Disarmati di fronte alla vita: Schopenhauer e la compassione come via per la salvezza

Eugenio Borgna, psichiatra, racconta di come, disarmati di fronte alla vita, ne riscopriamo il senso.

Eugenio Borgna (22 luglio 1930)

Nel suo nuovo libro Il fiume della vita. Una storia interiore, Eugenio Borgna guarda ai motivi che lo hanno indotto a lasciare lasciare la clinica universitaria, ”una nave che solcava gli oceani”, per il manicomio, ”una navicella esposta ai venti del destino”. E cioè, come lui stesso dichiara, ad abbandonare il certo in nome dell’incerto. In un’intervista rilasciata su Il Giornale il professore ha parlato della situazione di totale incertezza in cui imperversa oggi il globo intero, un’incertezza che finisce per investire tutti gli ambiti della politica, della società e dell’economia, e, spostandoci dall’universale al particolare, anche quelli della vita personale.

L’intervista con Borgna

La peculiarità delle circostanze, dice il professore che visse la guerra da vicino, sta nell’invisibilità del nemico, che ci è ancora più sconosciuto: ”conosciamo soltanto il guscio vuoto di questo nemico, che ci può assalire in qualsiasi momento”. C’è un dialogo ferito, prosegue il professore, lacerato con questa morte enigmatica che può arrivare da un momento all’altro anche solo perché sei dovuto uscire di casa. Un’incertezza assoluta che investe ogni ambito della vita, personale e non. L’intervista si sposta sulla dolorosa questione delle morti solitarie e impersonali a cui il virus sta costringendo le sue vittime e i loro cari, a cui Borgna si riferisce in questi termini: ”Si muore sempre soli. Però è diverso morire soli, se questa solitudine è legata alla presenza di un familiare, che rende la morte più personale, meno lacerante, meno straziante. Se invece si muore soli, e isolati, c’è la perdita totale di vicinanza umana, questa morte senza uno sguardo, una carezza, un segno di presenza. Qui le parole si fanno banali, povere… Questo morire isolati forse è l’esperienza più dolorosa e straziante che la vita ci presenta, con questo nemico sconosciuto che ci porta a una morte impersonale. Le fotografie dei camion che trasportano le bare gettano nella disperazione chiunque.

La copertina dell’ultimo libro di Borgna, edito per Feltrinelli

Una volontà cieca e incontrollabile

Chi aderisce a una visione così radicalmente pessimistica della vita è Schopenhauer, per il quale il mondo non è dominato da altri che dal caos e dalla volontà di una forza cieca e irrazionale a perpetuare se stessa. Un processo che però non prevede progresso né uno scopo, poiché l’unica attività di questo dolore gratuito insito all’esistenza è di non mai trovare soddisfazione, in un circolo continuo di sofferenza e morte. Non c’è dunque spazio per l’ottimismo della ragione, dal momento che questa volontà di vivere, sfrenata e arbitraria, è solo causa di sofferenza. L’uomo è l’unico essere che giunge a questa consapevolezza, che reca con sé necessariamente sofferenza ed infelicità: ma è anche l’unico che può aspirare a liberarsene.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Una via per la salvezza

La fragilità, che vive in noi” prosegue Borgna ”è conoscenza di sé e coscienza dei propri limiti. E poi c’è la speranza, passione del possibile, come diceva Kierkegaard. La fragilità è il punto di partenza per creare relazioni umane significative, che facciano del bene. E poi c’è l’apertura, la speranza.” L’angoscia che ciascuno sta vivendo in questo momento può cambiare a seconda dell’esperienza personale, del carattere e dell’emotività, e perché no, anche della fede. Ciò che più preoccupa il professore è la capacità terribile di isolarci, in una situazione di tal natura, di chiuderci in noi e di farci perdere il contatto con gli altri perché temiamo ci trasmettano il contagio. ”Non ci si guarda neanche negli occhi” dice infatti, ”si fugge lo sguardo degli altri, che a loro volta sfuggono il nostro. Sentiamo che tutto può accadere. Questo sconvolgimento dei rapporti umani si può comprendere, ma dovremmo ripensare ad esso, dovremmo pensare che siamo tutti sulla stessa barca, e dovremmo avere il coraggio di sfuggire a questa paura indiscriminata, qualche volta delirante.” La compassione, come già la chiamava Schopenhauer, è una virtù essenziale: perché è proprio la comune sofferenza che permette il superamento del proprio dolore, anche il più personale. Siamo tutti vittime del dolore allo stesso modo, prosegue il filosofo di Danzica, e proprio per questo bisogna che ci sentiamo fratelli, superando l’egoismo che ci contrappone l’un l’altro e che ci rende schiavi di questa sofferenza cieca, che agisce gratuitamente e senza alcuna logica.

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