisferi. Ovviamente crescendo, e perdurando nell’attività musicale gli effetti maturano nel tempo. Appunto, secondo uno studio, durante lo stato di ‘riposo‘, all’interno dei musicisti si registravano un maggior numero di connessioni tra diverse aree, coinvolte in processi come la memoria, le emozioni, e le funzioni motorie.
E fin qui, si vede benissimo come nello sviluppo e nell’età adulta la musica riveste un ruolo non proprio marginale.

Il curioso caso di un uomo che vive di morte

Ma adesso prendiamola in considerazione da un punto di vista diverso. Consideriamola non solo come uno strumento di potenziamento ed espressione, ma come salvezza. Una via d’uscita, o forse meglio dire una convivenza più allegra con condizioni cognitive talvolta molto inibitorie.
Cleve Wearing, musicologo e musicista di professione, nel 1985 fu colpita da un encefalite erpetica, che compromise il suo funzionamento cerebrale in maniera irreparabile, provocandogli una forte amnesia, che non gli permetteva di ricordare più di qualche secondo, compromettendo quindi la sua memoria a breve termine e non solo, poiché fu colpito anche da un amnesia anterograda che non gli permetteva di ricordare buona parte degli eventi più o meno dagli anni ’60 in poi. Solo una cosa era rimasta fortemente salda nella sua memoria episodica: il matrimonio con la moglie, Deborah, la quale ha anche scritto un libro sulla loro storia intitolato ‘Today, Forever‘. Immaginate di dover vivere ogni momento, in una stanza di una clinica a voi sconosciuta ogni volta che vi ‘risvegliate’, senza sapere nulla, avendo come unico ancoraggio alla realtà il vostro diario:
14:10, stavolta davvero sveglio.’;’14:14: ‘stavolta finalmente sveglio.’;’21:40 mi sono svegliato per la prima volta nonostante le precedenti affermazioni.’.
Non dev’essere terrificante non riuscire nemmeno a capire in che stato di coscienza ci si trova? Solo una stanza vuota di riferimenti mnemonici, che passato qualche secondo, ritorna ad essere la prima cosa che abbiate mai visto. Lui stesso, durante la sua permanenza di 6 anni e mezzo in clinica, diceva ad uno psicologo che era arrivato alla conclusione di essere morto. Eppure Cleve aveva questa salvezza, quest’altro ancoraggio alla realtà, la sua musica. Egli, dopo una fase depressiva e diversi anni di convivenza con l’inaccettata condizione patologica, ricominciò a suonare rendendosi conto di non aver perso la sua capacità musicale. Era persino capace di improvvisare su un pezzo di musica classica la sua personalissima rielaborazione, senza incepparsi o avere problemi di richiamo mnemonico di alcun tipo. Inoltre, quando era in macchina, leggeva le targhe assegnando delle parole bizzarre alle lettere corrispondenti, con una fluenza a dir poco anormale, a sostegno della precedente affermazione sulle connessioni cerebrali nei musicisti. Questo fin quando non si passava a parlare dei suoi artisti preferiti, i cui nomi sembravano ormai decimati. Da ciò si poteva evincere che la sua memoria di lavoro non era compromessa, e che inoltre i processi dediti alla produzione musicale, come a quella linguistica, risiedono nella memoria procedurale. Per chi fosse interessato, ecco un documentario sulla storia di Cleve e sua moglie.

La musica nelle sindromi

Cleve è un amnesico, unico nel suo genere, ed è un caso in cui la musica non permette l’evitamento della malattia, bensì funge da paracadute verso un inesorabile declino. In altri casi, come quelli dei prima citati Tourettici, la musica è un sostegno comunicativo, è musicoterapia. Sono ormai famosi grazie ai diversi video presenti su YouTube,  popolarità dovuta alla stranezza dei loro comportamenti. Se magari fossero sotto effetto di un mix di alcool e cocaina, il loro comportamento sarebbe contestualizzabile, ma questa è una vera e propria sindrome, che comporta attacchi epilettici, e tic incontrollabili, che spesso seguono, anzi interpretano a modo loro l’andamento della musica. Ne è la testimonianza Matt, un batterista Tourettico, che resosi conto della propria condizione e dell’aiuto che avrebbe potuto recare alla comunità, ha deciso di formare un gruppo di sostegno, per batteristi, che fossero anche tourettici. Tutti insieme all’unisono, nel seguire un ritmo che trascende la consapevolezza e che permettesse lo sfogo direzionato dell’inevitabile convulsione. Ma questi sono solo alcuni dei tanti casi, poiché anche altre malattie traggono giovamento dalla musica, come il Parkinson. In questo caso si usa una terapia a base di L-dopa, e nel caso in cui non funziona si passa alla stimolazione cerebrale profonda, però le capacità motorie, e anche l’equilibrio, traggono beneficio dalla musica, e dalla danza.
Il video qui sotto vi mostra invece il caso di un tourettico, e di un completo rilassamento cerebrale durante l’esecuzione musicale.

Possiamo dunque essere più che certi del fatto che la musica sia un elemento fondamentale per un buon sviluppo, e che oltre ad essere una terapia funzionale, è anche identità e appartenenza, è cultura, e soprattutto la sua parte fondamentale non sta nelle note, non sono loro a renderla bella. Quincy Jones disse: ‘La cattiva musica è quella che piace ai nostri figli. La buona musica è quella che piaceva a noi da bambini‘.

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