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Coronavirus, la tragedia del nostro tempo con gli occhi di Sigmund Freud

Una catastrofe sanitaria che ha messo in ginocchio il mondo, una strage di vite che si imprime nei nostri occhi e un dramma umano che ci segnerà per sempre. Quali sono le domande che scaturiscono da tutto questo e cosa ci suggerisce il pensiero di Sigmund Freud a riguardo?

Una riflessione su ciò che stiamo attraversando per cercare non di dare risposte definitive ma di porre lo sguardo nella giusta direzione. Cerchiamo di incrociare il pensiero di Freud con ciò che può suggerire a questo nostro momento di dolore e fragilità.

Una crisi umana e una domanda strutturale

“Coronavirus”, questa è la parola che si è schiantata su tutta la nostra realtà, che sta sconvolgendo il nostro modo di vivere, di relazionarci, di amare e di soffrire. In poco tempo abbiamo riscoperto una percezione arcaica che l’occidente, inteso come sistema sociale, aveva dimenticato, la paura per la propria sopravvivenza biologica.

È innegabile che la storia del nostro pianeta terra è ormai trainata dalla cultura occidentale anche in zone geografiche lontane da noi, ebbene il grande occidente ha riscoperto la propria fragilità. Proprio il grande occidente della scienza oggettiva, dell’economia finanziaria, delle astrazioni come unico mezzo di conoscenza, proprio l’occidente che ha sempre cercato di dominare la natura con la tecnica, adesso teme per il proprio corpo. Ma in che senso diciamo “Corpo”? Il corpo organismo della medicina o il corpo della vita inserito in un mondo? Salviamo il primo ma da queste situazioni interroghiamoci anche sul secondo. E allora ogni giorno vediamo morire centinaia di persone, così i nostri occhi si riempiono di lacrime, i nostri cuori ritornano bambini quando scendeva la notte e la nostra mente si affolla di domande. È solo una drammatica situazione da gestire dal punto di vista sanitario ed economico o è necessario ripensare l’organizzazione del sistema mondo vigente? Considerazioni troppo premature per essere analizzate con precisione ma è bene sempre pensare che il domani è oggi.

La lente di Freud per vivere l’emergenza adesso e dopo

La prima volta che l’occidente contemporaneo ha sperimentato tale vulnerabilità parlava Sigmund Freud. Con il pensiero di Freud si sono schematizzate tutte quelle correnti che illuminavano la limitatezza della coscienza intesa come Io dominatore, limpido e cristallino che può analizzare e decidere avendo presenti alla propria consapevolezza tutti i dati necessari. Dal lavoro del medico e filosofo austriaco è emerso un mondo oscuro, un mondo di pulsioni, di patrimoni antichi e di dinamiche sotterranee, il mondo inconscio. Da questo momento il potere dell’uomo moderno, progettatore di realtà, ha iniziato a vacillare.

Questa prima, se così possiamo dire, “Rivoluzione della vulnerabilità” cosa insegna alla nostra paura presente? Innanzitutto ci riporta alla mente proprio la vulnerabilità stessa, impostazione fondamentale per pensare autenticamente la nostra esistenza e condizione che abbiamo bandito dal nostro scenario collettivo, essendo così accecati dalla nostra volontà di affermazione. Anche durante un’emergenza sanitaria così drastica interi popoli e governi tardano a riconoscere la gravità del momento, migliaia di persone ignorano ogni misura presa per la sicurezza di tutti e si riconferma sempre di più il dogma comune “Non è un problema mio fino a che non è vicino a me”. Le voci del battito d’ali della farfalla che genera un terremoto lontano sono ormai troppo flebili, la distanza del disinteresse si accorcia e noi siamo sempre meno umani.

Tale forza di autoaffermazione e i danni che genera alla collettività è spiegabile tramite Freud come un principio di piacere lasciato a se stesso. Il principio di piacere è l’espressione del nostro tessuto pulsionale che afferma la soggettività ma, in conformità con la struttura della mente, tale principio è tenuto a dialogare con il principio di realtà, ciò che ci permette di mediare con il mondo esterno e che ci fa vivere inseriti in un contesto. Se nella cultura attuale assistiamo ad un tale squilibrio di queste due energie il problema è da identificare nel filtro che media proprio le energie stesse.

Esiste un filtro che permette al nostro Io di interfacciarsi con il mondo esterno come esiste un filtro che permette al nostro inconscio di non travalicare i suoi confini. Tali filtri esistono per la salute stessa delle parti non per frammentare sempre di più o per escludere una parte in particolare. Ecco che queste dinamiche mentali ci devono far interrogare sul nostro rapporto con l’altro ma anche su come si dovrebbero rapportare le nazioni tra di loro.

Dal coronavirus alle criticità dell’attuale sistema mondo

Ogni struttura delimita un dentro e un fuori, la tipologia di questo rapporto si definisce semplicemente dal confine che viene a crearsi. Una mente troppo aperta crea smembramento di identità, una mente troppo chiusa può declinarsi in casi di autismo. In ugual maniera un mondo incatenato alla chiusura non può che condannarsi a nazionalismi sempre più aggressivi e impedire qualsiasi possibilità di progresso. Al contrario un mondo eccessivamente aperto che nega la necessità di ogni filtro, un mondo impostato sulla globalizzazione sfrenata al servizio delle esigenze del mercato capitalista, non può che creare solo rapporti di sudditanza mascherata.

Paradossalmente nella epocale crisi del Coronavirus e soprattutto nella reazione degli stati nazionali, si sono visti entrambi gli opposti. È chiaro come la collaborazione e la reale integrazione non esista nemmeno all’interno della comunità europea poichè anche davanti ad un dolore simile non sono mancati i soliti giochi di potere. Ci chiediamo, abbastanza ironicamente, se gli organismi sovranazionali non sussistano solo per tutelare gli interessi degli speculatori e privatizzare sempre più risorse pubbliche.

Prima o poi il Coronavirus verrà sconfitto ma se non si ridefiniscono le organizzazioni del sistema mondo, a partire dai sistemi individuali, non saremo mai pronti a ricominciare veramente. Dobbiamo far si che le aperture che abbiamo creato diventino fonti di integrazione autentica, mezzi di scambio di evoluzione e non canali di sfruttamento del sud del mondo come è oggi. Per anche solo sognare tutto questo sarebbe necessaria la distruzione di enti come il fondo monetario internazionale ma per questo è bene lavorare nell’ombra.

Un mondo verso questa direzione sarebbe molto più pronto al possibile prossimo virus. In questa riflessione abbiamo parlato di Coronavirus senza parlare di Coronavirus. Chiudiamo con un augurio di speranza usando le parole di Vecchioni, “Perchè questa maledetta notte dovrà pur finire, perchè la riempiremo noi di musica e parole”, aggiungo, spero anche di fatti.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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